Simone Di Meo.

L'IMPERO DELLA CAMORRA.

Vita violenta del boss Paolo Di Lauro.


2014 Newton Compton Editori, Roma.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Nella Napoli soggiogata dalla violenza di Raffaele Cutolo e dalle disgrazie del terremoto del 1980 nella regione in cui un discusso politico rapito dalle Brigate rosse viene liberato, mentre  ucciso il coraggioso capo della squadra mobile che sta indagando sul patto scellerato tra Stato e camorra, un giovane decide di diventare il capo incontrastato della Cupola. Comincia cos la carriera criminale di Paolo Di Lauro, "Ciruzzo 'o milionario": il boss che, da un'anonima stradina del quartiere di Secondigliano, dichiara guerra ai clan pi potenti della Campania. Venti anni dopo, lo Stato inserir Di Lauro nell'elenco dei trenta latitanti pi pericolosi di tutti i tempi, braccandolo in tre continenti. Ma intanto "Ciruzzo" vince le sue battaglie, disseminando di morti il suo cammino e accumulando, grazie alla droga, un patrimonio che non ha eguali nel mondo della criminalit organizzata: palazzi, casin, supermercati, aziende di abbigliamento, boutique, complessi turistici e centri commerciali disseminati ovunque. Un impero di paura, di sangue e di denaro sporco su cui "il re della camorra" regna incontrastato. Una guerra senza esclusione di colpi che oppone la criminalit organizzata napoletana a un manipolo di poliziotti coraggiosi: un'ininterrotta scia di sangue e omert. 
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Alla bellissima Silvia, mio amore.
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1. Gli anni Ottanta.
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Aniello, scendi, c'ho quella roba per te.
Va bene, aspettami vicino al cancello. Ma  sicuro che  roba buona?
Gioielli, oro, brillanti...  un affare. Muoviti, sto qua sotto....
Tutto inizia cos. Con uno squillo al citofono e una sventagliata di mitra. Aniello La Monica ha poco pi di quarant'anni quando viene ammazzato all'uscita di casa.  il boss di Secondigliano, fa parte della Nuova famiglia, il cartello che si oppone all'"esercito" di Raffaele Cutolo. Ma non  il padrino di Ottaviano, che pure ne avrebbe tutti i motivi, a spedirlo al camposanto. La Monica  la prima vittima di un nuovo gruppo criminale che ha lanciato la scalata ai vertici della camorra. Viene assassinato da quelli che considerava i suoi figli, tradito da quelli di cui pi si fidava, perch anche un camorrista si deve fidare di qualcuno. E La Monica si era fidato delle persone sbagliate.
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Dottore, se non ricordo male, La Monica venne prima investito e poi ucciso con pistole e kalashnikov. Mi raccontarono che dopo avergli dato la prima botta con il muso dell'auto, uscirono tutti e quattro dalla macchina e iniziarono a sparare mentre ancora stava barcollando, per l'impatto che gli aveva spaccato un ginocchio. Non gli diedero il tempo nemmeno di cadere a terra. Lo tenevano in piedi con la forza dei proiettili. Gli spararono da dietro e da sinistra e in faccia e da destra. Sembrava quei pupazzetti di carta che si mettono davanti ai ventilatori per farli ballare sotto la spinta delle eliche. Si muoveva a scatti, ma non c'erano leve che lo azionavano. Si muoveva, ma era morto. Le pallottole che si conficcavano nella carne, e bucavano i vestiti cuciti su misura, gli davano quel poco di energia sufficiente a farlo sussultare un altro po'. Finch non finirono le munizioni e anche lui fin di sobbalzare. E precipit faccia a terra.
A distanza di vent'anni, un pentito sta raccontando che cosa avvenne quel giorno a Secondigliano, in una filiera di ricordi che lo avrebbero portato a ricostruire, in una stanza insonorizzata al settimo piano della Procura della Repubblica di Napoli, le fortune e i misteri del padrino pi enigmatico della malavita partenopea.
Ma chi lo uccise e perch?, gli domand il magistrato, sedendogli affianco e porgendogli un foglio e una penna per fermare sulla carta le immagini che la memoria non sarebbe riuscita, dopo cos tanto tempo, a far affiorare.
Dottore, statemi a sentire, che la storia  lunga. Chiamate il brigadiere e ditegli di portarmi un bel caff, che dobbiamo parlare parecchio. Oggi e domani e pure dopodomani. Mettete una cassetta nuova nel registratore e ascoltate quello che vi dico, perch non so se avr la possibilit di ripeterlo. Io ora vi racconter di un uomo che non ha finito nemmeno la quinta elementare, ma che potrebbe permettersi di stipendiare un'intera universit, di un uomo che ha raggiunto un grado di potere cos elevato da superare di gran lunga ministri e deputati. Voi non avete idea che demonio siete andati a svegliare, che forza siete andati a sfidare a Secondigliano. Avete vinto una guerra persa in partenza, come il nano che uccide il gigante. E non ve ne siete nemmeno resi conto, non avete ancora capito come ci siete riusciti. Questo qua  il padrone di mezza Napoli. Ha decine, centinaia di prestanome che gestiscono, per suo conto, un impero che non ha eguali nella camorra campana. Io lo so, perch l'ho visto con i miei occhi e l'ho sentito con le mie orecchie e l'ho toccato con le mie mani. Tutta l'Italia a parlare di Bernardo Provenzano: dove si nasconde, che cosa fa...  morto, o  vivo? E nessuno che si preoccupasse del Provenzano napoletano, uno che se ne fotteva dei pizzini e delle macchine da scrivere, delle famiglie e della politica. Uno che aveva una sola missione nella vita: fare tanti di quei soldi da scordarsi di essere stato povero, da piccolo. Non c' niente da fare, dottore, dalle nostre parti l'unica economia che funziona  la camorra: voi entrate in una pizzeria e non sapete che la mozzarella che si scioglie sul trancio che state per addentare  quella che proviene dai caseifici dei Casalesi; non immaginate certo che il caff che vi servono al bar  quello "sponsorizzato" dai clan di Ercolano; non potete intuire che il latte e il pandoro con cui fate colazione a natale sono imposti ai negozianti dai grossisti della camorra. E allora come fate? Dovete sradicare tutto e cominciare di nuovo con il baratto... "io do una cosa a te e tu ne dai una a me"... Non mi ricordo chi mi disse, una volta, che dietro ogni grande fortuna c' un crimine. A Napoli, invece, dietro ogni grande fortuna c' un criminale.
Il magistrato si alz e si diresse verso la porta. Lanci uno sguardo lungo il corridoio su cui si affacciavano gli uffici della Direzione distrettuale antimafia e si assicur che la serratura fosse ben chiusa. Poi si sedette di nuovo. Chiam a verbalizzare un agente di polizia di cui si fidava. Questi inser il foglio nella macchina da scrivere elettronica e - con i due indici - inizi a battere freneticamente, sotto dettatura, la formula iniziale del verbale di collaborazione: Immediatamente dopo la mia cattura, a seguito del provvedimento emesso da codesto Ufficio, avuta contezza del livello elevato delle conoscenze al quale erano giunti gli organismi investigativi, ho trovato la necessaria determinazione per rompere in maniera definitiva con l'ambiente criminale nel quale sono vissuto fin dai primi anni Ottanta.
Inizia il racconto.
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Ha visto che dice il giornale oggi?, domand l'ispettore capo del commissariato di Secondigliano al suo dirigente, appoggiandogli la copia del Mattino sulla scrivania piena di carte e pacchetti di sigarette semivuoti. Erano i giorni della paura a Napoli, i giorni della furia omicida delle batterie di fuoco della NCO e delle condanne delle Brigate rosse contro giudici e politici corrotti.
L'ho letto stamattina: tre giorni di lutto per la morte del padrino che odiava la droga. Bella figura che ci facciamo. A proposito, le indagini a che punto stanno? La Procura ha fatto sapere qualcosa?
Dicono che non sanno che pesci pigliare, ma su La Monica procede la Squadra mobile. Tutto come al solito, nessuno ha visto. Nessuno si  accorto di niente. Teniamo gli occhi aperti, perch qua ho l'impressione che succede la terza guerra mondiale.
Erano da poco passate le settimane convulse del sequestro dell'assessore regionale Ciro Cirillo, cassiere democristiano dei fondi del dopo-terremoto, rilasciato grazie alla mediazione di Cutolo e al pagamento di un ricco riscatto ai terroristi, e il clima era peggiorato, se possibile, con la pubblicazione su l'Unit del falso documento del ministero dell'Interno che riportava i termini della trattativa tra Stato e camorra per la liberazione del politico democristiano. Documento falso nella forma, ma verissimo nella sostanza.
Adesso ti compri pure i giornali comunisti? Ma tu non votavi a destra..., scherz l'ispettore quando il collega tir fuori da un cassetto dell'armadietto la copia del quotidiano a quel tempo diretto da Claudio Petruccioli, futuro presidente della RAI.
Tu devi sapere che i comunisti le notizie le sanno in anticipo e poi hanno agganci dovunque..., rispose l'altro sorridendo. E inizi a leggere ad alta voce uno stralcio di un articolo, che riportava un comunicato delle BR:
Il boia Cirillo rappresenta la punta di diamante del riciclato sistema di potere del partito regime DC e delle sue mille articolazioni nel polo metropolitano. Per Cirillo fare politica significava fare l'amministratore della cosa pubblica, in "concreto" essere il pi convinto difensore dei progetti di ristrutturazione produttiva. Quest'uomo  l'abile tessitore e costruttore di una rete di collegamenti tra le corporazioni industriali, finanziarie e politiche, attraverso cui possono realizzarsi gli interessi delle diverse componenti della borghesia imperialista. Il Cirillo di oggi  l'uomo di punta del partito-regime che a Napoli attua e gestisce i pi vitali progetti di ristrutturazione imposti dal capitale finanziario altamente sviluppato. Se oggi la DC guida la ricostruzione-ristrutturazione  perch Cirillo ne  il pi intelligente ispiratore.
Questi qui mi fanno veramente paura. Sono invasati, sono peggiori pure dei camorristi, perch non ci puoi proprio ragionare. Quando te li ritrovi davanti che iniziano a parlare di cani da guardia della borghesia imperialista, che dovresti rispondere? Caro coglione, ma tu lo sai quanto guadagno io? E lo sai che in estate me ne vado in vacanza con i suoceri, perch cos risparmio? Che dovrei pensare di uno che per assassinare una divisa, ammazza pure l'uomo che la indossa? Spero che nessuno di noi ci lasci la pelle con questi brigatisti, perch ho un brutto presentimento....
In quel momento, entr nella stanza un poliziotto con il mattinale, l'elenco delle denunce raccolte nel week-end precedente. Era un luned mattina. Un paio di paginette dattiloscritte, piene zeppe di furti, rapine, scippi, aggressioni. Anche un tentato omicidio: un uomo aveva tentato di stuprare la vicina a colpi di spranga.
C'era soltanto una denuncia a carico di un giovane di corso Secondigliano, che aveva aggredito un altro automobilista che gli aveva tagliato la strada, minacciandolo - lui - di tagliargli la testa.
Diplomatica come risposta, rise il dirigente, diciamo proporzionata all'offesa. E continu a scorrere la lista fino all'ultimo rigo, dedicato al ritrovamento di un'Alfa Sud, color crema, con il paraurti anteriore ammaccato e gli interni carbonizzati. Le fiamme non avevano distrutto l'intero abitacolo, perch i vigili del fuoco erano intervenuti giusto in tempo.
A proposito, era attendibile la soffiata su Pasquale D'Amico? Veramente si nascondeva qua vicino?, chiese il dirigente. Pasquale D'Amico era uno dei tre santisti della NCO, killer spietato assoldato alla causa di Raffaele Cutolo. Un confidente aveva rivelato il luogo del suo presunto nascondiglio, a pochi passi dal commissariato. Il dirigente aveva allora girato la notizia alla squadra investigativa, che - a sua volta - l'aveva girata per competenza alla Mobile. Ma il blitz non aveva portato a nulla, se non alla identificazione di un vecchio contrabbandiere, il quale aveva maturato negli anni tanta di quella familiarit con gli agenti da potersi permettere pure di sfotterli un po': E voi qua lo cercate a D'Amico? A un boss di quel calibro? Ma lo volete capire che Secondigliano, ormai, dopo La Monica  terra bruciata? La camorra sta in citt, sta a Napoli. Li si fanno 'e renar, i soldi. Qua terra di nessuno  diventata e cos rester per sempre. Una terra di morti di fame. Qua ci stanno i pezzenti.
A Secondigliano gli echi dei grandi fatti di cronaca arrivavano attutiti, come se il rione non avesse titoli per partecipare a ci che di importante avveniva in citt. In effetti, a quel tempo la grande criminalit organizzata considerava i quartieri della cinta extraurbana partenopea un po' come un vivaio di giovani delinquenti al quale attingere in caso di necessit per i lavori sporchi. I Secondiglianesi non avevano pedigree criminale, erano un po' come i Corleonesi di Tot Riina e Bernardo Provenzano, viddani ossia gente di campagna. Spietata, ma con il cervello di una gallina.
Che cosa abbiamo oggi?, riprese a parlare l'ispettore, prendendo la copia del mattinale dalla scrivania.
Guarda tu stesso,  una carneficina. A proposito, domani andiamo a fare qualche domanda in giro per il fatto di La Monica, cerchiamo di capire, tagli corto il dirigente, mettendo di nuovo a posto la copia de l'Unit.
In quelle stesse ore, in via Cupa dell'Arco, a poche centinaia di metri in linea d'aria dal presidio di polizia, era stata convocata una riunione. Uno degli invitati, Domenico Silvestri, detto "Mimi 'a svergognata", fece per prendere posto a capotavola, quando una mano gli avvinghi il braccio e glielo strinse. Era Raffaele Prestieri, che gli ricordava che quel posto era occupato.
Ti devi sedere tu?, rispose sorpreso Silvestri.
No, ma  meglio che ti metti qua, affianco a me. L no, disse Prestieri spostandogli la sedia sul lato lungo del tavolo.
La porta d'ingresso del salone si apr lentamente. Il padrone di casa entr e si sedette al posto d'onore. Accese una sigaretta e chiam la cameriera, che subito dopo gli port una bottiglia di champagne Veuve Cliquot e una manciata di bicchieri di cristallo. Al piano di sotto, nella villetta, c'era una bella cantina con tanti vini e liquori raffinati, alcuni dei quali fatti arrivare direttamente da Parigi. La pressione delle bollicine spinse fuori il tappo di sughero che fin contro le tende e rimbalz a terra, fin sotto il tavolo.
Pace all'anima di Aniello La Monica. Speriamo che da lass ci assista e ci aiuti, dissero in coro. Poi tutti brindarono guardandosi negli occhi.
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Il solito giro di perlustrazione, i soliti controlli. Via Bak, i Sette Palazzi, la villa comunale: la volante del commissariato quella sera avanzava con la seconda marcia innestata e il lampeggiante che proiettava un fascio di luce azzurra sulle aiuole e sulle saracinesche dei negozi chiusi.
Guarda quel ragazzo l, sta correndo. Ha buttato un sacchetto di plastica sotto la macchina. Inseguilo, fai presto!, url all'improvviso il capoturno al poliziotto alla guida, che accese la sirena e inser la terza, schiacciando l'acceleratore.
L'inseguimento era durato non pi di una manciata di secondi, perch il giovane, convinto di trovarla aperta, era andato a sbattere contro una porta di ferro che chiudeva l'entrata secondaria di un condominio. La sua corsa era terminata l, con una spalla indolenzita e un paio di manette ai polsi. La volante era tornata in commissariato con il nuovo "ospite" a bordo a fine turno.
Come ti chiami?, gli chiese l'ispettore, mettendosi a sedere alla scrivania nel suo ufficio, dove la relazione di servizio aspettava soltanto la sua firma per essere inviata al magistrato di turno.
Che vi interessa? Chiamatemi l'avvocato, che con voi non parlo pi. Qua sta il numero, rispose spavaldo il ragazzo. Aveva circa venticinque anni. Corporatura slanciata, con il giubbotto imbottito, su una polo verde con il coccodrillo, e il jeans stracciato. In tasca gli avevano trovato cinque dosi di eroina confezionate con la carta stagnola e duecentomila lire in banconote di piccolo taglio. Era il terzo arresto della giornata. Uguale al secondo. Uguale al primo.
Gli agenti chiamarono il legale indicato dal giovane, il quale sped negli uffici della polizia un collaboratore a sbrigare le formalit della nomina. Il ragazzo si rimise in tasca il pezzo di carta stropicciato su cui qualcuno gli aveva scritto il numero di telefono del penalista e si avvi, sotto scorta, nel carcere di Poggioreale. Ridendo.
Hai notato che chiamano tutti gli stessi avvocati?, domand il dirigente del commissariato all'uomo che aveva arrestato lo spacciatore.
S e che significa, secondo te?, gli rispose l'agente, rovistando nella busta che aveva recuperato sotto l'auto. All'interno c'erano altri soldi, circa cinquantamila lire, un paio di accendini e delle cannucce, di quelle utilizzate per le bibite in lattina. Bisognava aggiornare la relazione di servizio.
Significa che stiamo davanti a qualcosa, o a qualcuno molto pi grande di quanto immaginiamo. Teniamo gli occhi aperti, chiuse la discussione il superiore.
Tra il 1982 e il 1984 avviene la trasformazione che segner per sempre il destino di Secondigliano e di Scampa: i terremotati, centinaia di famiglie che avevano perso il tetto a causa del sisma, vengono stipati nelle Vele, gli alveari-dormitorio progettati dall'architetto Franz Di Salvo con l'intento di favorire l'integrazione tra i nuclei familiari ma ben presto trasformatesi, invece, nell'incubatrice di un'illegalit feroce e assassina. Il sogno utopistico di un quartiere modello, a misura d'uomo, con grandi parchi e spazi verdi a dividere le aree abitate, avrebbe rappresentato in realt la conformazione urbanistica perfetta per il crimine organizzato.
Subito dopo l'uccisione di La Monica, il sismografo dell'ordine pubblico a Secondigliano aveva subito un'impennata: erano aumentati scippi, rapine e casi di estorsione ai negozianti. L'ufficio denunce del commissariato, che prima era frequentato poco, molto poco dai residenti, era diventato d'un tratto affollatissimo e dalla Questura di via Medina avevano dovuto inviare uno dei primi modelli di macchina da scrivere elettronica per velocizzare il lavoro.
Si stava sviluppando la pi grande trasformazione economico-criminale della storia della camorra; il contrabbando di sigarette - fonte inesauribile di ricchezza per migliaia di manovali dell'illegalit - era sul punto di cedere il passo al traffico internazionale di stupefacenti. Accanto alle bancarelle con le stecche di Marlboro e di Merit in bella mostra in strada, infatti, poco pi in l, a poche decine di metri di distanza, iniziavano a comparire i primi spacciatori, pronti a rifornire di eroina e marijuana i giovani in cerca di emozioni forti. E con gli spacciatori apparvero pure le sagome delle vedette e dei killer.
La faida tra Raffaele Cutolo e la Nuova famiglia aveva portato alla distruzione di un modello criminale feudale, incapace di proiettarsi nell'economia nazionale e internazionale, confinato ancora negli angusti steccati del racket e del traffico di armi. Un modello al quale sarebbe presto subentrato una organizzazione nuova nella struttura e nelle finalit, fluida, pronta a insinuarsi lungo le feritoie del tessuto socio-economico legale per distorcerne le dinamiche e per indirizzarne i meccanismi.
Allora per nessuno se ne accorgeva, perch quello era il periodo della guerra e non degli affari. Bisognava soltanto eliminare il nemico, infliggergli pi male possibile. Non soltanto impedirgli di riprendere le armi, ma annientarlo.
Ma quelli erano altri tempi, dottore. Ogni giorno un cutoliano ammazzava uno dei nostri e noi rispondevamo con due dei loro. Aniello La Monica, non so perch, ma ce l'aveva a morte con i cutoliani. Se avesse potuto buttare una bomba atomica su Ottaviano, l'avrebbe fatto. Ogni mattina, ci incontrava davanti al bar e ci diceva: "Ragazzi, ricordatevi di colpire i nemici ovunque vi troviate. Non gli dobbiamo dare il tempo di respirare". Addirittura aveva intitolato un negozio di abbigliamento, vicino casa sua, con il nome della sua pistola preferita: Pyton. La Monica era proprio come un serpente. Un pitone, appunto. Faceva paura solamente a guardarlo. Il pentito non aveva smesso un attimo di ripercorrere con la mente i suoi trascorsi criminali, gli inizi del clan; di tratteggiare la figura delle persone con cui era cresciuto e con cui aveva conosciuto la galera.
Il magistrato ascoltava in silenzio e ogni tanto annotava una data, un nome sull'agendina Moleskine che custodiva nella tasca interna della giacca. Ma come campava La Monica? Quali erano le sue fonti di reddito, anche lui gestiva il traffico di droga?, chiese al collaboratore, interrompendolo giusto il tempo per cambiare lato alla cassetta.
Nell'ufficio del magistrato i tasti della macchina da scrivere disegnavano uno spartito immaginario, nel quale sarebbero andati a inserirsi le parole del collaboratore di giustizia. Il rumore dei colpi di polpastrelli sulle lettere di plastica era continuo e uguale, come un lamento meccanico che non termina mai. Solo che n il pentito n il magistrato avrebbero immaginato mai che il rumore di quei tasti e il suono di quelle confessioni sarebbero rimbombati fin dentro i padiglioni speciali del penitenziario di Poggioreale, ove radio-carcere aveva lanciato l'allarme. Nei corridoi e nelle celle, gli affiliati ai clan della camorra avevano iniziato la loro indagine parallela, che li avrebbe portati a individuare il traditore.
Campava come tutti, a quel tempo. Faceva il contrabbando di sigarette con Michele Zaza, di cui era fraterno amico, e con Fiore D'Avino, un malavitoso di Nola mi sembra. Non era una cattiva persona, era un padrino vecchia maniera: non ha mai mandato indietro chi voleva lavorare per lui. Poco prima di morire, pagava lo stipendio a ottanta famiglie. Fu lui a inventare la vendita porta a porta delle lenzuola per i corredi nuziali, affidandola alla rete di magliari che partiva da Secondigliano e arrivava fino in Germania e in Francia. Con questo sistema, faceva un sacco di soldi puliti. Ma pure quell'idea gli hanno rubato, oltre al comando.
E la droga?
La droga non la voleva nel suo territorio, anche se era consapevole che per quella polverina bianca ci avrebbe rimesso la pelle, prima o poi. E su questo punto, molto spesso si scontrava con gli altri del gruppo di Paolo Di Lauro.
Il contatore riprese a girare e il pentito dovette fare uno sforzo di memoria per riprendere il filo del discorso dove l'aveva lasciato. Ma prima di continuare a parlare delle origini del clan Di Lauro e della malavita a Secondigliano negli anni Ottanta, pens bene di arricchire le sue confessioni con un episodio che conoscevano in pochi.
Ora vi racconto una cosa, dottore, prosegu, dopo aver bevuto tutto d'un sorso il caff che gli avevano portato. Guard negli occhi il magistrato e sorrise di un sorriso amaro. Per dovete credermi sulla parola, perch alcune cose che vi dico non le posso provare.
Dimmi, ti ascolto, ribatt il magistrato, approfittandone per segnare un altro paio di righe di appunti sull'agendina.
Lo sapete che un giorno Di Lauro disse vicino a uno dei Giuliano, mi sembra Guglielmo, se voleva giocare a poker?
E qual  il problema, che c' di strano?
Il piatto di apertura lo sapete di quant'era?. E si mise ad attendere la risposta che, sapeva, non avrebbe mai potuto essere quella giusta.
No, rispose incuriosito il PM.
Due miliardi di lire. In contanti. E stette con l'aria soddisfatta ad attendere il ghigno di incredulit sul volto del suo interlocutore, come ben si aspetta chi fa partecipe un altro di una confidenza che, altrimenti, gli sarebbe stata inaccessibile per sempre.
Queste cose non mi servono per il processo, tagli corto il magistrato, e poi nel mondo della malavita molto spesso si esagera nei racconti e un granello di sabbia diventa una slavina. Continuiamo con l'interrogatorio, per "come dio comanda".
Due miliardi in contanti, ripet il pentito, come se non avesse ascoltato il richiamo del magistrato, due miliardi contenuti in una borsa di tela rossa. La pos sul tavolo e disse a Giuliano: "Se proprio vuoi giocare, fatti una partita con me...". Comunque, ho capito che queste cose non vi interessano, ma per me sono importanti. Dove eravamo rimasti? Ah, s....
Erano passate gi un bel po' di settimane dall'omicidio di La Monica, quando a Secondigliano arriv un messaggio da Poggio Vallesana, la tenuta terriera dei Nuvoletta, una delle famiglie malavitose pi potenti della Campania, soci in affari con i mafiosi palermitani.
Paolo, i Maranesi ci hanno chiesto se possiamo andare a trovarli, disse Mim Silvestri con un pizzico di soddisfazione, perch era il segnale che il giro grosso stava iniziando a interessarsi di loro. Ci devono parlare di una cosa importante, importante assai....
Va bene, organizza un'auto e ci andiamo, gli rispose Di Lauro, accendendosi l'ennesima sigaretta, sprofondato sul divano di casa.
Come la vogliamo organizzare, chi chiamiamo?
Non voglio nessuno armato, sia chiaro. Andiamo io, tu, Rosario, Raffaele ed Enricuccio. E una macchina di appoggio.
Va bene. Silvestri usc dalla stanza al piano terra della villa in via Cupa dell'Arco e inizi a contattare gli altri. Ci mise poco, perch li trov all'incrocio con corso Secondigliano a parlottare. Erano tutti amici di infanzia di Paolo Di Lauro; erano cresciuti con lui e con lui si erano sbarazzati dell'ingombrante presenza di La Monica.
Appena seppero della convocazione, risalirono in auto e si diressero a casa del boss. Dal cancello sbucarono poco dopo una Lancia Delta integrale e una Mercedes, dove sedeva - sul lato posteriore destro - il padrino. Da Secondigliano a Marano saranno stati, s e no, venti minuti di viaggio, ma sembrava di non arrivare mai. L'emozione tradiva anche quelli pi freddi, perch loro erano una piccola formazione, senza santi in paradiso, con tanta buona volont e poca esperienza nel settore degli stupefacenti. Avevano iniziato a guadagnare qualcosina con una paranza di una trentina di spacciatori, ai quali affidavano dosi di eroina e hashish a cadenza settimanale. Un giro di affari rionale, niente di pi. La droga la compravano attraverso i trafficanti del rione Traiano e di Ercolano - le due piazze di spaccio pi importanti di Napoli - e la rivendevano a prezzo maggiorato nelle stradine del quartiere, lucrando una piccola percentuale. Quei soldi, poi, li rinvestivano una parte in una nuova partita di stupefacenti e il restante nella cassa comune, che sarebbe servita a pagare gli onorari dei legali degli spacciatori arrestati. Fu durante una riunione che venne l'idea di affidare gli affari giudiziari del gruppo ad alcuni giovani penalisti. In questo modo, si sarebbe raggiunto un duplice obiettivo: rendere durevole il rapporto tra assistiti e avvocati per migliorare la qualit delle strategie difensive e risparmiare sulle consulenze: in pratica, il "tre per due" della giustizia. Cos, quando qualcuno del sodalizio reclutava qualche nuovo spacciatore, per prima cosa gli consegnava un fogliettino sul quale era annotato il nome e il numero di telefono dell'avvocato. Il legale, a sua volta, si impegnava a rispettare, salvo diverse disposizioni, un rapporto esclusivo con il gruppo. Non poteva difendere indagati di clan avversari, n capi, n gregari; ma riceveva in cambio ricchi onorari, puntualit nei pagamenti e una clientela costante per tutto il resto della vita.
Le due auto con a bordo Di Lauro e gli altri imboccarono una stradina sterrata, che si apriva sulla destra della via principale. Percorsero quasi cinquecento metri prima di arrivare a un grande cancello, dove - ad attenderli - c'erano le sentinelle del boss.
La periferia di Napoli, quella pi degradata e violenta,  come un unico blocco di cemento armato che chiude a semicerchio la citt.  un continuo di palazzi attaccati gli uni agli altri. Se fosse possibile trovare un ladro cos pazzo da tentare l'impresa potrebbe fuggire per centinaia di metri soltanto saltando da un tetto all'altro. E, cosa pi deprimente,  leggere i nomi delle strade che sbucano tra gli edifici; da Secondigliano a San Giovanni a Teduccio, da Ponticelli a Barra, le lingue di asfalto dove si spaccia la droga, dove si ammazza e dove si fa la guerra allo Stato hanno nomi che hanno ambientazioni magiche, cinematografiche, quasi fantastiche: a Secondigliano ci sono via misteri di Parigi, via miracolo a Milano, via fosso del lupo; a Ponticelli invece ci sono via Walt Disney, via Marilyn Monroe, via Roberto Rossellini, via fratelli Lumire, via Filomena Marturano; a San Giovanni a Teduccio ci sono via Capri, via Ravello, via Amalfi, via Positano...
L'avete risolto quel problema, eh?, disse il capo decina di Marano, andando incontro agli ospiti. Il "problema" a cui si riferiva era Aniello La Monica. S, per fortuna, rispose sbrigativamente uno di loro. Parcheggiarono le vetture poco lontano dall'ingresso e si incamminarono.
Don Lorenzo, abbiamo fatto il prima possibile, annunci Raffaele Abbinante, baciandogli le due guance appena entrato nella villa del boss. Abbinante era nato a Marano e aveva iniziato a lavorare nel crimine proprio con la famiglia Nuvoletta, con la quale - nel tempo - aveva mantenuto stretti rapporti di collaborazione.
Dobbiamo parlare di cose urgenti, seguitemi, rispose il vecchio padrino, attraversando un corridoio su cui campeggiavano quadri dell'Ottocento napoletano. Uno in particolare attir l'attenzione di Paolo Di Lauro, che sost a guardarlo. Anche a me piacciono i quadri, aggiunse, riprendendo il passo.
La delegazione del clan di Secondigliano e don Lorenzo Nuvoletta uscirono dal retro dell'abitazione, circondata dalle campagne, e si addentrarono su per un viottolo che portava a una masseria. L si accomodarono, attorno a un tavolo, per discutere. In passato doveva essere stata una stalla, perch c'erano ancora gli abbeveratoi e si indovinavano - lungo le pareti di legno scuro - le porte che conducevano ai magazzini attigui, dove un tempo conservavano la biada.
Il contrabbando di sigarette  il passato, disse l'anziano mafioso, che in quegli istanti sembrava quasi assumere un accento siciliano, tanto era magnetica la sua voce. Quel mondo non  pi il nostro. Ci dobbiamo aggiornare. Ma in grande stile, lo dobbiamo fare. E io so come.
Paolo Di Lauro osservava in silenzio ogni parola scandita da quella bocca rigata dai segni del tempo. Ascoltava e rifletteva, perch il vecchio boss stava per rivelargli il segreto per diventare i nuovi padroni della citt. Mangiarono un po' di pane cotto a legna e del formaggio, conservati in una dispensa poco distante. Un pasto mafioso, come quelli che si consumavano in qualche sperduto podere nel cuore della Sicilia, a Corleone o a Bagheria.
E questo  l'accordo, per io pretendo una sola cosa, disse il capo dei Maranesi, guardando diritto in faccia ognuno dei suoi interlocutori.
Sulla nostra lealt possiamo giurare con il sangue, rispose Di Lauro. Gli altri stettero in silenzio. E annuirono. Don Lorenzo, quello che ci dite di fare, faremo.
Questo volevo ascoltare. Ci vediamo la settimana prossima, vi faccio arrivare io l'imbasciata e ci organizziamo per il resto. Il padrino di Poggio Vallesana si alz e si port alla bocca l'ultimo pezzo di pane e caciotta. La seduta fu tolta all'istante. Il gruppetto usc dalla masseria e si avvi lungo la strada che tagliava a met la propriet terriera dei Nuvoletta, mentre le vedette del clan - nascoste chiss dove, tra i cespugli o affianco alle rocce - si lanciavano fischi l'un l'altra per segnalare il passaggio del padrino. Di Lauro e Nuvoletta si salutarono con il bacio sulle due guance. Il vecchio boss gli batt una mano sulla spalla e gli ricord il prossimo appuntamento.
Quello  uno che far strada, si lasci andare don Lorenzo con il suo consigliori, appena gli ospiti furono andati via.  intelligente, ha ascoltato ci che dicevo senza battere ciglio.  serio, mi piace.
In auto, tutti parlavano e discutevano di ci che avevano appena ascoltato. Erano elettrizzati. Solo Di Lauro non apr bocca per tutto il tragitto di ritorno, quando - giunto sotto casa - invit gli altri a salire. Davanti al tavolo dove avevano brindato alla memoria di Aniello La Monica, li guard negli occhi e li fece promettere che nessuno al mondo avrebbe rotto il patto che stavano per fare. D'ora in poi siamo una sola famiglia. Da oggi, siamo fratelli. Il sangue di uno  il sangue di tutti. Gli altri ripeterono la formula.
I Nuvoletta non sono camorristi, non so se mi spiego. Dottore,  una cosa diversa. Marano  come Corleone, come Palermo.  la Sicilia a Napoli. Con quelli non si scherza, sono pericolosissimi. Mi ricordo, addirittura, che tentarono di uccidere il comandante della stazione dei carabinieri di Marano, che rimase solamente ferito, perch stava iniziando a dare troppo fastidio con le sue indagini. Ma questo non  niente, sapete che ci stanno i poligoni di tiro nascosti tra le montagne per far allenare i killer? A Marano, tanto tempo fa, venne pure quello che uccise il dottore Falcone, come si chiama, Brusca.... Il pentito riprese il filo dei ricordi, cercando di inserire quante pi informazioni possibile in quel verbale.
Giovanni Brusca, il capo dell'ala militare dei Corleonesi..., aggiunse il magistrato, che ben conosceva i brutali metodi di occultamento dei cadaveri praticati dalla cosca di Poggio Vallesana, sulla quale tempo addietro aveva pure indagato. Poi aveva dovuto abbandonare, perch la sua inchiesta era stata accorpata a quella sull'uccisione del giornalista de Il Mattino, Giancarlo Siani. Ricordava ogni dettaglio dell'indagine sull'omicidio del giovane cronista, ogni verbale d'interrogatorio, ogni passaggio di quella intricatissima vicenda che sembrava non finire mai tanti erano i tasselli da dover sistemare. In particolare, gli era rimasta impressa la frase di apertura della requisitoria del PM Armando D'Alterio nel processo di primo grado, che recitava: Poggio Vallesana  il regno del male, pregno degli umori dei cadaveri dissolti nell'acido. Un attacco sbalorditivo e carico di simbolismo, che ora gli ritornava in mente a sentir parlare di Lorenzo Nuvoletta e dei suoi affiliati, assetati di vendetta perch quel giovane giornalista aveva ipotizzato che la cattura del loro alleato, Valentino Gionta, fosse stata provocata da una loro "soffiata".
Esatto, riprese il collaboratore di giustizia interrompendo i ricordi del magistrato, Brusca venne chiamato dalla Sicilia perch doveva insegnare ai Maranesi come si sciolgono i cadaveri nell'acido solforico. Se vi recuperate il giornale, lo potete pure leggere. Oppure, telefonate a qualche vostro collega di Palermo. L pure sanno tutto di don Lorenzo e della famiglia.
Il gruppo di Poggio Vallesana, infatti,  stato al centro delle inchieste di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino per i contatti con Tot Riina, Michele Greco e Leoluca Bagarella: le indagini hanno accertato che Lorenzo Nuvoletta era l'unico non siciliano a sedere nella commissione regionale di Cosa nostra, al pari dei boss del calibro di Stefano Bontade, Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti e Salvatore Inzerillo. I Maranesi trafficavano in sigarette di contrabbando con la mafia, sul finire degli anni Settanta, ma non solo: la loro grande intelligenza criminale  stata la capacit di riciclare il denaro sporco, investendolo in societ "pulite" per immettersi nel mercato legale, soprattutto nel campo dell'edilizia abitativa e del commercio alimentare all'ingrosso. Il loro impero economico  cresciuto a dismisura negli anni, fino a rappresentare una seria minaccia per Cutolo prima e per Bardellino e Alfieri poi, con i quali hanno ingaggiato sanguinose battaglie, spesso uscendone vincitori.
Perch, dottore, vi dovete mettere in testa una cosa. Il clan di Marano era organizzato proprio come una cosca mafiosa. Avete mai visto Il Padrino, il film? Ve lo ricordate quello che stava sempre al fianco di Marlon Brando, l'avvocato? Ecco, quello era il consigliori. In America era laureato, faceva l'avvocato ed era una persona istruita. A Marano, forse, il consigliori la laurea non ce l'aveva, ma contava parecchio lo stesso all'interno dell'organizzazione. I Nuvoletta erano temuti perch si comportavano proprio da mafiosi, oltre ad avere amicizie coi mafiosi. Ma voi ve l'immaginate una mezza chiavica di camorrista che si fa 'a cocaina e che tiene il consigliori? Non  credibile, perch gli manca la stoffa. A Poggio Vallesana, invece, c'era grande rispetto per quel ruolo, proprio come a Palermo, a Catania, a Trapani. In effetti, fu proprio il consigliori dei Nuvoletta a suggerire a don Lorenzo di entrare in contatto con il gruppo di Secondigliano.
A Marano nulla era lasciato al caso, i Nuvoletta erano una cosca organizzatissima, con oltre un centinaio di affiliati pronti a tutto. Erano una potenza.
Ormai il pentito non aveva pi bisogno di segnare su carta le parti importanti dei suoi ricordi, quelle su cui sarebbe dovuto tornare per aggiungere qualche particolare utile alle indagini. La sua memoria era di ferro: non gli sfuggiva un fotogramma di quegli anni ormai avvolti dalla nebbia del tempo. E raccontava con grande partecipazione, come farebbe chi prova ancora adrenalina per quello che ha avuto la fortuna di vedere con i propri occhi.
E qual era il suo ruolo, il ruolo di questo consigliori, intendo. Che faceva a Marano?, s'inform il magistrato, incuriosito dal parallelo con Il Padrino di Francis Ford Coppola, il suo film preferito.
Era l'anello di congiunzione tra il boss e gli affiliati. E dava i consigli al padrino su come comportarsi in certe situazioni. Quando bisognava fare la guerra e quando no, in che cosa investire, cose del genere. E quei consigli erano molto ascoltati, ribad il pentito.
Marano oggi  una cittadina di circa sessantamila abitanti con un indice di disoccupazione giovanile che si assesta intorno al settanta per cento. Solo tre ragazzi su dieci hanno un lavoro. Ma non tutti sembrano preoccuparsene pi di tanto, perch ha una particolarit, Marano, che sfugge ai coefficienti econometrici e alle rilevazioni dell'lSTAT (Istituto Nazionale di Statistica).  una cittadina ricchissima, con imprese di movimento terra, cemento e commercio all'ingrosso di carni. Qui vivono i Nuvoletta. Qui i Nuvoletta sono i padroni. Non si muove una foglia che il boss non voglia, dicono gli anziani del posto.  una famiglia molto numerosa: saranno oltre cento parenti diretti quelli che portano lo stesso cognome. Molti di pi quelli che, nel corso degli anni, hanno annacquato la discendenza con matrimoni misti, fino a plasmare, in ossequio a una sorta di anagrafe iniziatica, nuovi ceppi di cognomi - come Nuvoletto e Nuvoletti - che, pur conservando la forza della radice, sono utili a evitare i controlli degli organi di polizia giudiziaria quando c' da chiedere una licenza commerciale, o una licenza edilizia, o quando si vince un concorso nella pubblica amministrazione. Dagli anni Settanta in poi, la magistratura ha sequestrato al clan beni per centinaia di miliardi: conti correnti bancari, ville a Capri e a Napoli, quadri d'autore (nel 1990, la Criminalpol ritrov in casa della sorella del padrino alcune tele di Palizzi, Gigante, Cammarano e di altri maestri dell'Ottocento napoletano che valevano una fortuna) e societ. Tante societ, di tutti i tipi. Ma la vera passione dei Nuvoletta era la terra. Con la tipica mentalit dei contadini, sapevano che una zolla bruna, su cui seminare e da cui raccogliere, ti appartiene per sempre, non c' svalutazione o bolla finanziaria che possa portartela via. Nel corso degli anni, hanno acquistato decine di ettari a Marano, dove un'intera montagna  di loro propriet, e in provincia di Caserta, a Pignataro Maggiore, a Vitulazio, Pastorano e Sessa Aurunca per la precisione. Sopra ci hanno costruito maneggi, case coloniche, scuderie (il boss Lorenzo Nuvoletta amava accudire i suoi venti stalloni purosangue durante la latitanza) e aziende agricole con tanto di iscrizione alla Camera di Commercio e partita IVA. Una di queste - si scoprir poi - vendeva pollame e ortaggi all'Esercito dopo aver vinto un regolare appalto dei ministero della Difesa. Il "cuore" del feudo, per, era a Poggio Vallesana, una piccola frazione del paese, dove c' il complesso residenziale del gruppo dirigente del clan. Tre villette a schiera, circondate dalla campagna e protette da alte mura di cinta sotto l'occhio vigile di potenti telecamere a circuito chiuso. Un autentico fortino inespugnabile.
Un giorno capit che l'inviato di un settimanale di Tokio, Subeaen, a Napoli per una inchiesta sulla camorra, ebbe la pessima idea di chiedere un'intervista ai familiari del padrino. Pessima idea perch, come tutti i mafiosi, i Nuvoletta non amavano le luci della ribalta. Il cronista non soltanto fu allontanato a malo modo dal cancello d'ingresso, ma venne rapinato e picchiato a sangue, poco dopo, da due giovani che lo avevano seguito in sella a uno scooter. Takeiama Hiroide, questo il nome del reporter d'assalto, se ne torn a casa senza lo scoop sognato, ma con le scuse ufficiali del sindaco di Marano, Nello Credentino, per lo spiacevole inconveniente.
Uno dei punti di forza dell'organizzazione era la capacit di infiltrarsi nell'amministrazione comunale e di costringerla ad assecondarne i progetti, soprattutto per quanto riguardava l'urbanistica e l'edilizia. I piani regolatori vennero stravolti per rendere edificabili i terreni di propriet degli affiliati al clan, o semplicemente per aumentare l'indice di edificabilit dei suoli. L'amministrazione municipale  stata sciolta due volte, negli ultimi quindici anni, per camorra, anche se l'ultimo provvedimento - nel 2004 - sar ritenuto illegittimo dal Consiglio di Stato. Ma non  con le carte protocollate o con i codici che a Marano, e non solo a Marano, i Nuvoletta sono riusciti a impiantare un impero che sfida le leggi del libero mercato: non c' concorrenza nel sistema commerciale cittadino, n possibilit di guadagno al di fuori del clan. I manager della cosca hanno acquisito il controllo di panifici, centri di macellazione delle carni bovine ed equine, cementifici, supermercati e concessionarie d'auto. Con i soldi incassati, le nuove generazioni si sono fatte meno prudenti, facendosi abbagliare dalle comodit e dal lusso fino a dimenticare la regola d'oro dei clan mafiosi: non mostrarti mai per quello che sei. Quando gli uomini della Squadra mobile, il 23 settembre 1992, fecero irruzione in una villa in via Marano-Pianura, la strada principale del Comune, rimasero a bocca aperta: dietro la porta di ingresso si estendeva un parco di diecimila metri quadrati, mentre la struttura comprendeva dieci stanze e sei bagni arredati con marmi pregiati. Una scala interna portava al piano superiore, dove troneggiava un'armatura medievale, che il proprietario - un pregiudicato legato al nuovo clan Nuvoletta - aveva acquistato per trenta milioni di lire per alzare il tono dell'arredamento. L'uomo, pochi mesi prima, aveva dichiarato al Fisco entrate per ventisei milioni. Il tutto valeva una pioggia di miliardi.
Sgominata negli ultimi anni dalle inchieste della Direzione distrettuale antimafia, la cosca mafiosa di Poggio Vallesana ha perso gran parte del proprio potere: oggi, a Marano il cognome Nuvoletta  ancora rispettato e temuto, di un rispetto per che guarda pi al passato che al futuro. La condanna a morte di Giancarlo Siani  stata la condanna a morte dello stesso clan, incapace di resistere all'onda d'urto di uno Stato rimasi troppo a lungo indifferente e frettolosamente interessato recuperare il tempo perduto: nel giro di pochi anni, sono stati arrestati i capi e i "colonnelli" della famiglia. Sbattuti in galera con pene pesantissime, seppelliti sotto decine di ordinanze di custodia cautelare e tonnellate di cemento armato. Murati vivi nei padiglioni di massima sicurezza delle prigioni pi dure del Paese, da dove - il 28 agosto del 2001 - uno di loro, Aniello Nuvoletta, fece arrivare l'ultimo, disperato grido di dolore. E lo fece - strani giochi del destino - proprio servendosi di quello stesso mezzo di informazione che tanti timori aveva suscitato in don Lorenzo Nuvoletta, quando aveva letto l'articolo di Siani sull'arresto di Valentino Gionta: un giornale. Aniello Nuvoletta, colpito da un ictus cerebrale, acquist mezza pagina di pubblicit sul terzo quotidiano pi venduto in Italia, La Stampa di Torino, per informare i giudici che lui stava sul punto di morire e che le sue condizioni di salute erano incompatibili con il carcere.
Era quasi sera, ormai. Il parcheggio della Procura al Centro direzionale si stava lentamente svuotando. Il PM si avvicin alla finestra e scrut l'orizzonte colorato dall'arancione del tramonto. L'interrogatorio andava avanti da ore, ormai: c'era ancora il tempo per un'ultima domanda, poi il collaboratore di giustizia sarebbe tornato in carcere. Ma ora dimmi una cosa, perch decisero di eliminare La Monica? Mi devi spiegare punto per punto, inizi a parlare il magistrato, poi interrompiamo e riprendiamo domani pomeriggio, perch di mattina sar impegnato in udienza. Ora vi spiego, con un po' di calma. Mi dovete solo ascoltare..., replic il pentito, chiedendo un bicchiere d'acqua. Dobbiamo soltanto tornare indietro di qualche mese.
Hai ricevuto l'imbasciata? Stasera ci dobbiamo vedere a casa di Paolo. Ci deve parlare di una cosa molto importante, disse Paolo Micillo a Raffaele Abbinante. Erano fermi al Quadrivio di Secondigliano, vicino a un bar. Lo so di che ci deve parlare. La Monica sta rubando dalla cassa comune, si sta prendendo i soldi del contrabbando che gli passa Zaza e non li sta mandando ai carcerati, gli rispose l'altro, intento a guardare se arrivava la polizia. Non erano armati, ma due pregiudicati fermi in strada attirano comunque l'attenzione.
E tu ci credi? Io no, riprese Micillo.
Me l'ha confermato Paolo l'altro giorno. Ha fatto i conti e non si trova.
E Mim Silvestri che ne pensa?
Niente, che deve pensare: quello che dice Paolo per lui  legge. E me l'ha confidato personalmente: "Se Paolo ha fatto i conti, non ha sbagliato lui. Sono i conti che sono stati sbagliati. E Aniello li sta sbagliando apposta". A proposito, ora lo vado a prendere sopra la Vanella. Ci vediamo pi tardi....
Finita la conversazione, Raffaele Abbinante sal in auto e si avvi all'appuntamento con Paolo Di Lauro. Non sapeva che appena mezz'ora prima, Aniello La Monica aveva decretato la loro morte, ormai convinto che non ci fossero pi margini di trattativa con quel gruppetto di giovani assetati di soldi e potere, che voleva a tutti i costi costringerlo a inondare di droga i suoi territori. Lui, questo, non l'avrebbe mai permesso. A Secondigliano, finch aveva respiro, avrebbe comandato solo e soltanto La Monica.
Oggi pomeriggio saranno insieme a via Cupa dell'Arco. Mi li dovete togliere da mezzo, stanno diventando giorno dopo giorno sempre pi pericolosi. Questo  il numero di targa dell'auto di Abbinante e il modello. E ora muovetevi!, aveva ordinato il padrino, trincerato nel suo appartamento. I killer - due giovani di Caserta - lo avevano tranquillizzato sull'esito della spedizione e, incassati i soldi, erano saliti in sella per aprire la caccia. Su una moto Henduro, i sicari avevano iniziato a perlustrare il vialone che costeggia, parallelo, via Cupa dell'Arco. Come gli squali che chiudono a cerchio la preda in spirali sempre pi piccole, cos i due assassini, incaricati dal vecchio padrino di abbattere i traditori, si avvicinavano alla vittime. Incrociarono l'auto dove viaggiavano Abbinante e Di Lauro da lontano. La riconobbero e ne seguirono la tracce fin sotto la casa di La Monica, per poi tornare indietro. A distanza di tiro, il conducente diede una boccata di carburante a motore della Henduro, perch il rombo dei pistoni coprisse il rumore dei colpi di pistola. Ma qualcosa and storto. Abbinante si accorse appena in tempo dell'agguato, lanci uno sguardo nello specchietto retrovisore, dove comparve all'improvviso la sagoma della canna della rivoltella, e imbocc una scorciatoia. I killer accelerarono e iniziarono a sparare in strada, all'impazzata, senza curarsi troppo dei passanti e della mira. A quell'ora, via Cupa dell'Arco era quasi deserta. L'auto sband, ma Abbinante riusc a tenere fermo il volante e a scappare verso corso Secondigliano, dove lui e Di Lauro sarebbero stati al sicuro tra la gente che affollava i negozi. Il rumore delle detonazioni aveva attirato una volante in perlustrazione in zona, che accese la sirena e raggiunse il luogo dell'agguato. Troppo tardi. I sicari erano gi fuggiti, ma i proiettili, comunque, avevano raggiunto l'abitacolo.
Il sole era tramontato e il parcheggio si era svuotato. Il magistrato ordin al poliziotto di sospendere la verbalizzazione e di sistemare le audiocassette nella cassaforte. Avrebbero continuato l'indomani.
Si salvarono per miracolo. Di Lauro rimase illeso. Abbinante, invece, dovette essere ricoverato al Cardarelli. Era stato ferito, tagli corto il pentito, stanco. Aveva parlato per pi di cinque ore, senza fermarsi mai, bevendo solo un bicchierino di caff.
Il giorno dopo, il collaboratore di giustizia si era attrezzato, a suo modo: aveva chiesto un paio di panini e una bottiglia d'acqua minerale in vista della lunga giornata di confessioni. Alle 14:30 precise, il pubblico ministero entr nella stanza con il PC portatile e il registratore per riprendere l'interrogatorio. Prima di partire, per, aveva lanciato uno sguardo ai titoli del giornale che aveva comprato l'agente, che lo stava attendendo seduto alla scrivania. C'era scritto, a caratteri cubitali, Mattanza a Secondigliano. Tre morti in un giorno: una passante, soltanto grazie alla fortuna, non era rimasta coinvolta nella sparatoria.
Il collaboratore incroci lo sguardo del magistrato e disse: Con Paolo Di Lauro una cosa del genere non sarebbe mai accaduta. E scosse il capo, come a rimpiangere i bei tempi andati.
Il magistrato sistem tutto e apr di nuovo l'agendina Moleskine. Sfogli le ultime pagine, su cui aveva annotato le proprie riflessioni, e fece segno al poliziotto di iniziare a trascrivere.
E poi che cosa successe dopo l'agguato?, chiese, mentre il contatore del registratore riprendeva il suo lento giro.
Che l'appuntamento di quella sera salt, naturalmente, rispose il collaboratore di giustizia, che si era appuntato sul foglio di carta da dove riprendere il discorso. Ma nessuno aveva il coraggio di accusare l'altro n dell'agguato n dell'ammanco di cassa. Ognuno fingeva, dal lato suo, e si dimostrava amico con l'altro. La Monica era convinto che la prossima volta sarebbe andata meglio e che i killer non avrebbero sbagliato mira, Di Lauro sapeva che la prossima volta per La Monica non ci sarebbe stata. Ormai uno dei due era di troppo a Secondigliano.
Ma realmente La Monica rubava dalla cassa comune?
Mah, questo io non lo so. Si diceva che non mandava pi i soldi ai carcerati coi vaglia postali. E questo era un compito di Paolo, i soldi passavano tutti per lui, quindi solo lui pu confermare, o smentire. Posso dirvi quello che penso io, dottore: sono convinto che fu pi la paura a far uccidere La Monica che la voglia di potere. La Monica era sospettosissimo e pi di ogni altro temeva proprio Di Lauro, perch era il pi intelligente tra di noi. Di Lauro l'aveva capito e, forse, ag prima che finisse lui sotto terra. Era un gioco di velocit.
Perch La Monica temeva Di Lauro?, si incurios il magistrato.
Lo sapete come si dice: il coraggioso teme il furbo e il furbo teme il violento. Paolo era quello che La Monica voleva essere: freddo, calcolatore, astuto e capace di tenersi lontano dai guai. Di Lauro non lo hanno mai sorpreso con una pistola, non girava armato. Non partecipava alle risse, non era un attaccabrighe. Sempre educato, sempre con una buona parola per tutti. La Monica lo sapeva che Mim Silvestri, quando si incazzava, era incontenibile. Di Lauro non si incazzava mai, ma era molto pi pericoloso, perch navigava sott'acqua e anche la storia dei soldi che mancavano potrebbe essere una sua invenzione. Perch era cosciente del fatto che solo puntando sul denaro avrebbe potuto convincere gli altri affiliati ad ammazzare La Monica, o - in alternativa - a non vendicarlo.
Ho capito, riprendiamo il racconto.
Il giorno dopo il fallito attentato, Di Lauro convoc i suoi amici pi fidati e mand un'imbasciata ai Nuvoletta. Abbinante non c'era, perch si trovava ancora in ospedale. Una pallottola gli aveva trafitto la spalla e necessitava di almeno una settimana di riposo. Il messaggio di ritorno da Marano arriv direttamente in serata. Era l'autorizzazione che Di Lauro attendeva, da parte dei Nuvoletta, per poter uccidere La Monica; una precauzione necessaria a causa dei legami del vecchio boss con Michele Zaza e, tramite questi, con la famiglia Gambino di New York. Sarebbe stato un suicidio attaccare La Monica senza avere le spalle coperte. E gli unici che potevano assicurare quel tipo di copertura a Napoli, a quel tempo, erano soltanto i Nuvoletta.
Si trovavano tutti nella villa di Di Lauro, in via Cupa dell'Arco. Ormai era in atto una faida. E di questo avevano consapevolezza. Il pi deciso era Mim Silvestri: Allora  tutto pronto, dobbiamo soltanto decidere chi viene con me, aveva preso a parlare all'inizio della riunione. L'odore del sangue gli era entrato nelle narici ed era ormai impossibile da fermare.
Ma non credi che  pericoloso? E poi mica Aniello sar cos stupido da cadere in trappola? Ci sar sicuramente un guardaspalle con lui, intervenne Raffaele Prestieri, che in quel momento pi degli altri cercava di mantenere la calma e di capire quali potevano essere le alternative ai proiettili.
S, ci sar Enzo, rispose Di Lauro. Ma io non me ne preoccupo. Gi me lo sono comprato. Rosario, domani mattina una persona ti aspetta dietro al Monterosa per consegnarti le armi. E ora non pensiamoci pi, tronc il discorso il giovane padrino.
La mattina dopo, il gruppo di fuoco composto da Paolo Di Lauro, Domenico Silvestri, Raffaele Prestieri e Raffaele Abbinante entr nell'auto e si nascose a poche decine di metri dall'abitazione di La Monica. Un affiliato, che era passato dalla loro parte, fece da esca. Per tradire il padrino volle un milione di lire. I soldi li anticip Di Lauro.
Citofon a La Monica e gli chiese di scendere, perch voleva mostrargli della refurtiva che avrebbe potuto interessargli. Fu convincente, perch molto spesso - in passato - gli aveva proposto oro e diamanti da acquistare, provento delle rapine nelle gioiellerie del nord Italia. E poi era insospettabile, perch tutti nel rione sapevano che aveva paura del boss.
Quando La Monica riattacc la cornetta, era comprensibilmente nervoso. Titubante sul da farsi: accettare l'offerta, oppure no. Il suo dubbio era anche di natura psicologica: un capo non pu rinchiudersi in casa, pensava, e se oggi non esco, non avr pi la possibilit di farlo per il resto della mia vita. Sar la mia condanna.
Dammi la pistola, disse al guardaspalle che era con lui in casa.
Aniello, la mantengo io. Se ci fanno un controllo,  meglio che prendono me che te. Non credi?, gli rispose pronto il "gorilla".
Hai ragione, scendiamo e facciamo presto che non voglio dare a nessuno l'occasione di colpirmi. Enzo, ci sono i proiettili nel tamburo?
Stai tranquillo,  tutto a posto.
Dopo due rampe di scale, La Monica era sul ciglio della strada. Url il nome del giovane che lo aveva cercato al citofono, ma non ce n'era traccia. Url di nuovo. Mosse qualche passo al centro della carreggiata, voltando le spalle alla traversa da dove sbuc a folle velocit l'auto con i killer a bordo. Url la terza volta. La Monica fece appena in tempo ad accorgersi della sgommata che si gir verso il guardaspalle. Ma Enzo, ormai, era dietro il cancello chiuso ad osservare la scena, con la pistola in pugno.
Un impatto tremendo travolse il vecchio boss mentre tentava di tornare sul marciapiedi. Il muso della macchina lo tramort, ma La Monica non cadde. Rest stordito, camminando come camminano gli ubriachi. A "zigzag". Si mosse da destra a sinistra, maledicendo il nome del guardaspalle. Il commando usc dalla vettura e fin la missione. Il primo a sparare fu Paolo Di Lauro, ma con una pessima mira.
Tu devi fare il capo, mica il killer, scherz qualche ora dopo Silvestri, battendogli una mano sulla spalla.
Infatti non prender mai pi una pistola in mano, ribatt pronto.
Cos moriva Aniello La Monica, il primo capo dei Secondiglianesi. Dopo l'imboscata, il commando era al sicuro in un appartamento dei Camaldoli, la collina che confina con le campagne di Poggio Vallesana, in attesa che arrivassero lei prime reazioni all'omicidio. E le reazioni, naturalmente, non tardarono ad arrivare.
Sono convinto di una cosa. Il dirigente del commissariato di Secondigliano ruppe il silenzio all'improvviso. Era stato il primo ad accorrere sul posto, dopo una telefonata anonima al 113 che avvertiva di una sparatoria con un morto. A terra c'era una macchia di sangue che sembrava salsa di pomodoro, tanto era denso: il corpo di La Monica era stato straziato dai proiettili. Aveva il braccio proteso verso il cancello di casa, come in un ultimo - disperato - tentativo di arrivare al sicuro.
Sono convinto che la morte di La Monica  funzionale a un progetto, perch gi da un po' di tempo avvertivo che nell'aria qualcosa stava cambiando. Sono scomparse le bancarelle dei contrabbandieri. Passa per corso Secondigliano, non ce n' pi nessuna in giro. Ora, tutte queste persone che fine faranno?, si interrogava ad alta voce, mentre camminava lungo il marciapiedi su cui giaceva il corpo senza vita del vecchio padrino.
Si troveranno un'altra attivit,  logico, rispose un agente che veniva dalla Sicilia e che era abituato a ragionare immedesimandosi nei delinquenti a cui dava la caccia. L'ufficiale se l'era portato appresso perch si riconosceva in lui, molto intuito e modi spicci. I due poliziotti sapevano che l'esecuzione di un capoclan pu segnare la fine, ma anche l'inizio di una organizzazione malavitosa. E ora osservavano quella scena orribile con tanti dubbi e una grande paura in fondo al cuore. Il problema  capire quale sar quest'altra attivit... Non si stanno nemmeno pi facendo le estorsioni. I negozianti sono terrorizzati. Non sanno a chi devono rivolgersi. Hanno paura che succeda qualcosa. Due giorni fa un mio informatore mi ha chiesto se c'era in previsione qualche scarcerazione. Voleva sapere se, finalmente, qualcuno sarebbe tornato a chiedere il pizzo. Perch, finora, nessuno si sta muovendo, aveva concluso il pi giovane, iniziando a raccogliere le notizie per la relazione di servizio sull'agguato, che compil con queste parole.
Il giorno 1 maggio dell'anno 1982, in questa via Cupa Vicinale dell'Arco, in Secondigliano, personale del locale commissariato, intervenuto a seguito di una telefonata anonima, ha rinvenuto il corpo privo di vita di La Monica Aniello, in atti generalizzato, attinto mortalmente da numerosi colpi di arma da fuoco esplosi da ignoti. Il La Monica, pregiudicato per contrabbando, reati contro la persona e il patrimonio, porto e detenzione illegale di arma da fuoco, gi denunciato per il reato di associazione per delinquere e omicidio, era da considerarsi il capo zona di Secondigliano per conto dell'organizzazione camorristica nota come "Nuova famiglia", facente capo ai noti pregiudicati Zaza Michele, Bardellino Antonio e Nuvoletta Lorenzo. Non  stato possibile rintracciare alcun testimone, n ottenere informazioni di natura confidenziale, perch dei residenti nessuno era presente in strada al momento dell'agguato.  probabile che il commando assassino sia giunto su| posto a bordo di un'auto, visto il ritrovamento di alcune strisce sul l'asfalto provocate da una brusca frenata. A sparare sono state diverse armi da fuoco, almeno tre di calibro differente.
Pochi istanti dopo arriv anche il capo della Squadra mobile, Antonio Ammaturo, il coraggioso poliziotto che stava indagando sul sequestro Cirillo e sui rapporti tra camorra e politica. Lesse la relazione di servizio e si ferm a osservare la scena del delitto: not che La Monica non era armato e che non c'erano i suoi uomini di fiducia in giro. Questa assenza lo incurios molto, perch per gli affiliati a un clan  un dovere vegliare il cadavere del boss caduto sotto il piombo nemico. Raccolse un altro po' di materiale, utile per le indagini, e ordin di perquisire l'abitazione di La Monica. Poi, torn in ufficio.
Il questore dell'epoca aveva un nome letterario, quasi epico, ma scarsa dimestichezza con i fatti di camorra: Walter Scott Locchi si sentiva franare sotto i piedi il terreno ogni volta che dalla Squadra mobile gli telefonavano per avvisarlo di un omicidio "importante". Quello di La Monica, oltre ad essere importante, era anche "anomalo". Una doppia preoccupazione per il capo della polizia napoletana omonimo dello scrittore scozzese creatore di Ivanhoe, il cavaliere senza macchia e senza paura.
Il pentito aveva descritto quell'episodio con l'aria seria di chi gi sa come andr a finire. Il suo racconto, a volte, accelerava e poi decelerava; andava avanti di anni e poi tornava indietro per spiegare un retroscena, un aneddoto o per descrivere un personaggio.
Il magistrato lo incalz con altre domande sui rapporti tra La Monica e Zaza, poi gli domand dell'accordo con i Nuvoletta per eliminare La Monica.
Subito dopo l'attentato a Di Lauro e Abbinante, i Nuvoletta diedero l'assenso all'eliminazione di La Monica, perch ormai era andato a deteriorarsi anche il loro rapporto con Michele Zaza, il capo internazionale del contrabbando di sigarette a cui erano inizialmente legati. In pratica, i Maranesi vollero inviare un messaggio al loro ex alleato e lo fecero mandandogli la testa di La Monica come avvertimento. Il pentito aveva una conoscenza estremamente dettagliata del mondo criminale: sapeva leggere il significato di un gesto anche a distanza di anni e, cosa che sorprese molto il suo interlocutore, parlava con estrema prudenza di Di Lauro, limitandosi a riferirne il nome soltanto quando era necessario. Molto pi spesso, utilizzava il pronome personale "lui". Aveva ancora un grande senso di rispetto.
Ma perch Zaza e i Nuvoletta avevano rotto l'accordo?, gli domand il magistrato. In realt era una domanda trabocchetto, perch conosceva i retroscena della guerra di camorra degli anni Ottanta, ma voleva saggiare le nozioni del collaboratore di giustizia.
Dopo aver sconfitto la NCO di Cutolo, all'interno del cartello vincente iniziarono a sorgere le gelosie, i disaccordi, i sotterfugi e i tradimenti. Zaza si era trasferito in pianta stabile in Francia, ormai non passava pi da Napoli e anche il contrabbando con il Montenegro aveva assunto una dimensione internazionale, che sfuggiva al controllo degli altri gruppi partenopei. Saltarono gli accordi commerciali, i soldi non arrivarono pi ai vecchi soci e cos inizi una seconda guerra, questa volta tutta interna alla Nuova famiglia, o meglio tutta interna a quella che una volta era la Nuova famiglia: da un lato i Nuvoletta-Gionta e dall'altro i Bardellino-Alfieri. In quel contesto, si inseriva il delitto di La Monica, il cui unico testimone, Enzo il "guardaspalle", un paio di giorni dopo and a confessarsi da un parroco del centro storico. Entr nella sacrestia e cadde in ginocchio a piangere, singhiozzando. Raccont molto, ma non tutto. Il prete, attraverso la grata di divisione, ne ascoltava le parole di fuoco, il pentimento per aver ucciso mio padre. Quando se ne and, con il cuore a pezzi, lasci sull'inginocchiatoio la pistola. Di lui non se ne seppe pi nulla, ma gli anziani custodi del cimitero dove venne sepolto Aniello La Monica ricordano che sulla tomba del boss, per mesi, non mancarono mai fiori e una confezione di pane fresco, come se, a volerlo ringraziare, fosse qualcuno che non aveva voluto dimenticare chi gli aveva dato da mangiare.
Le indagini sull'uccisione di don Aniello rimasero ferme per un po', perch elementi concreti per intervenire contro mandanti ed esecutori non c'erano. Erano convinti, gli investigatori, che si trattasse di un fatto interno al clan di cui la vittima era il capo, non di un assalto all'arma bianca di qualche gruppo rivale per la conquista di Secondigliano. Lo avevano confermato anche alcuni confidenti della polizia, nella prima fase dell'inchiesta. Restava, per, il dubbio: chi aveva avuto l'ardire di uccidere un boss, se poi non ne prendeva il posto? Ai funerali del vecchio padrino c'erano tutti i suoi luogotenenti, dal primo all'ultimo. Alcuni agenti in borghese della Squadra mobile parteciparono al corteo funebre, confusi tra la folla.
Notarono che alcuni giovani del clan minacciavano gli esercenti che non volevano abbassare la saracinesca in segno di lutto. I poliziotti li fermarono e li portarono in Questura. I negozianti addirittura li difesero, sostenendo di essere loro amici. Dissero che la richiesta di chiudere il negozio era un atto dovuto davanti a un morto, ma non furono creduti. Quando gli raccontarono l'episodio, il vicequestore Antonio Ammaturo si sent gelare il sangue. Chiese a un poliziotto della squadra anti-crimine di accompagnarlo a Secondigliano, perch voleva andare a parlare con quei commercianti.
Appena lo videro uscire dalla volante, i bottegai capirono di averla fatta grossa e si prepararono al peggio. Si aspettavano un'incriminazione, una denuncia, come minimo. Ma Ammaturo li convoc, uno per uno, cercando di convincerli con le buone a non accettare la violenza di quell'imposizione, a ribellarsi alla camorra. Ci riusc. Le botteghe riaprirono. Quella sera stessa, alcuni delinquenti del gruppo di La Monica spararono numerosi colpi di pistola sulle saracinesche dei commercianti "ribelli", quelli che avevano ascoltato il consiglio di Ammaturo. Un avvertimento che serv a poco. Anche il giorno dopo, infatti, i negozi riaprirono regolarmente e soltanto una piccolissima parte di esercenti - i prestanome del boss defunto, per intenderci - rispett l'ordine dei tre giorni di chiusura. Ma i giornali, non si sa perch, titolarono comunque sulle botteghe chiuse, disinteressandosi completamente di quelli che avevano sfidato l'arroganza dei "picciotti" del clan.  la legge dell'informazione a Napoli, dove la legalit non fa notizia.
E chiss se quei negozianti che il capo della Squadra mobile aveva convinto a respirare, pur soltanto per un giorno, l'aria libera degli uomini liberi, abbassarono davvero per rispetto le saracinesche un paio di mesi dopo, quel 17 luglio 1982, quando nella basilica di Santa Chiara cinquemila persone salutarono con un lungo applauso le bare di Antonio Ammaturo e del suo autista, ammazzati da un commando delle Brigate rosse a colpi di mitraglietta, mentre si trovavano fermi a un semaforo in piazza Nicola Amore, nel cuore di Napoli. Chiss se sentirono realmente la necessit di rivolgere almeno una preghierina sfuggente, tra un cliente e l'altro, a quel servitore dello Stato massacrato dai terroristi in combutta con i camorristi che aveva insegnato loro a non arrendersi alla violenza della malavita.
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La cosa importante  l'organizzazione. E il silenzio, soprattutto. D'ora in poi, ci riuniremo qui. Una volta al mese e appena ne avremo bisogno.
Paolo Di Lauro aveva assunto un altro atteggiamento da quando era morto La Monica. Se prima era silenzioso, ora era muto. Aveva preso l'abitudine di chiudere le imposte delle finestre anche di giorno e di dormire pochissimo. All'alba era gi sveglio e con i polmoni pieni di tabacco. Non si faceva vedere quasi pi in giro, passava la maggior parte della giornata chiuso in casa. Aveva poco pi di trent'anni allora e le foto dell'epoca lo ritraggono con le basette ben curate e sempre ben vestito. Ormai era chiaro a tutti che a Secondigliano comandava lui, ma il suo sistema di potere era strano, perverso quasi. Non imponeva mai alcunch. Chiedeva, sempre con molta educazione. I suoi amici di infanzia gli volevano bene e iniziarono a volergliene anche i suoi affiliati, anche se dovevano ammettere di non capirlo proprio. Per prima cosa, il boss pens a come strutturare gli affari della cosca. Di Lauro non aveva studiato, ma aveva uno straordinario fiuto per gli affari. Probabilmente, se avesse scelto la strada della legalit sarebbe diventato un ottimo capitano d'industria, o un grande manager. Inizi col creare un direttorio, un consiglio di amministrazione che si occupasse di gestire il business del clan, affidando a ognuno dei suoi uomini di fiducia una porzione di territorio da controllare. Per s lasci il ruolo di "presidente" del CDA e due piccole deleghe: la gestione delle bische clandestine e la vendita delle lenzuola e dei giubbini contraffatti.
L'accordo con i Maranesi iniziava a produrre risultati ben oltre ogni aspettativa. Dalla Spagna salpavano navi con le stive imbottite di hashish e di cocaina. Dalla Turchia arrivava l'eroina e dall'Afghanistan la marijuana. La cocaina, a met degli anni Ottanta, non aveva ancora raggiunto in Europa il livello di consumo americano, toccato grazie soprattutto al cartello di Medellin di Pablo Escobar e ai suoi mille corrieri. Probabilmente Paolo Di Lauro non conosceva la storia del "Re della cocaina" colombiano, bench - strana coincidenza - avessero lo stesso nome, ma il sistema di approvvigionamento e di smercio organizzato dal cartello di Scampa assomigliava parecchio a quello sudamericano. L'organizzazione del clan rasentava quasi la perfezione. Il gruppo di Paolo Di Lauro monopolizz nel giro di pochi anni il traffico internazionale di stupefacenti in entrata e in uscita dalla provincia di Napoli. Perch, oltre a vendere al dettaglio, la cosca era capace di movimentare tonnellate e tonnellate di droga verso altre nazioni. Una multinazionale sommersa, il cui capo gestiva dall'abisso dell'anonimato uomini e mezzi, che aveva trasformato - dal punto di vista criminale - Secondigliano e Scampa nel "porto franco" pi ricco del Mediterraneo. Sembrava che fossero passati chiss quanti secoli da quando il gruppo aveva dovuto accontentarsi di una piccola percentuale guadagnata sulle dosi acquistate al rione Traiano, o a Ercolano. E tutto grazie a quella visita a Marano.
Ora, invece, strani giochi del destino, erano gli spacciatori del rione Traiano e di Ercolano che si rifornivano da loro. Com'erano cambiate le cose: era la loro piccola rivincita. Tutto si era evoluto in poco tempo. Anche i rioni dove erano nati avevano mutato fisionomia: tutto sembrava pi piccolo, perch erano loro a essere cresciuti a dismisura. Il modello organizzativo elaborato da Di Lauro aveva due innegabili vantaggi: consentiva una migliore divisione del lavoro - il che, come insegnano gli economisti,  alla base del successo di ogni attivit commerciale - e, per di pi, permetteva un controllo molto pi capillare delle aree di influenza. Se fosse possibile fare un parallelo con i sistemi di produzione industriale moderni, si potrebbe dire che il modello Di Lauro - nel mondo del crimine -  l'evoluzione del modello fordista, che consiste nella produzione di grandi masse di articoli in serie, cio senza nessuna variante, seguendo la logica della "massima rendita con il minimo sforzo". Il nastro trasportatore del clan - i venditori al dettaglio - era in funzione, infatti, giorno e notte e assicurava un flusso ininterrotto di bustine di droga ai clienti, senza dover affrontare alcun tipo di problema organizzativo, n tecnologico: il massimo profitto con il minimo rischio, appunto, se non quello di incorrere nei controlli delle forze dell'ordine. Ma anche per questi inconvenienti c'erano rimedi e soluzioni adatte a ogni esigenza. Le vedette in moto perlustravano i rioni e le piazze di spaccio, mentre i pali - fermi in strada, sotto la pioggia o il sole battente - tenevano d'occhio le vie di fuga per i pusher. Ognuno aveva un ruolo, come nelle migliori aziende: c'erano quelli che vendevano, quelli che li rifornivano e quelli addetti alla sicurezza, utili casomai qualche tossico non avesse voluto saldare i vecchi debiti. Il sodalizio di via Cupa dell'Arco - per volere del boss - era stato strutturato come una moderna societ non solo nelle competenze, ma anche nelle finalit. In seno al clan c'era la possibilit di fare carriera, per i pi intraprendenti, e c'era anche la possibilit di passare da una funzione all'altra: da gregario a killer, o a capo zona. Bastava dimostrare soltanto seriet e rispetto delle regole e la "meritocrazia" del crimine avrebbe premiato i "migliori".
La droga veniva nascosta nei giardinetti o sotto le auto in sosta. In una notte si alzavano recinzioni e muretti di cemento a tutela degli spacciatori, mentre nelle strade dove si rifugiavano i custodi dello stupefacente venivano installati - nel giro di qualche ora - dissuasori di velocit e paletti per impedire gli inseguimenti da parte delle volanti e delle gazzelle dei carabinieri. Le edicole votive, coi volti sereni della Madonna o di Padre Pio, proteggevano le dosi di eroina e le palline di cocaina da occhi indiscreti. Il pullman dei drogati, la famigerata Linea R5, non smetteva un attimo di traghettare dalla stazione centrale di piazza Garibaldi legioni di "visitors", come i camorristi chiamano i tossici all'ultimo stadio, ma al giro di ritorno qualcuno mancava sempre, c'era sempre qualche passeggero in meno. Poi era compito della polizia andarlo a trovare in qualche aiuola della zona, con la siringa ancora nel braccio e l'accendino affianco. Riverso su un lato, che non respirava pi.
A met degli anni Ottanta era questo lo scenario che si presentava agli occhi degli investigatori; i tranquilli rioni di un tempo, dove al massimo c'era qualche rapina o qualche furto d'auto, erano soltanto un ricordo. Le nuove leve della malavita avevano trasformato la citt perfetta dell'architetto Franz Di Salvo in una suburra inespugnabile. In una guarnigione corazzata.
Dell'allarme droga a Napoli si occup - a quel tempo - il servizio televisivo pubblico, che mand in onda un documentario che venne presentato alla stampa con queste parole.
I ragazzi, tra i quattordici e i sedici-diciassette anni, davanti alla telecamera raccontano le loro esperienze con toni a volte distaccati. Come Salvatore, quindici anni, e Ciro, di sedici, ripresi al tavolo di un ristorante. La loro storia  tra le pi inquietanti. Il secondo spiega come, dopo aver ricevuto un ordine dal suo "capo" con il quale aveva parlato al telefono, uccise un uomo, una donna e il loro cane. Salvatore gli a dice: Io non potrei mai uccidere una persona. Sparare alle gambe s, ma ad ammazzare non ce la farei. Ciro risponde: Li ho ammazzati tutti e tre, marito, moglie e cane. Il cane non avrebbe parlato, lo so. Ma se fai un lavoro devi farlo bene. Devi fare quello che ti dicono. E nelle immagini del documentario si susseguono testimonianze che parlano di ragazzini avvicinati dai boss quando hanno appena dieci-undici anni, chiamati a spacciare droga o a custodire armi. Ma c' anche Salvatore, diciassette anni, che dice di voler uscire fuori, di voler imparare un mestiere: Ai miei amici glielo dico sempre: mafiosi si nasce non si diventa. Ragazzi che uccidono, spacciano e consumano droga, bambini che vivono nei quartieri-ghetto di periferia, nei vicoli del centro a antico, e diventano la "manovalanza" dei clan.
La magistratura, comunque, non  che restava a guardare, ma si fermava al primo livello. Continuava a catturare decine di spacciatori, che venivano sostituiti a un ritmo impressionante, come in una catena di montaggio; riusciva a bloccare qualche trafficante, intuendo che il giro grosso non lo gestivano quelli che rischiavano in strada. Sequestrava qualche importante partita di droga, ma niente di pi. Gli inquirenti non andavano oltre la manovalanza del crimine. Nient'altro. La scala a chiocciola che portava ai vertici dell'organizzazione era sempre pi stretta e ripida a mano a mano che ci si avvicinava alla sommit.
I racconti del pentito stavano iniziando a descrivere una realt molto pi vicina a quella attuale, fatta di violenza e di affari, rispetto a quella caratterizzata dai sistemi criminali primitivi di La Monica, il boss che voleva tenere la tratta degli stupefacenti lontana dalle sue terre e dalle sue genti. Agli occhi del magistrato andarono a delinearsi le caselle spazio-temporali nei quali collocare i nomi dei capi, delle vittime, i fatti, i numeri. Era un puzzle che lentamente prendeva forma, non soltanto un romanzo criminale. Era una storia che si intrecciava con le sballate strategie urbanistiche del comune di Napoli, con una stagione della politica fatta di grandi promesse e di meschine realizzazioni. Se un motivo c' per cui Paolo Di Lauro ha potuto, in vent'anni di potere invisibile, costruire un impero di centinaia di miliardi  perch nessuno si  preoccupato di capire realmente come vivessero i residenti di quei rioni cos poveri. Certo non di turismo, o di terziario.
Ai politici forse non interessava nemmeno saperlo, anzi era una benedizione che ci fossero meno disoccupati in strada a reclamare il "posto fisso". Meno problemi, pi possibilit di manovra. Se gli abitanti di Secondigliano erano cos intelligenti da trovare sistemazioni alternative a quelle assicurate dallo Stato tanto meglio. Bravi loro. Non  un caso, infatti, che a Secondigliano e a Scampa siano sorte pochissime liste di disoccupati organizzati e che da quei due rioni siano arrivati ben pochi problemi di ordine pubblico per le istituzioni: niente pullman incendiati, n blocchi stradali, tanto meno clamorosi gesti di protesta cui sono abituati gli sfortunati automobilisti che si trovano a passare al centro durante le manifestazioni dei senza-lavoro, imbottigliati nel traffico a causa delle minacce di suicidi collettivi davanti alla sede del Comune o della Regione Campania.
Semplicemente, quegli uomini e quelle donne che si rivolsero a Di Lauro per avere un'occupazione, credettero pi alle promesse dell'Antistato che a quelle dello Stato. A Napoli pu capitare che un camorrista abbia pi carisma e dimostri pi affidabilit dell'intera classe politica.
Il maggiore problema che il giovane padrino si trov inizialmente ad affrontare fu il posizionamento del suo clan all'interno di una mappa criminale affollata di gente spietata, a tutti i costi vogliosa di conquistarsi un proprio spazio e una propria autonomia. Ci si era verificato perch, con la disgregazione della Nuova famiglia, il cartello che aveva sconfitto Raffaele Cutolo e che poi era imploso sotto il suo stesso peso, il territorio cittadino e quello provinciale erano rimasti sostanzialmente privi di una guida riconosciuta e autorevole. Il disegno di una super-cupola era tramontato con i sogni di lucida follia di Raffaele Cutolo e nei quartieri iniziavano a comparire le prime bande organizzate, disposte a tutto pur di guadagnare con il traffico di droga e con il racket. Ce n'era una per rione, spesso una per strada. Era come se uno specchio si fosse rotto e ogni frammento di vetro, rimasto sul pavimento, rappresentasse un piccolo "regno" da conquistare e da difendere con il fuoco e con le fiamme. Di Lauro avrebbe dovuto prendere le dovute contromisure - presto, per giunta - per impedire che gli altri gli saltassero alla gola e lo azzannassero. Ma c'era un limite nella sua visione strategica dell'attivit camorristica, lo stesso limite che hanno tutti gli uomini di pace: la difficolt a prevedere una guerra. Certo, c'erano i Nuvoletta a difenderlo, ma porsi troppo sotto l'ala protettiva dei Maranesi avrebbe significato abdicare alla leadership sul territorio e, quindi, declassarsi automaticamente a succursale commerciale del gruppo di Poggio Vallesana a Secondigliano. L'esatto opposto di quello che volevano Paolo Di Lauro e i suoi soci: avevano rischiato l'ergastolo per svincolarsi dal controllo di un capo e non ne avrebbero certamente accettato un altro. Perch con la fortuna - cos pensava il padrino - ci puoi fare l'amore una sola volta nella vita.
Vedete dottore, continu il collaboratore di giustizia, Di Lauro nasce come venditore porta a porta di biancheria intima, mica come assassino. In pratica, all'inizio era un magliaro. Girava per l'Italia e vendeva la merce che gli procurava La Monica. Fu cos che si conobbero. Ma invece di spenderli, Di Lauro, i soldi se li conservava e li investiva. A Torino, sul finire degli anni Settanta, aveva un bel giro di affari. Quando ritorn a Napoli apr un paio di bische clandestine a Casavatore e nel rione Berlingieri, gestite insieme a un tale Nicola Rispoli. Non sapeva che cosa significava organizzare un gruppo di fuoco, recuperare le armi, le munizioni, cancellare le tracce di polvere da sparo dalle mani. Era ed  totalmente ignorante sugli aspetti militari della camorra. Per dirvene una Di Lauro non  mai stato arrestato, n condannato per una rapina o per un episodio di violenza. Quando vedeva gli altri del gruppo di La Monica che si calavano la pistola nella cintola, scuoteva la testa. Diciamo che poi, col tempo,  diventato "Ciruzzo 'o Milionario". Ma la stoffa ce l'aveva pure da giovane e l'ha dimostrato ampiamente, pur se con qualche limite.
Gi, Ciruzzo 'o Milionario: il soprannome del padrino che tanto incuriosiva il magistrato. Ma perch "Ciruzzo"? Che! cosa significa?, incalz il PM.
Da quello che so, Ciruzzo non gli piaceva come soprannome. Anzi, una volta s'incazz con un giovane di Secondigliano, che gli avevano portato a conoscere, perch invece del nome di battesimo us il soprannome. Ma che cosa significhi esattamente, io non lo so.  Ciruzzo, ma poteva essere pure Lello, Michele o Gennaro. L'unica cosa che gli interessava era l'anonimato, continuare a lavorare nell'ombra. Era ossessionato dal fatto che gli altri potessero parlare di lui liberamente, perch - essendo una persona intelligente - sapeva che non poteva fidarsi di nessuno. Nemmeno degli amici pi stretti. A Napoli non siamo in Sicilia, dove c' l'omert vera, quella che fa paura; qua la persona pi riservata come minimo fa l'informatore della polizia o dei carabinieri. E figuratevi quelli che hanno l'abitudine di parlare a ruota libera, mandano in galera la gente senza nemmeno accorgersene. Credo comunque che l'origine del soprannome sia collegato con la sua attivit di giocatore di poker e di frequentatore delle bische clandestine, disse sbrigativamente il collaboratore di giustizia, che non voleva perdere il filo del discorso. E riprese a raccontare del patto con don Lorenzo Nuvoletta e dei primi problemi che la holding di via Cupa dell'Arco aveva dovuto affrontare.
Come dicevo prima, con la morte di Aniello La Monica, a Secondigliano si era spezzato un equilibrio. Non c'era pi alcun capo capace di rispondere agli eventuali attacchi dei nemici e di tenere sotto controllo la situazione da un punto di vista militare. Non vi scordate che c'erano ancora gli ultimi scampoli della guerra con i cutoliani, gente feroce e spietata. Non ci avrebbero messo molto a radere al suolo l'organizzazione di Di Lauro, se soltanto l'avessero voluto.  vero, in zona comandava il suo gruppo, ma lui si stava specializzando nel traffico di stupefacenti e agiva senza farsi troppi problemi di strategie di combattimento. Gli uomini del clan facevano molti soldi, eppure all'inizio non avevano una propria batteria di fuoco, c'era soltanto qualche vecchio killer a disposizione. Lavorava, come si dice?, a cottimo. Era pagato a omicidio. Ogni morto ammazzato, due milioni di lire. Dopo un po', si ruppe le palle e chiese di essere trasferito ad altra "mansione", perch nessuno si decideva a commissionare un agguato e lui, certo, non poteva morire di fame. Poca cosa - insomma - per difendere l'enormit degli interessi in gioco. Non pass molto tempo che iniziarono ad arrivare a Secondigliano gli emissari dei clan della citt. Dei Giuliano di Forcella, dei Quartierani..., riprese a narrare il collaboratore di giustizia, aumentando il ritmo.
Chi sono i Quartierani?, lo interruppe il magistrato.
Quelli dei Quartieri Spagnoli, il gruppo che comprende le famiglie di via Toledo, di Montecalvario e di piazza Dante.
Ho capito, continua.
Quelli della citt, riprese, volevano capire che cosa si faceva a Secondigliano ora che non c'era pi La Monica; chi era questo Di Lauro; se dovevano preoccuparsi o meno: a quel tempo iniziavano a uscire nomi "importanti", come Luigi Giuliano, Francesco Maliardo, Ciro Mazzarella. Protagonisti della guerra con Cutolo, reclamavano giustamente la loro parte di bottino e non avrebbero di sicuro permesso a Di Lauro di arricchirsi, senza piantargli i loro artigli alle spalle. I pi preoccupati della forza e del prestigio del nuovo gruppo erano proprio i Giuliano. Sono sempre stati un po' megalomani, invidiosi di chi potesse oscurarli. Da quello che so, ci fu una riunione in vico Carbonari, a Forcella, a cui fu invitato pure Di Lauro, per fare un po' di chiarezza sui nuovi affari e sui territori da controllare. Solo che il summit si concluse con un blitz. Se non sbaglio, Di Lauro fu arrestato mentre stava guardando la televisione insieme a Guglielmo Giuliano. Stette in carcere un paio di mesi: lo accusavano di far parte del clan Giuliano. Senza saperlo, i poliziotti avevano catturato il futuro capo del clan pi ricco della Campania e credevano che fosse una mezza tacca, un guardaspalle di Loigino.
E come and a finire?
Lo trasferirono da Poggioreale a Santa Maria Capua Vetere, dove lui diede dimostrazione della sua capacit di uscire dai guai senza grossi problemi.
Perch, che cosa successe?
Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, Di Lauro era stato messo nel padiglione dove c'erano i Casalesi, che in quel momento erano in rotta con i Nuvoletta, di cui era alleato. Temendo che potessero ucciderlo, Paolo corruppe una guardia penitenziaria e si fece trasferire in un altro penitenziario dove attese l'arrivo della sentenza di assoluzione. E pensare che il PM aveva chiesto sette anni di carcere. Da allora, ai summit di camorra non lo videro pi.
Uscito di galera, Di Lauro si trincer di nuovo nel suo bunker, riducendo al minimo le missioni diplomatiche fuori dai suoi confini. Ma, per evitare di urtare la suscettibilit degli altri padrini, adott una strategia di grande intelligenza. Non ruppe i rapporti con le famiglie della citt, anzi si dimostr sempre disponibile a farle partecipare al business e non neg mai un aiuto - finanziario, o di uomini - a chi era momentaneamente in difficolt. Era questo il suo pregio: non suscitare l'invidia degli altri, perch l'invidia avrebbe portato a guai ben pi seri. Cos, a chi minacciosamente gli mostrava la fondina, lui non rispondeva tirando fuori il fucile: piuttosto, lo invitava a fare soldi assieme acquistando qualche sostanziosa partita di stupefacenti. Era la sua assicurazione sulla vita. Nessuno lo avrebbe attaccato, finch fosse stato in grado di creare ricchezza. Per s e per gli altri. Ne aveva fatta di strada, da quando - nel 1971 - era stato denunciato per la prima volta per guida senza patente. L'infrazione del vecchio articolo 80 era stata la prima segnalazione sul suo casellario giudiziario.
Un altro giorno di interrogatorio era finito. Continuarono cos, per un mese e pi. Decine e decine di cassette registrate con la voce del pentito a raccontare l'ascesa criminale di Paolo Di Lauro e quella del magistrato a chiedergli delucidazioni, a porre quesiti, a sollecitare chiarimenti. Allo scoccare del secondo mese di interrogatorio, il PM raccolse tutto il materiale dattiloscritto dal poliziotto e inizi ad abbozzare una informativa, che doveva servirgli come introduzione alla richiesta di arresto nell'inchiesta che stava conducendo sui prestanome della camorra a Secondigliano. Un memoriale in cui riversare, purificato dagli aneddoti, la storia criminale del padrino di via Cupa dell'Arco.
Una sera accese il PC portatile e inizi a digitare sulla tastiera. Le origini del clan Di Lauro fu la frase che comparve sul monitor qualche istante dopo. Poi prese a scrivere, senza fermarsi fino alle tre del mattino. Scriveva e cancellava, perch inesorabilmente quello che doveva essere un'analisi giudiziaria sulla cosca assumeva i contorni del racconto. Proprio ci che rimproverava al pentito, quando arricchiva di tanti particolari gli interrogatori. Alla fine, dovette arrendersi all'evidenza. Pi cercava lo stile freddo e asettico dei documenti giudiziari, pi ne veniva fuori un reportage giornalistico. Uno quei lavori chiamati docu-fiction, a met strada tra la verit e la finzione. Alle 3:15 and a dormire, dopo aver riletto quello che d'istinto gli era passato per il cervello:
Via Cupa dell'Arco  una strettoia pi che una vera e propria strada. C' il campetto di calcio, l'unico di Scampa, ma nessuno ci viene a giocare. Qui vive Paolo Di Lauro con la sua famiglia. Nel cortile della villa c' parcheggiata una Lancia Delta integrale, coperta da una spessa coltre di polvere.  da parecchio che il proprietario non la usa. Negli anni Settanta, Paolo Di Lauro  solo uno dei tanti giovani di un rione che fornisce gli operai della malavita a Raffaele Cutolo o alla Nuova famiglia. I Secondiglianesi non hanno futuro nel crimine organizzato, possono salire di qualche gradino, ma come i Corleonesi restano sempre rozzi e ignoranti. Di Lauro inizia una anonima carriera da magliaro vendendo abiti contraffatti in Italia e in Europa. Tratta, per la maggior parte, biancheria intima. Poi arrotonda con le bische clandestine.  inserito nel gruppo di Aniello La Monica, il capo zona di Secondigliano, e quelli che lo conoscono pensano che sia troppo pauroso per fare il killer e troppo intelligente per recitare il ruolo di gregario. Insieme a lui ci sono Raffaele e Antonio Abbinante, Domenico Silvestri, Rosario Pariante, Raffaele Prestieri, Raffaele Cipolletta ed Enrico D'Avanzo. Gente sveglia, che sta imparando l'arte di comandare con la violenza. Di Lauro si occupa della contabilit del clan, il suo compito  quello di far arrivare le "mesate" ai picciotti in carcere grazie ai vaglia telegrafici.  un tipo gioviale, che ama scherzare. Talvolta, quando il lavoro di ragioniere del crimine gli lascia un'ora libera, soprattutto di sera, si diverte a far ubriacare qualche anziano del rione dove abita e a farlo camminare in mutande in strada. Non si direbbe che  affiliato a un clan di camorra; soltanto la cadenza, marcatamente dialettale, lo tradisce. Altrimenti, con i vestiti sempre in ordine e i capelli pettinati e le basette curate, potrebbe tranquillamente passare per un impiegato. Racconta un collaboratore di giustizia: La Monica era il pi feroce avversario in quegli anni di Raffaele Cutolo... Faccio presente che Licciardi, Bocchetti e altri ogni mattina andavano a prendere ordini da La Monica, il quale li riceveva nel luogo denominato "miezz all'arco", che era il suo quartier generale. Aggiungo ancora che nel 1980 il nome di La Monica era legge in tutta Napoli e clan del tipo dei Giuliano di Forcella, dei Cavalcanti e degli Abbate di San Giorgio a Cremano venivano a Secondigliano a prendere disposizioni. In quel periodo, don Aniello viveva vicino a un bar - usato come punto di ritrovo - e a un negozio di abbigliamento che aveva un'insegna con su scritto "Pyton", dal nome del tipo di revolver che lui preferiva e che portava sempre con s. Era talmente spietato e pericoloso che per vendicare l'omicidio di un suo amico, Antonio Palmieri, avvenuto nel padiglione San Paolo del carcere di Poggioreale, si mise a capo di un gruppo di fuoco e non ebbe pace finch non riusc ad individuare il boia della NCO, ormai uscito di galera. Quando lo uccise, gli tagli personalmente la testa.
Ma erano metodi che Di Lauro disapprovava e ne discuteva spesso con i suoi uomini di fiducia, perch - pur non essendo un capo  aveva gi un piccolo seguito di persone affascinate dai suoi modi educati, dalla capacit di vedere pi lontano degli altri, dal sangue freddo dalla determinazione di ferro. Gente incuriosita da quella riservatezza ossessiva, dal desiderio di accontentare tutti e di non lasciare ad alcuno motivi di vendetta o di risentimento, da quel carattere che alternava momenti di euforia ad altri di assoluta intrattabilit. Gi allora, il giovane Di Lauro assumeva un comportamento incomprensibile agli occhi degli altri affiliati. Non girava armato e si teneva lontano da tutti quegli episodi - risse, spedizioni punitive, scorribande - che potessero esporlo e portarlo all'attenzione degli organi di polizia. Non  un caso, infatti, che non abbia mai commesso quelli che gli organi di polizia chiamano reati di sopravvivenza: furti, rapine, scippi. Ha sempre viaggiato a una velocit superiore a quella degli altri e quando gli affiliati di La Monica pensavano a come spremere i negozianti della zona con le estorsioni e l'usura, lui li lasciava fare e non partecipava agli affari. Perch non erano quelli gli affari che gli interessavano.
Il magistrato aveva affinato di molto quella sua abitudine di segnare sull'agendina Moleskine le frasi importanti dell'interrogatorio: ora, oltre alle risposte, si segnava anche le domani de che gli venivano in mente mentre guidava, mentre camminava. L'enigma nel quale era sprofondato lo affascinava sempre di pi. E anche il memoriale che stava scrivendo cresceva di pari passo: dentro ci riversava note, appunti e riferimenti a interrogatori di altri pentiti che avevano parlato della camorra di Secondigliano, stralci di sentenze e di ordinanze di custodia cautelare. Tutto ci che gli pareva utile, insomma.
Quando ritorn a interrogare il pentito, dopo qualche giorno di ferie, gli chiese altri dettagli. A cominciare dal rapporto tra Di Lauro e Silvestri. Il collaboratore aggrott un po' le ciglia. Si mise la testa tra le mani e inizi a parlare.
Paolo, ci hanno mandato una imbasciata da Forcella. Ci chiedono di partecipare a una riunione per dividere il gioco del bancolotto con noi.  un segno di rispetto. Non puoi non andarci, disse Mim Silvestri, che ormai stava diventando sempre pi intraprendente e, sotto sotto, iniziava a criticare le scelte troppo prudenti di Di Lauro. Lui era un impulsivo e anche se, all'interno del gruppo, avevano lo stesso livello di potere, il capo di fatto era Ciruzzo 'o Milionario.
Infatti, lo so che significa un gesto di rispetto. Digli che  un affare che non ci interessa e fagli arrivare cinque milioni come regalo personale mio. E digli pure che stiamo a disposizione per qualsiasi cosa, ma dopo l'ultima volta non ci rimetto pi piede a Forcella, liquid la faccenda il giovane boss. A quel tempo, il gioco del Lotto nero era uno dei degli affari pi ricchi per la criminalit organizzata, secondo solo alla droga. Le giocate illegali sulle dieci ruote se l'era inventate Loigino Giuliano, in collaborazione con i clan dei Quartieri Spagnoli e con il gruppo di Gennaro Licciardi, e ogni mese, secondo alcune stime, fruttavano alle organizzazioni qualcosa come trecento milioni di lire in contanti. Ma era un business che non interessava al padrino di via Cupa dell'Arco, consapevole che entrare in affari in casa loro significava automaticamente ritrovarseli in casa propria, a pretendere di dividere tutto. E poi, forse, a Di Lauro lo stile dei Forcellesi nemmeno piaceva: troppo chiacchierato, troppo rumoroso. Incline pi alla forma che alla sostanza. Uno stile che forse non sarebbe dispiaciuto agli altri soci di Di Lauro, a Silvestri in particolare, ma che al padrino proprio non andava. Non  un caso, infatti, che i Giuliano siano stati, fin da subito, "martellati" da forze dell'ordine e magistratura per quei loro atteggiamenti, a met tra Al Capone e Larry Hagman, il perfido J.R. di Dallas, per quei gesti plateali di un potere effimero basato sulla dimostrazione di forza. E questa era l'ultima cosa che Di Lauro voleva: finire nel mirino degli investigatori per i suoi rapporti con i Forcellesi. D'altronde, in galera gi c'era stato, per colpa loro, e quindi il pegno l'aveva pagato. Ripetere quello stesso errore sarebbe stato imperdonabile.
Ormai la rottura tra i due amici era quasi insanabile, anche se nessuno dei due lo dava a vedere. Erano fatti l'uno diverso dall'altro, caratteri inconciliabili. Un giorno accadde che Silvestri alz la voce durante una riunione e zitt Di Lauro, davanti agli altri componenti del direttorio. Poi and via furibondo dalla villa e non si fece sentire per qualche giorno. Un mattina, lessero la notizia del suo arresto sui giornali. Era stato fermato per un vecchio mandato di cattura e ora doveva trascorrere un po' di mesi in carcere. Il clan gli fece comunque arrivare in carcere il mensile e gli procur l'avvocato difensore. Sembrava che non fosse accaduto nulla, Di Lauro non aveva deciso alcun tipo di punizione nei suoi confronti. Lo trattava come avrebbe trattato qualunque altro affiliato finito dietro le sbarre.
Nel frattempo, l'ordine pubblico a Secondigliano era ritornato ai livelli degli anni precedenti: il numero degli episodi microcriminalit era diminuito, le estorsioni ai piccoli negozianti quasi scomparse. Tutto era come prima. Una tranquilla dittatura.
Chi a quel tempo si fosse addentrato nel regno di Di Lauro avrebbe notato un particolare, che ha un forte significato simbolico: l'unica via di accesso al rione bunker del clan passava sotto un arco di un vecchio condominio di inizio Novecento, in stile liberty, ormai quasi completamente disabitato. Un arco da cui prende il nome la strada, appunto. Era propriet di una nobile, caduta in disgrazia proprio come il cemento della costruzione in cui viveva, oggigiorno venato dalle incrostazioni e dalle crepe del tempo che scorre inesorabile. Quell'arco sembrava il sentiero di ingresso in una realt parallela, che non aveva nulla in comune con quella che abitavano tutti gli altri. Attraversarlo significava penetrare in una dimensione diversa, dove la giurisdizione italiana non valeva pi e dove comandava soltanto una persona. Se fossimo stati nel Medioevo, il ponte levatoio e il fossato coi coccodrilli non avrebbero sfigurato ad ornare l'architettura decadente di un quartiere nato gi vecchio. E morente. Una volta superato l'arco, puzzolente di ombra e umidit, ci si inoltrava nella "cittadella", presidiata giorno e notte dai pretoriani della camorra: vedette non armate, che si scambiavano lunghi fischi, messaggi in codice di un linguaggio muto che puoi imparare soltanto se nasci da queste parti. In fila, le abitazioni dei soci e dei familiari di Paolo Di Lauro: schierate con i battenti perennemente chiusi, inaccessibili agli occhi dei curiosi e alle voglie dei nemici.
Era un marted mattina, quando si form una piccola folla davanti al bar dove, fino a qualche tempo prima, La Monica comunicava gli ordini ai suoi uomini di fiducia. Un cordone di quattro motociclette aveva recintato a semicerchio l'ingresso di un palazzo in cui viveva la famiglia di una bellissima ragazza, di cui tanti si erano invaghiti nel quartiere. Gli spasimanti avevano deciso di costringerla a scegliere uno di loro, Proprio come fecero i Proci con la moglie di Ulisse. Solo che la povera ragazza non era Penelope e non aveva alcuna tela da filare di giorno e disfare di notte. Le avrebbero impedito di uscire dall'edificio per chiss quanto tempo, se in quello stesso istante non fossero sopraggiunte altre cinque motociclette che si chiudevano ai lati attorno alla sesta, dove era in sella Paolo Di Lauro. Era la sua unica e sola passione: i motori. Pi le moto delle auto, a dire la verit. E per i motori perdeva un po' della sua prudenza e della sua voglia di invisibilit.
Il boss e la sua scorta scesero dal sellino e si avviarono nel locale, dove Di Lauro ordin la colazione per tutti. Si insospett, ben presto, della confusione davanti al palazzo a fianco e chiese a uno dei suoi uomini di andare a controllare. Appena il guardaspalle gliene rifer il motivo, chiam uno dei suoi gorilla - un tipo muscoloso, con la testa rasata a zero e con un tatuaggio sull'avambraccio sinistro - e gli disse di risolvere la situazione. Ma senza fare rumore, si premur di specificare. Quando il padrino usc dal bar, incroci le targhe dei motorini di quei ragazzi che sgommavano. Li aveva messi in fuga non certo per difendere l'onore della ragazza, ma per sua convenienza. Non voleva casini nel quartiere,  sempre stato cos. Aveva una concezione del suo ruolo che era a met tra il sindaco, un ministro e il Papa. Pretendeva che regnasse l'ordine nel suo territorio, perch era convinto che con l'ordine e la disciplina si poteva arrivare dappertutto. Forse, in questo Di Lauro era un poco "fascista".
Gli affari continuavano a gonfie vele e anche l'alta camorra aveva iniziato a guardare con interesse a quella nuova formazione criminale, che grazie a una attenta politica di consenso sociale era riuscita a ottenere la complicit di un intero quartiere e appoggi insospettabili. Matrimoni e rapporti di parentela a ragnatela avevano consolidato le alleanze criminali, fino a trasformare il gruppo in un blocco monolitico di potere e violenza. Gli edifici costruiti con i fondi per la ricostruzione del dopo-terremoto erano abitati da interi nuclei mono-familiari, che si imparentavano tra loro e, cos facendo, creavano la piattaforma su cui sarebbe poi stata eretta la fortezza di Ciruzzo 'o Milionario. Il gruppo di via Cupa dell'Arco inizi allora ad assumere le caratteristiche di una federazione familiare, con un altissimo grado di affidabilit, perch per un pentito  sempre pi difficile accusare un proprio parente che uno sconosciuto. Questo  stato uno dei punti di forza della holding, la capacit di veicolare il messaggio che identifica il sodalizio malavitoso come una grande "famiglia". Un messaggio a cui lo stesso boss non si  certo sottratto, anzi lo ha rafforzato sposando la sorella di Enrico D'Avanzo. In quest'ottica, il gruppo Di Lauro assomigliava pi che a un clan napoletano a una cosca calabrese, dove la discendenza di sangue indica la linea di comando e dove il tradimento  punito con la pena capitale.
Enrico D'Avanzo era il vero alter ego di Paolo Di Lauro, l'uomo di cui pi si fidava, a cui avrebbe affidato la propria famiglia e i propri affari. Si completavano a vicenda, i due cognati: furbo e diplomatico il secondo, minaccioso e autoritario il primo. D'Avanzo assomigliava parecchio a Domenico Silvestri come carattere, ma non aveva la sua ambizione. D'Avanzo  sempre stato consapevole che poteva avere un ruolo solo come numero due in seno all'organizzazione. E come tale  rimasto, anche quando Di Lauro gli ha lasciato il comando supremo, poco prima dell'offensiva della magistratura. Eppure, le deleghe che Ciruzzo 'o Milionario affidava ai suoi plenipotenziari non erano il gesto spontaneo di chi crede nella fedelt e nella lealt altrui, ma azioni calcolate, frutto di ragionamenti ponderati, valutati fino alle estreme conseguenze. E ci perch la strategia criminale del boss contemplava tutte le espressioni del potere: la forza e la tattica, l'intelligenza e la prepotenza. La capacit di fare i soldi e lo stomaco di spedire al camposanto i nemici, quando necessario. Di Lauro non  mai stato un accentratore, proprio perch era convinto che dare agli altri l'impressione di comandare  il modo migliore per governarli. Il cartello che stava costruendo anno dopo anno, mattone dopo mattone, doveva essere inattaccabile sotto tutti i punti di vista. Doveva essere inespugnabile alla indagini della magistratura e ai colpi di mortaio dei clan nemici. Il suo ruolo era ruotare gli uomini a seconda delle stagioni e delle necessit. Sapeva che aveva bisogno di Silvestri, perch era violento e spregiudicato, ma sapeva pure che aveva bisogno di Raffaele Prestieri, che gli assomigliava parecchio, riflessivo e capace di usare la lingua invece della pistola. Era un coordinatore di caratteri, un gestore di cervelli e di braccia. Il mediatore per eccellenza, pronto a indicare la strada meno rischiosa per fare affari a vantaggio di tutti, senza ingordigia e senza invidia. Il saggio che sognava di vivere in penombra, per meglio gestire l'impero nascosto che si stava costruendo da solo.
Perch, da solo, Ciruzzo 'o Milionario ha fatto tutto. Senza che nessuno lo aiutasse, senza che n la linea dinastica n fortuna gli portassero in dote una piccola eredit. Si  creato da solo, con la forza della volont e con una buona dose di saggezza innata, quella che ti consiglia quando parlare ma soprattutto quando stare zitto.  sempre stato uno che dispensava consigli, che ti offriva una soluzione a ogni problema. Il suo accento non appesantiva i suoi ragionamenti, le sue intuizioni o le sue fulminanti decisioni. Era puntuale, preciso nelle sue argomentazioni, sempre convincente. La voce cavernosa gli conferiva un tono serio, che non avrebbe ammesso repliche. E non per paura, ma per buon senso. Ogni sua decisione sembrava quella giusta. E quasi sempre lo era. Come quando decise di trasformare Secondigliano e Scampa nel pi grande centro di smistamento droga dell'area euro-mediterranea. Non c' posto in Europa, nei Balcani o nell'Africa del Nord dove un gruppo criminale abbia cos profondamente influito sui meccanismi di crescita del territorio. E non c' criminale nell'emisfero occidentale che abbia costruito, in solitudine, un impero delle proporzioni di quello di Di Lauro, in una sola generazione.
Di Lauro  una mente criminale di primo livello non perch abbia fatto la guerra allo Stato, come Toto 'u Curto, o perch abbia costretto lo Stato a scendere a patti, come Raffaele Cutolo, ma perch ha destinato, fatalmente, alla malavita organizzata una porzione gigantesca della terza metropoli d'Italia. L'ha marchiata a fuoco per gli anni, i decenni a venire. L'ha condannata al degrado sociale e all'emarginazione, identificandola con il commercio di stupefacenti.
 come se, all'improvviso, qualcuno si fosse impadronito di Milano 2, o di un quartiere di Roma. Dottore, mi capite? Di Lauro ha fatto la stessa cosa, per nessuno se n' voluto accorgere.  diventato il padrone di una parte della citt e l'ha trasformata, piegandola alle proprie esigenze e a quelle del suo clan.
Ma perch gli  stato permesso, chi  Di Lauro per permettersi di sostituirsi allo Stato e, soprattutto, perch ci  riuscito lui e non altri?, proruppe il magistrato.
E voi credete ancora alla storia di Stato e Antistato? A Napoli, l'Antistato mica sono quei quattro stracciapezze che spacciano la droga, o fanno le estorsioni. A Napoli, l'Antistato non esiste come contrapposizione allo Stato. A Napoli, l'Antistato  lo Stato che gioca sporco. E la camorra non  quella di cui scrivono i giornalisti. La camorra  l'economia invisibile che muove migliaia di braccia, che fa campare migliaia di famiglie, che d lavoro e ti permette di portare un tozzo di pane a casa. Sapete quanti napoletani sono stipendiati dalla camorra e non lo sanno? Aziende, alberghi, ristoranti, societ di import-export, finanziarie, istituti e centri di formazione, societ di vigilanza: a Napoli, l'unico vero capitalista  il camorrista, che rischia i propri soldi. Ora voi siete una persona intelligente, ma quando mai i miliardi di un boss sono stati sequestrati, o confiscati? Se voi chiudete un supermercato, che d lavoro a cinquanta persone, perch sospettate sia intestato a un prestanome, come fate a giustificare i licenziamenti? Ed  Stato quello che ti toglie il lavoro, mentre la camorra te lo offre? E ringraziate la Madonna che la camorra vi ha risolto un po' di problemi, se no altro che guerra civile....
Stai impazzendo, non ti riesco pi a seguire....
Io sono lucidissimo.  che non vi conviene starmi a sentire. Non potrete mai estirpare la camorra dall'economia, e quindi dalla societ, perch il rapporto si  capovolto, dottore. Non  pi la camorra che cerca l'imprenditore, ma  l'imprenditore che ha bisogno del camorrista. Certo, non di quello che gira con la pistola in tasca, ma del camorrista imprenditore che tiene i liquidi, i denari da riciclare e da investire. Guardateveli, gli imprenditori napoletani, i discendenti delle grandi famiglie: sono capitalisti coi soldi dello Stato. Guardateveli i proprietari delle ville a Capri, a Posillipo, quelli che vanno in frac alla prima del Teatro San Carlo. Pensate che a quelli l pure i soldi della benzina rimborsano. E allora andate a fare in culo tutti quanti, che forse  pi uomo un camorrista che rischia non solo i soldi, ma pure la vita....
 un discorso inaccettabile, non ti permetto di parlare cos, lo sai quanta gente onesta c' a Napoli, mica sono miserabili come te e come i compari tuoi?, batt il pugno sul tavolo il PM.
Mica ho detto che sono tutti mariuoli, io? Ho detto semplicemente che l'economia napoletana si fonda sulla camorra, in maniera diretta o indiretta.
Eh, semplicemente....
Ma tengo ragione, io. A Napoli, gli imprenditori veri non esistono,  gente che c'ha le pezze al culo. Pure Beppe Grillo lo ha detto: in Italia fanno i capitalisti statali. Ma Grillo si  dimenticato di dire che gli unici imprenditori veri rimasti in Italia sono camorristi e mafiosi.
Quindi Di Lauro  un imprenditore, secondo te?
Un grande imprenditore, secondo me.
Ah s? E i morti sulla coscienza non li calcoli, tu?
Voi mica mi avete chiesto se  una brava persona, no? Mi avete chiesto se lo considero un imprenditore capace. E io vi ribadisco di s. Perch quello che ha fatto lui, pochi altri sarebbero stati in grado di ripeterlo....
Ha venduto la droga per vent'anni. Ecco che cosa ha fatto il tuo eroe.
Non  solo questo. Ha creato un sistema commerciale e di potere alternativi a quello legale. Ha fatto un golpe e si  impadronito di un territorio. Lo ha difeso. Per vent'anni ha associato l'idea di droga a quella di Secondigliano. Chi voleva la droga migliore, poteva trovarla solo a Secondigliano. Ora  logico che difenda questa sua invenzione, questa sua grande intuizione.  un brevetto criminale tutto suo. Identificare un territorio con i prodotti che vi si vendono....
Il "marketing territoriale" dei clan, sorrise amaro il pub blico ministero.
Chiamatelo cos, io l'ho spiegato a parole mie. Resta il fatto che, se volesse, lo Stato potrebbe intervenire con azioni di forza e cercare di limitare i danni, invece di mandare avanti gli scrittori, coscienti e incoscienti, che sperano con un libro di cambiare le cose.
Anche io faccio parte dello Stato di cui parli e ti dico che lavoro dalla mattina alla sera e non ho delegato alcun mio compito a nessuno....
Voi no, come persona, ma lo Stato sembra che voglia illudere la gente sui problemi legati alla criminalit organizzata. Ora va di moda quel libro, Gomorra, che ha acceso una speranza in tante persone. Ma quale speranza? Che un padrino della camorra abbia paura di un centinaio di pagine? La camorra ha paura dei pentiti, delle inchieste, dei magistrati con le palle, dei poliziotti, degli arresti, del 41bis. Quando leggo che un libro cambier la storia mia e vostra, io camorrista e voi giudice, allora capisco che rester tutto tale e quale. D'altronde, quand' che Cosa nostra ha subito la prima vera offensiva? Quando  stato pubblicato Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia o quando Falcone e Borsellino, pace all'anima loro, si sono rotti i coglioni di fare i finti tonti e hanno deciso di fare un mazzo cos alle cosche siciliane? Eh, spiegatemi un po'...
Il magistrato lasci cadere la provocazione e gli chiese conto del rapporto esistente tra il territorio e la criminalit organizzata.
I clan cittadini sono composti da mezzi squilibrati, tossici, ladri di galline, che si uccidono per cinquanta euro. Quelli sono criminali da niente. In provincia la camorra diventa mafia. Avete capito bene, mafia. I boss sono persone furbe, molto intelligenti. Rispettano e fanno rispettare il codice d'onore e chi spara, paga. A Secondigliano, per esempio, pure  sempre stato cos. Solo che, qualche volta, qualcuno perdeva 'a capa e si metteva in testa di essere Tot Riina e non ne voleva sapere di mantenere i patti....
Perch prima hai parlato di golpe?
Perch chi conquista Secondigliano, ha conquistato Napoli.  stato cos e sar sempre cos. Di Lauro l'ha conquistata con i soldi e l'ha tenuta per vent'anni. Gli altri hanno tentato con le armi, ma hanno fatto una brutta fine. Prima di Ciruzzo 'o Milionario, la periferia nord era una landa desolata. Era il deserto.
Ma pure ora  il deserto..., incalz il magistrato.
 sempre un deserto,  vero. Per hanno scoperto che c' il petrolio. Immaginate di convincere tutti i milioni di clienti che hanno acquistato la droga a Secondigliano in questi anni che l non si vende pi, come fareste a mantenere la clientela?
Chi andrebbe da una parte, chi dall'altra, chi non saprebbe proprio dove andare. Quella clientela, quella fidelizzazione che permette di vendere la droga a occhi chiusi solo perch  di Secondigliano  il vero patrimonio dei Di Lauro. Prima di lui non esisteva, ma continuer a esistere pure dopo di lui. Voi capite, allora, com' che, per il controllo di Secondigliano, si rischia la galera e la vita?.
Poi, il magistrato gli chiese del traffico di armi con i Balcani, perch si era ricordato di una vecchia indagine, di circa cinque anni prima, in cui la magistratura aveva mandato in galera una mezza dozzina di criminali incalliti, che acquistavano le armi per conto della "chiesa" di Secondigliano. E pure in quell'occasione, il clan di via Cupa dell'Arco aveva schivato il colpo. Infatti....
Il traffico di armi gli altri clan di Secondigliano lo gestivano in proprio, affidandosi spesso a broker internazionali del Nord Africa (Libia, Marocco) o dell'URSS: acquistavano kalashnikov, pistole e bombe a mano, ma era un rompicapo riuscire a farle entrare in Italia e portarle a destinazione, fino a Napoli. Erano pi quelle che sequestravano alla Dogana che quelle fatte filtrare. Il gruppo dei Licciardi, ad esempio, aveva escogitato un sistema con un bassissimo livello di rischio e a costo quasi zero: aveva convinto il figlio di un titolare di un istituto di vigilanza napoletano a barattare le mitragliette, tipo Jager, in dotazione ai vigilantes, con abbondanti dosi di cocaina. Il ragazzo, assiduo frequentatore dei SERT della zona e dei centri per il recupero dei tossicodipendenti, era riuscito a rubare dieci pezzi della micidiale arma da fuoco per ottenere, in cambio, trecento grammi di polverina bianca. Quando il "giochetto" fu chiaro, dopo le ripetute denunce del titolare della societ alla magistratura, il prefetto revoc la licenza.
Allora, i dipendenti e tutti i lavoratori dell'indotto scesero in piazza per contestare la decisione di sospendere l'attivit e per i chiedere l'annullamento della revoca. In quella circostanza, il clan Licciardi fin nel mirino delle forze dell'ordine e dovette subire una ondata di arresti che ne decim l'ala militare.
Da un vantaggio iniziale era derivato un problema ben pi grave. Bisognava calcolare sempre i rischi e i benefici, questo predicava Ciruzzo 'o Milionario ai suoi "colonnelli". Di Lauro, proprio per questo, non ha mai creduto nelle potenzialit economiche del traffico di armi, sia per ragioni di opportunit - A vendere le armi, si finisce sempre in una guerra, diceva - sia per la scarsa dimestichezza dei propri uomini a trattare una tipologia di affari che richiede doti organizzative e diplomatiche non comuni. Il sodalizio di via Cupa dell'Arco non comprava quasi mai partite di armi, con il rischio di farle scoprire e di tirarsi addosso gli sbirri, ma si limitava a finanziare l'acquisto di quanto strettamente necessario: se bisognava lanciare un avvertimento a qualcuno, o ucciderlo allora il gruppo dirigente faceva arrivare al sicario di turno la pistola "pulita", da distruggere subito dopo la missione. A Scampa c'era un fabbro, con una pressa meccanica, che veniva stipendiato dal clan proprio per accartocciare i revolver utilizzati in agguati o intimidazioni. Per evitare i controlli delle forze dell'ordine, invece, ogni killer poteva utilizzare il sistema pi adatto alle sue esigenze: c'era chi si lavava le mani con l'urina, per eliminare le particelle di polvere da sparo e quindi neutralizzare l'esame dello stub, e chi si faceva acquistare della merce dai complici in un negozio molto affollato per conservare lo scontrino e ottenere, cos, un alibi facile facile. Nessun cassiere al mondo avrebbe ricordato il volto di un cliente, dopo una frenetica giornata di lavoro, ma tutti avrebbero comunque riconosciuto lo scontrino emesso dalla propria cassa.
Malgrado le raccomandazioni a evitare i particolari ritenti inutili, il pentito riusciva sempre a infilare qualche aneddoto nel racconto perch - spiegava -  dalle piccole cose che si capiscono le grandi.
Incalzato dalle domande del PM, aveva continuato a parlare di come si vendeva la droga, di come il padrino di via Cupa dell'Arco aveva organizzato l'importazione dello stupefacente e dei patti stretti con le altre organizzazioni criminali, in particolare con la Sacra corona unita pugliese, per trasportare le partite di cocaina e di eroina. Poi il collaboratore aveva fatto una nuova pausa, un po' pi lunga della precedente, perch aveva compreso che il profilo psicologico del boss riscuoteva parecchio interesse nell'ascoltatore. Allora aveva interrotto il discorso sugli affari del clan e aperto una piccola parentesi. Al contrario delle altre volte, il magistrato noni l'aveva interrotto.
Quando Di Lauro torn a casa Nuvoletta per discutere delle nuove rotte della droga, nella tenuta terriera di Poggio Vallesana incontr un latitante del Casertano, ricercato per omicidio e rapina. Lo colp una circostanza: che quell'uomo in fuga dalla legge e dagli avversari era ostaggio del territorio, anzitutto. Perch per quanto potessero essere svogliate le forze dell'ordine, uno squadrone di poliziotti e di carabinieri avrebbe potuto agevolmente circondare la campagna e rastrellarla dall'alba al tramonto, fino a identificarlo.
Secondo me, non ha grandi possibilit di rimanere in libert ancora per molto, disse Di Lauro ad Abbinante, che l'aveva accompagnato a Marano. Si  messo in trappola da solo. La latitanza deve essere vissuta su spazi larghi, non in un giardino e non bisogna mai fidarsi troppo degli altri.... Aveva gi intuito, il boss, che la fuga era un'ipotesi da tenere in considerazione, soprattutto ora che il gruppo stava iniziando a crescere a dismisura nel numero degli affiliati e nel volume di affari. Prima o poi sarebbe arrivata la resa dei conti con lo Stato e sarebbe stato necessario scappare. Ma Di Lauro non voleva farlo affidandosi a un'altra organizzazione, che avrebbe sempre potuto provare il brivido vietato della "soffiata", della cattura pilotata. Era conscio, il padrino di via Cupa dell'Arco, che non poteva fidarsi di nessuno, perch nessuno sacrifica se stesso per l'altro. Qualche tempo dopo, quel latitante fin dritto dritto in galera: venne catturato mentre, come un brigante, si inerpicava lungo i sentieri rocciosi dei Camaldoli, in attesa che le sentinelle del boss Nuvoletta gli portassero il pranzo. Quando Di Lauro lo venne a sapere, abbozz un sorriso amaro.
Intanto, passavano i mesi e i soldi iniziavano a girare con una velocit sempre pi elevata. Di Lauro ristruttur la villa in via Cupa dell'Arco e compr una motocicletta nuova, pi potente. Le due ruote erano la sua passione. Rimase attento a non sperperarlo, comunque, tutto quel denaro. Anzi, inizi ad avviare altre attivit parallele al traffico internazionale di stupefacenti per assicurare alle sue finanze un flusso ininterrotto di soldi. Potenzi la catena di magliari che vendevano biancheria intima e cappotti in gran parte d'Italia e acquist un capannone ad Arzano, un altro a Casoria e un altro a Melito per aumentare la produzione. Ci mise dentro a lavorare chi non aveva il coraggio di spacciare la droga, ma era comunque abbastanza spudorato da chiedere un aiuto al boss per sbarcare il lunario. Si affid ad alcuni consulenti del lavoro e a commercialisti molto quotati, perch si occupassero della parte fiscale del nuovo affare. Non voleva che il suo nome fosse legato soltanto ad attivit illecite: tutto doveva essere registrato, alla luce del sole. Era la sua "copertura" perfetta: un'impresa pulita per nascondere l'industria del marcio. Tutti i dipendenti avevano la busta paga e, ricorda ancora qualcuno, c'erano tredicesima e quattordicesima assicurate. DI Lauro trasform quei capannoni in moderne fabbriche di abbigliamento, capaci di "sfornare" tanti di quegli indumenti! da inondare le bancarelle dei mercatini rionali di tutta la Campania, del Lazio e del Piemonte. Di Lauro investiva cento, in quel mercato, e gliene ritornavano trecento: aveva creato le basi per la costruzione del pi grande impero economico-criminale della regione, a met strada tra legalit e illegalit. Era un settore che gestiva da solo, senza soci: sia perch agli altri non era mai interessato entrarci, sia perch era necessaria una buona dose di capacit organizzativa per coordinare il lavoro delle fabbriche e della rete di vendita.
Solo uno, un giorno, prov a emularlo, con risultati disastrosi: si chiamava Vincenzo Barbella ed era uno dei migliori amici d'infanzia di Paolo Di Lauro. Si era messo in testa di fare i soldi come li faceva Ciruzzo 'o Milionario, solo che non ne aveva l'esperienza. A sentirlo parlare, ogni giorno, di giubbotti di pelle, di lenzuola e di abbigliamento, Barbella si era convinto di poter tenere testa al genio commerciale del padrino. Cos, con una grossa somma di denaro, finanzi l'acquisto di una partita di tessuti pregiati che, in realt, pregiati non erano. Fu un fallimento totale: la stoffa, alla prova della cucitura, si rivel inservibile, ma era gi stata pagata fino all'ultima lira. Quando lo seppe, Di Lauro si imbestial e per una intera mattinata sfog la sua rabbia sull'amico di infanzia, reo - ai suoi occhi - di non avergli chiesto un parere sull'affare, perch lui glielo avrebbe sconsigliato. Barbella - un tempo "scudiero" di Antonio Bardellino e personaggio di rilievo nel mondo camorristico casertano - dopo questo incidente di percorso, decise di ritornare a ci che sapeva fare meglio: fu arrestato, qualche tempo dopo, dalla DIA per traffico internazionale di stupefacenti.
Le vecchie abitudini, comunque, Di Lauro non le aveva perse del tutto, malgrado gli impegni sempre pi pressanti e l'attenzione maniacale che riservava a ogni aspetto organizzativo del clan. Ogni tanto si divertiva ancora a inventare qualche scherzo, proprio come faceva anni addietro con La Monica.
Un giorno lasci nel guardaroba l'abbigliamento griffato - il suo stilista preferito era Gianni Versace -, si travest da garzone e si accomod dietro il bancone della macelleria di piazza Zanardelli. Aveva il compito di consegnare la busta della spesa alle donne che andavano a comprare un po' di salsicce o di carne. Le guardava come potrebbe guardarle soltanto l'imperatore che indossa i panni del mendicante per vedere che effetto fa. Le osservava e poi le seguiva con gli occhi fino alla cassa, attendendo che i complici completassero il gioco. Quando la donna aveva ormai abbandonato il negozio, veniva avvicinata da un giovane che la rimproverava di non aver riconosciuto... e le bisbigliava un nome all'orecchio. La scena finale era sempre la stessa, con le massaie che sbiancavano in volto e si precipitavano nel negozio a baciare le mani al garzone che, ritraendosi, accennava a un sorriso e le ripagava dello spavento con un paio di banconote da centomila lire. Le pescava dalle tasche dei pantaloni, dove i soldi non mancavano mai. Di solito, usciva con non meno di trenta milioni di lire in contanti.
Alla fine di ogni interrogatorio, il pentito veniva accompagnato di nuovo in carcere a bordo di un'auto della polizia penitenziaria, pi una di scorta: per evitare che si spargesse la voce della sua collaborazione con gli organi inquirenti, all'inizio, i vertici della Procura avevano inscenato un trasferimento in ospedale, a causa di un attacco di cuore. Col passare del tempo, per, questo escamotage aveva rivelato alcune lacune, al punto tale che in galera tutti sapevano tutto e, soltanto per salvare le apparenze, si continuava con la storiella dei finti infarti.
 dura la vita degli "infami" appena viene ufficializzata la volont di passare dalla parte dello Stato: ne sanno qualcosa i primi pentiti della Nuova camorra organizzata, i cui parenti vennero passati per le armi fino alla seconda, terza generazione per indurli a ritrattare, spesso senza alcun risultato se non quello di incattivirli e di dotarli di un potere enorme, smisurato, basato soltanto sulla parola. Come successe - ad esempio - con il caso di Enzo Tortora, il popolare conduttore televisivo arrestato - sulla scorta delle dichiarazioni di alcuni ex malavitosi - e condannato in primo grado con l'accusa di averi spacciato cocaina per conto di Raffaele Cutolo. L'ideatore della trasmissione Portobello era all'apice del successo quando gli misero i ceppi ai polsi, scatenando l'indignazione dell'Italia intera e un dibattito infuocato sull'enorme credito di cui godevano i delatori di professione. Addirittura, uno di essi, Gianni Melluso, ex cutoliano, scrisse una lunga e polemica lettera al quotidiano Paese sera, alla vigilia delle elezioni per il Parlamento europeo alle quali - sotto l'insegna del Partito radicale - era candidato proprio Tortora. Una lettera che rivela il livello di follia raggiunto e il delirio di onnipotenza di un tagliagole (finto) redento.
[...] Mi scuso, ma non posso tacere nel pensare che io, "pentito" e reo confesso di aver consegnato chili di droga a Tortora e ad altri, veda uscire questi signori come candidati alle elezioni europee. L'onorevole Marco Pannella sa benissimo, come Enzo Biagi, che  sbagliato candidare una persona imputata di gravi reati [...] a questo punto spero che il partito della Democrazia cristiana, nel quale mi identifico come ideologia politica, candidi pure me. Cos io e Tortora ce la vedremo come parlamentari europei, risolvendo questa causa che dobbiamo affrontare [...]. Davanti ai giudici e ai magistrati, ho sempre detto tutta la verit e tutto ci che conoscevo, perch ero stufo di fare l'uomo di paglia. Vi assicuro di non aver cercato mai e poi mai, dal momento della mia dissociazione, nessun tipo di privilegio dallo Stato [...] anzi, da quando mi sono "pentito", ho ricevuto minacce di morte oppure offerte di decine di milioni. Non avrei avuto alcun interesse ad autoaccusarmi di aver consegnato chili e chili di droga in giro perch questo pu costarmi almeno altri dieci anni di carcere.
Tortora fu eletto con circa cinquecentomila voti a Strasburgo e assolto, qualche tempo dopo, da ogni addebito; mentre Melluso rimase confinato in galera a chiedersi perch mai il Partito di Alcide De Gasperi non avesse approfittato della sua disponibilit a correre per le insegne scudocrociate e divenire, cos, il primo eurodeputato della camorra. In tempi pi recenti, i pentiti hanno ottenuto premi e stipendi degni di affermati professionisti: una volta lasciato il crimine, hanno ricevuto dallo Stato una nuova identit, un nuovo lavoro e una nuova vita. Pasquale Galasso, ex braccio destro di Carmine Alfieri e "colonnello" della Nuova famiglia nel Vesuviana quando decise di pentirsi, ottenne il dissequestro di centinaia e centinaia di miliardi di lire e la possibilit di andare a vivere, in un castello nel Nord Italia, affittato per la modica cifra di ottocento milioni all'anno.
Certo, c' anche stato chi ha seguito il percorso opposto, come Pasquale Loreto, ex capo zona della NF nella provincia di Salerno, che indirizz una lettera all'allora sindaco di Scafati, Nicola Pesce, per invitarlo ad accettare centocinquanta milioni di lire da utilizzare come contributo iniziale per la costruzione di un centro per handicappati. Il pentito doveva essere proprio in forma, quando scrisse la missiva, tanto  vero che subito dopo chiese al capo dell'amministrazione comunale di conferire la cittadinanza onoraria al sostituto procuratore della DDA di Salerno, Leonida Primicerio, il quale - come il re spartano protagonista della battaglia delle Termopoli di cui portava il nome - era riuscito quasi da solo a tenere testa all'esercito di camorristi che infestava quel territorio e al maggiore dei carabinieri Sergio Pascali, che fu il suo grande rivale in quegli anni di coraggiosa lotta tra forze del bene e forze del male.
Anche quella sera, le strade del pentito e del magistrato si divisero verso le diciotto, per poi incrociarsi di nuovo l'indomani. Il primo torn in una cella del padiglione di massima sicurezza, a Poggioreale, dove lo avevano trasferito per precauzione, dopo il primo interrogatorio. L lo attendevano le ultime cento pagine del libro Il camorrista di Jo Marrazzo. L'altro, invece, si diresse verso la sua abitazione, al Vomero.
Appena rientrato a casa, il PM accese il PC e continu a scrivere. Di getto, senza fare troppo caso ai tempi e alle ripetizioni del suo racconto. Riprese il dossier dal punto che gli pareva pi significativo e lo svilupp d'istinto. Quella sera, per, ebbe soltanto il tempo di digitare poche righe, perch rimase sconvolto da una notizia che aveva letto distrattamente sul quotidiano, acquistato al mattino e lasciato nella borsa per tutta la giornata: avevano trovato un cadavere carbonizzato in una discarica di Calvizzano con gli arti mutilati. Quel cadavere era di un suo informatore.
Intitol il paragrafo La vendetta.
Passa ancora qualche anno e, dopo Aniello La Monica, muore pure Domenico Silvestri, che sta oscurando con il suo carisma e con la sua intraprendenza il giovane Di Lauro: viene trucidato con un colpo di pistola alla nuca, esploso dalla distanza di circa venti centimetri, pochi giorni dopo la sua scarcerazione.  il 1989. Gli avevano dato appuntamento nella "167", l'agglomerato di case popolari costruite con i fondi per l'edilizia residenziale pubblica. Gli assassini non vennero identificati, n il suo omicidio ebbe conseguenze, perch - come racconta un collaboratore di giustizia - Silvestri non aveva suoi fedelissimi e il clan prefer rimanere compatto dalla parte di Di Lauro. Ma proprio quando il clan sembr essersi assestato, inizi una feroce pulizia etnica: gli uomini di fiducia di La Monica, quelli che avevano diviso le prime esperienze nel mondo del crimine con il giovane Di Lauro e che erano passati dalla sua parte con in corpo ancora il fuoco della vendetta, iniziarono a non tornare pi a casa. Le forze dell'ordine trovarono le auto delle vittime parcheggiate al loro posto, nessun segno di effrazione. Prima uno, poi un altro, un altro ancora e uno di nuovo. Era come se li avesse inghiottiti l'asfalto e nessuno sapeva spiegarsi il perch. I primi a lasciare questo mondo - racconteranno alcuni pentiti - furono proprio quelli che avevano partecipato all'agguato a Di Lauro e Abbinante. La grande rappresaglia aveva avuto inizio.
Chiss se il suo informatore era rimasto vittima, anche lui, di una rappresaglia. O forse lo avevano scoperto, avevano intuito che faceva il doppiogioco con le forze dell'ordine e per questo l'avevano punito. Fatto sta che per tutta la notte, mentre si rigirava nel letto senza chiudere occhio, il PM pens al loro ultimo incontro. E in sonno, quando gli riusc di mettere la testa sul cuscino, gli apparve con la faccia insanguinata e con la mano mozzata che si muoveva da sola.
L'ultima volta che l'aveva visto era stato un marted, intorno alle ventitr, nel cimitero di Poggioreale, in via Santa Maria del Pianto, una strada dal nome che  tutto un programma; gli aveva chiesto alcune informazioni sui prestanome di Secondigliano, ma il suo confidente non era riuscito a fornirgli che pochi dettagli, perch tirava una brutta aria nella "chiesa" e a lui, molte cose, nemmeno le dicevano pi. Anzi, ne avevi approfittato per chiedere - a sua volta - una piccola "cortesia" al magistrato: agevolare l'uscita di un articolo di giornale che parlasse di lui come di un killer spietato, fedelissimo del boss.  per pararmi le spalle, aveva spiegato al pubblico ministero, perch quelli l al giornale ci credono e se leggono il nome mio sopra, va a finire che mi salvo. Il magistrato l'aveva lasciato tra le lapidi con una mezza promessa, n s n no. Ci penso, vedo quello che posso fare, aveva detto salutandolo.
Qualche giorno dopo, effettivamente, l'articolo era uscito nella forma e nei contenuti che l'informatore aveva richiesto. Da allora, non si erano pi rivisti. Qualcuno, per, non si era fidato comunque e lo aveva attirato in trappola. La fine di tutta la storia era nella frase finale dell'articolo: L'uomo, probabilmente,  stato prima torturato e poi ucciso con due colpi di pistola alla testa. Inginocchiato, come si usava nelle esecuzioni pubbliche da dittatura sudamericana, e giustiziato. Il cadavere  stato poi abbandonato nell'abitacolo dell'auto e dato in pasto alle fiamme. Gli inquirenti che indagano sul caso sono convinti che si tratti di un regolamento di conti all'interno dell'organizzazione di cui la vittima faceva parte. Che cosa abbia fatto per meritarsi tutto questo, deve essere davvero molto grave. A tal punto da portarselo nella tomba.
Ogni tanto il pentito lanciava un'occhiata sull'agendina a quadretti che il magistrato riempiva con la sua scrittura fluida, che finiva quasi sempre ad appiattirsi alla fine del rigo. Cap ben presto che la storia di Ciruzzo 'o Milionario lo affascinava. E parecchio pure. In fin dei conti, l'inchiesta che il PM stava conducendo pareva pi un lavoro da commercialista che da investigatore: scoprire dove erano finiti i soldi dei clan di Secondigliano, nascosti in mille conti correnti intestati a prestanome, riciclati in operazioni finanziarie apparentemente legali, fuggiti all'estero, in qualche paradiso fiscale, magari. O - pi semplicemente - investiti in immobili e attivit commerciali nel cuore della Napoli-bene, invisibili ai radar dell'Antimafia. Il sostituto procuratore doveva spulciare bilanci, dichiarazioni dei redditi, visure bancarie e camerali; insomma una cosa noiosa. Ritrovarsi d'un tratto a poter respirare di nuovo l'aria polverosa delle indagini vecchia maniera gli aveva dato rinnovato slancio, quella stessa carica di adrenalina provata quando, giovane commissario di polizia, si era ritrovato tra le mani lo scottante fascicolo su una delle pi beffarde evasioni della storia della camorra: era successo il 23 aprile del 1984.
Tre detenuti - Pasquale D'Amico, Achille Lauri e Salvatore Zannetti - erano fuggiti dalla camera di sicurezza della caserma Iovino calandosi dal terzo piano con una corda fatta di lenzuola annodate, proprio come nei film. Prima di far perdere le tracce, avevano lasciato un messaggio sulla brandina: Anche noi abbiamo diritto a fare Pasqua e andiamo via come angioletti. Gli "angioletti" li arrestarono nuovamente qualche tempo dopo e la prima cosa che fecero i poliziotti fu strappargli le ali.
Allora, il collaboratore si sforz di accedere a quegli angoli remoti della sua memoria in cui custodiva le immagini pi interessanti per colorarle di nuovo d'attualit e offrirle al suo interlocutore, che - intanto - non finiva mai di riempire intere paginette di annotazioni.
Dottore, disse il collaboratore di giustizia, c' un altro aspetto che adesso vi racconto che non tutti, forse, hanno capito. Pure sui giornali, in tanti si sono affannati a scrivere che Di Lauro non usciva mai di casa, che era sempre rintanato nella villa.
I giornali hanno ripreso quello che dicevano i pentiti. E tu, mi sembra, li hai letti tutti i verbali dei pentiti e li conosci, anzi, quasi a memoria. E poi, scusa, non me l'hai raccontata pure tu questa storia?, proruppe il magistrato, sospettoso che il collaboratore - mentendo - non ricordasse pi che cosa aveva detto in precedenza e iniziasse a contraddirsi.
Voi siete un giudice, una persona intelligente, per secondo me non avete capito qual  il confine tra chi le cose le dice perch le conosce e chi, invece, le dice per sentito dire. Oppure, come sta scritto nella mia ordinanza di custodia cautelare: "de relato", giusto, si dice cos?. E poi continu, quasi risentito:
Se vi racconto una cosa all'inizio, non  detto che resta tale e quale fino alla fine degli interrogatori. Le cose della vita cambiano, o no?
Vai avanti e spiegami bene questa faccenda.
Effettivamente Di Lauro all'inizio stava sempre chiuso nella sua abitazione in via Cupa dell'Arco, perch temeva che gli altri potessero ammazzarlo. Era diventata una ossessione, la sua. Un incubo. Figurarsi dopo che aveva provato il carcere, era peggiorato. Cos, raramente si faceva vedere in giro e ancora pi raramente offriva ad altri la possibilit di avvicinarsi a lui. C'era un cordone di sicurezza attorno alla villa: vedette armate e turni di guardia, proprio come davanti alle residenze reali. In effetti, il padrino non aveva tutti i torti, perch inequivocabili messaggi di guerra gli erano arrivati un po' da tutte le parti. Allora, che cosa fece per evitare problemi? Affid il comando operativo del gruppo al cognato Enrico D'Avanzo, che in quella circostanza era il pi adatto ad affrontare la crisi. Il cognato, in effetti,  stato davvero bravo a gestire la situazione di difficolt, dovuta alla momentanea "assenza" del boss, e a dare l'impressione all'esterno di un gruppo spregiudicato e capace di difendere con i denti il business del narcotraffico. Di Lauro aveva bisogno di un "guerriero", in quel momento, e non di un diplomatico o di un mediatore. Cos, nessuno os sfidare il potere criminale di D'Avanzo pi di tanto. Tutti si tennero alla larga, perch nell'ambiente si sapeva che con Enricuccio si scherzava poco. Certo, non aveva le sottigliezze intellettuali di Di Lauro, la sua capacit di far soldi, la sua solida reputazione di uomo di dialogo, ma quando si era trattato di esporsi in prima persona, D'Avanzo non si era mai tirato indietro. Aveva affrontato a muso duro i delinquenti pi incalliti, li aveva sfidati a viso aperto e si era opposto con grande determinazione alla loro espansione in zona. Se no, sapete come sarebbe andata a finire? Che da Forcella o dai Quartieri Spagnoli, oppure da Giugliano, le bandi criminali sarebbero arrivate a dettare legge su Secondigliano e Di Lauro, che  un uomo d'affari e non un gangster, forse avrebbe ceduto. Enricuccio, invece,  stato in grado di tenere testa ai tentativi di invasione e a permettere a Di Lauro di continuare a tessere la sua tela di contatti in tutta tranquillit.
S, ma questo che c'entra con la storia dei pentiti che parlano a sproposito?
Ci stavo arrivando. Toss. A quel tempo, a Secondigliano non comandava solo Di Lauro, ma c'erano tanti altri personaggi come Costantino Sarno, i Lo Russo, i Licciardi. Tutta gente che non lo vedeva di buon occhio e che lo avrebbe volentieri spazzato via dalla faccia della terra. Quindi, come dicevo, all'inizio della sua carriera criminale Ciruzzo 'o Milionario era un vero "fantasma". Di Lauro non si vedeva in giro e chi voleva parlare con lui, doveva passare sempre prima per Enricuccio. Ma appena il boss si rese conto che la situazione era meno drammatica di quanto immaginava e che gli accordi con i Maranesi, con i Forcellesi e con gli altri gruppi di Secondigliano restavano validi, accordi - per inciso - che gli costavano comunque una barca di soldi, Ciruzzo 'o Milionario riprese di nuovo coraggio e inizi a uscire da casa. Per, dopo tanto tempo passato nel suo bunker, i nuovi affiliati non ne conoscevano il volto e, quindi, per questo Di Lauro poteva permettersi gli scherzi nei negozi e di guidare una vecchia FIAT, color paglia, tutta scassata per corso Secondigliano, senza destare l'attenzione o la curiosit delle forze dell'ordine. Tanto chi poteva riconoscerlo? Sapete quante volte girava da solo in strada, senza che nessuno sospettasse chi fosse? E quando gli altri se ne accorgevano, intendo quelle poche persone che lo avevano visto in faccia almeno una volta, lo lasciavano fare, anche se un po' spaventati. Lo seguivano da lontano, magari, ma niente di pi. Andargli dietro, cercare di proteggerlo lo avrebbe esposto maggiormente. Invece, lui cercava l'anonimato tra la folla. La sua vita  sempre stata vissuta sul filo del rasoio. Rischiava, rischiava sempre. Come fanno i grandi giocatori di poker. E lui era un grandissimo giocatore di poker se  per questo.
Quindi, non  vero che non si faceva vedere in giro?, cerc di sintetizzare il PM.
 completamente falso e chi lo dice  perch non lo ha conosciuto come me. A un certo punto, stava pi in strada che dentro casa. Ha sempre frequentato le bische clandestine di Arzano. Frequentava anche un locale a Posillipo, dove c'erano le ballerine brasiliane se non mi sbaglio. Poi gli piaceva molto Mergellina e la vita notturna di Santa Lucia e del Borgo Marinari. Insomma, non era proprio quello che fanno intendere, un morto vivente. Aveva qualche mania, ma niente di pi.
E ora voglio sapere un'altra cosa: i cellulari, li usava?, incalz il magistrato.
Certo che li usava, il fatto  che non  stato possibile intercettarlo perch ne cambiava uno a settimana. Con questa velocit, mi dite come fate a scoprire qual  il suo numero di telefono. E quando l'avete scoperto, nel frattempo che chieste l'autorizzazione  passato un altro mese. E Di Lauro ne cambiati altri tre di numeri di telefono... Vi siete mai spiegati perch la pi alta percentuale di negozi di telefonia mobile si trova a Secondigliano e Scampa? Secondo voi, perch? Perch il ricambio doveva essere continuo e si faceva tutto in "famiglia"... E poi anche perch sono negozi che rendono molto dal punto di vista delle vendite. Di Lauro usava cellulari e telefoni fissi, con qualche preoccupazione, ma non ne ha mai fatto a meno, almeno all'inizio. Addirittura Enzo, il figlio, commerciava proprio in schede estere e non  difficile pensare che anche il padre le usasse. Mi permettete una battuta, dott?. Al pentito brillarono gli occhi.
Dimmi, acconsent il suo interlocutore, mentre il rumore dei tasti pigiati dalle dita dell'agente, alla scrivania poco distante, continuava senza sosta.
Di Lauro le schede estere le ha scoperte prima, molto prima di Luciano Moggi. E si mise a ridere.
A differenza degli altri camorristi di Secondigliano, Di Lauro arriv a un passo dall'affiliazione alla mafia siciliana. La gestione di un potere occulto e silenzioso e la predilezione per i business miliardari pi che per le lupare erano aspetti di Cosa nostra che affascinavano il giovane padrino. Si disse che addirittura Tot Riina in persona avrebbe dovuto "combinarlo" nel corso di un summit a Poggio Vallesana, ma la cerimonia di iniziazione dovette essere rinviata.
Pur in mancanza di una affiliazione effettiva, Di Lauro non abbandon mai il comportamento degno di un "mammasantissima": i suoi ordini erano rispettati alla prima richiesta. In tutta la sua carriera criminale non dovette entrare in conflitto con nessuno dei suoi "colonnelli", perch nessuno os fare il passo pi lungo della gamba. O meglio: quasi nessuno. Il rapporto con Secondigliano, il quartiere dove era nato e cresciuto era molto profondo, tanto  vero che battezz il primo figlio con il nome del santo patrono del rione: Cosimo.
Nella seconda met degli anni Ottanta, Paolo Di Lauro era gi un affermato padrino in carriera: con i soldi del traffico internazionale di stupefacenti abbell ulteriormente la sua villa bunker, attorno alla quale fece costruire un alto muro di cinta con tanto di telecamere a circuito chiuso, con marmi blu e preziosi quadri di provenienza francese. Nelle sue mani il denaro non riusciva a star fermo un attimo: investiva, vendeva, comprava, contrattava. Arricch il suo parco auto e prese possesso di negozi e appartamenti nella zona del Perrone e di Casavatore, oltre che di un imprecisato numero di lotti di terreno. Aveva intuito, il boss, che il crimine  soltanto la scintilla di accensione del motore dell'economia di un clan, il polmone che pompa denaro fresco, ma che da solo non basta. Per questo acquistava senza tregua esercizi commerciali da intestare a prestanome, speculava sulle nuove costruzioni edilizie, soprattutto a Melito, e iniziava a far viaggiare i soldi ben oltre i confini nazionali, fino a trasformare il suo patrimonio in un piccolo impero che si auto-alimentava da solo. Questa  stata la pi grande vittoria di Di Lauro nel mondo del crimine: aver creato un sistema economico legale capace di sostenersi da solo con proventi puliti, derivanti da attivit legali.
Noi possiamo fare tutto quello che ci pare, aveva detto un giorno a uno dei suoi uomini di fiducia, basta soltanto che lo facciamo con intelligenza. E nel silenzio, senza andare a rompere il cazzo a nessuno. Fai conto che noi guadagniamo cento milioni al mese; ora se da questi cento milioni, tolti gli stipendi, facciamo un regalo ogni tanto alla Masseria Cardone, ai "capitoni" o a Nan Bocchetti, raggiungiamo due obiettivi: mandiamo un messaggio di rispetto ai nostri amici e non ci attiriamo le loro invidie e le loro gelosie. A noi, cinque, dieci milioni non fanno molto, ma  un segnale, capisci. Prendi Gennarino, per esempio: quando  stato scarcerato gli abbiamo inviato un regalo da cinquanta milioni. Quei cinquanta milioni sono la garanzia che se vorr attaccarci, ci penser sopra due volte.  inutile fare la guerra, quando puoi fare i soldi. Era il suo modo di prevenire i conflitti, con una buona dose di realismo e con una capacit economica fuori dal comune.
Io sono d'accordo, gli rispose l'uomo, ma questa cosa la puoi capire tu che sei intelligente. Ti rendi conto con chi abbiamo a che fare? Questa  gente che si sente importante soltanto se tiene una pistola in tasca. Noi ti seguiamo perch ti siamo fedeli, ma certe volte non ti capiamo proprio. Fu un gesto di sincerit, che il padrino apprezz.
Lo so, ribatt accendendosi una sigaretta. L'ennesima. Ma ci dobbiamo togliere di dosso la puzza dei camorristi. Io mica voglio campare tutta una vita con il terrore di essere ucciso, o di finire in galera. Vedi quello che ha fatto Raffaeli Cutolo: ha cercato di entrare in competizione con lo Stato e ha perso. E lo sa pure lui che ha perso. Io non voglio entrare in conflitto con nessuno, figurati se penso di fare la guerra allo Stato. A me interessano soltanto i soldi, perch coi soldi ti puoi permettere di andare a cena con le persone importanti e di farti un nome. Con i proiettili e le pistole, resti sempre un morto di fame. A proposito, hai fatto contattare gli amici nostri di Melito? Che fanno, vengono a cena?.
S, siamo dieci. Ho gi prenotato. Andiamo al solito ristorante di Bacoli?
Certo, chiama pure Rosario, fallo venire l. Inoltre, invita pure quel costruttore che ci ha fatto quel favore. Dobbiamo tenercelo buono, ci pu far guadagnare un sacco....
Per i successivi dieci anni, Di Lauro regna come un sovrano su Scampa, Secondigliano e Casavatore. Crea una fitta rete di contatti - tramite i suoi luogotenenti - con le organizzazioni criminali della Basilicata e della Calabria. Riceve le delegazioni delle altre cosche napoletane in via Cupa dell'Arco. E sempre affabile e disponibile; non risparmia sui soldi da elargire e sui consigli da dispensare. A chiunque.  attento a non urtare la suscettibilit dei suoi interlocutori, non alza mai la voce ed  pronto sia a finanziare grossi carichi di droga, sia a entrare in societ - come investitore - in attivit illecite e lecite. La potente famiglia malavitosa dei Licciardi, che abita a pochi chilometri dal suo quartier generale, gli affid per un certo periodo la gestione del traffico di stupefacenti. L'abilit di Di Lauro si dimostr straordinaria; nel giro di pochissimo tempo, riemp i forzieri del clan e li aiut a riciclare il denaro sporco, senza rischiare quasi nulla. In pratica, si comportava come un top manager della camorra. Ma era al tempo stesso capitano d'industria: il suo sistema di affittare le piazze di spaccio inizi a produrre utili da capogiro. Perch se le altre associazioni criminali pretendevano il Monopolio assoluto sul business della droga, il controllo millesimale anche di una bustina di eroina da ventimila lire, Di Lauro aveva abbattuto le barriere all'entrata nel mercato degli stupefacenti. Aveva creato la "borghesia" della malavita, offrendo la possibilit a tutti di poter gestire in comodato d'uso una piazza di spaccio. Con un paio di regole da rispettare, null'altro.
Era questa la parte che pi affascinava il magistrato, m momento in cui il pentito parlava dell'imprenditore Di Lauro.
Noi facciamo cos, statemi a sentire. Ci ho pensato parecchio su questa cosa e ne ho parlato anche con Enricuccio e con Michele. Continuiamo a vendere nelle nostre piazze la roba che importiamo da fuori e al tempo stesso vendiamo anche all'ingrosso. In pi creiamo una quindicina di nuovi piazze, alle Case celesti, o nelle Vele, va bene, poi decidiamo e le noleggiamo a un costo fisso mensile. In pi mettiamo la regola che la droga, gli affittuari, la devono acquistare soltanto da noi, cos guadagniamo due volte su uno stesso carico, disse il padrino nel corso di una delle solite riunioni mensili al primo piano della sua villa.
E non ci prendiamo nessuna tangente dalla vendita?, chiese uno dei componenti del direttivo.
Assolutamente no, non se ne parla proprio. Dobbiamo dare anche agli altri la possibilit di guadagnare bene, se no non ha senso alcun tipo di offerta. Guadagnare quanto basta  il modo migliore per assicurarsi di continuare a guadagnare anche in futuro. Ricordatevi che nessuno pu fare tutto da solo, o pu prendersi tutto da solo. Bisogna sempre imparare a dividere con gli altri, perch il tempo degli imperatori  finito. Dividi un tozzo di pane oggi e ti assicurerai il rispetto e il bene delle persone domani, aveva risposto Ciruzzo 'o Milionario, a cui piaceva molto filosofeggiare ogni tanto e stupire i suoi interlocutori con frasi a effetto.
Il meccanismo di spaccio - con la nuova organizzazione di vendita - diventava giorno dopo giorno sempre pi impegnativo e vorticoso. Chiunque avesse voluto acquistare della droga, a Napoli, aveva un solo posto dove andare: Secondigliano. Il giro d'affari era diventato quasi ingestibile per un solo uomo. Nei rifugi segreti del clan, i capi-piazza trasportavano a intervalli regolari buste dell'immondizia stracolme di banconote e le riversavano sul pavimento a creare piccole collinette di denaro. Un po' come si vedeva nei fumetti della Walt Disney con zio Paperone che sguazzava tra i suoi amatissimi dollari.
I ragazzi, il sabato sera, mettevano in scaletta una fermata obbligata a Scampa. Al volante delle fiammanti FIAT Tipo, appena uscite dalle concessionarie, si fermavano agli incroci "giusti" e sceglievano dal "men": cocaina, kobrett ed eroina. Pi spesso, per, ripiegavano su hashish e marijuana, prezzi pi contenuti e sballo assicurato. A quel tempo, in TV Telly Savalas sbolliva la tensione con i lecca-lecca del tenente Theo Kojak e nelle discoteche impazzava la lambada, mentre al cinema l'ennesimo sequel de Il tempo delle mele diventava - nell'irriverente storpiatura dei giovani affiliati ai Di Lauro - Il tempo delle pere; un evidente invito a bucarsi e ad abbandonarsi al tempo che corre via.
Quello fu l'anno di una rivoluzione giudiziaria che interess parecchio il mondo della camorra, perch il 24 ottobre 1989 - dopo un apposito periodo di studio - entrava in vigore il nuovo Codice di procedura penale, chiamato a sostituire il vecchio codice Rocco del 1930. Moriva cos il processo di tipo inquisitorio, caratterizzato nella sua originaria versione dalla concentrazione delle funzioni di accusatore e di giudice in un medesimo soggetto, che assumeva la veste di giudice-accusatore, cui spettava la ricerca, l'acquisizione e la valutazione delle prove, indipendentemente da ogni atteggiamento delle parti. Un processo quindi privo di contrapposizione o contraddittorio tra le parti e nel quale l'accusato  in posizione di evidente subordine rispetto al giudice-accusatore. Con il codice Vassalli (dal nome del ministro di Grazia e Giustizia dell'epoca), invece, nacque un processo di tipo accusatorio, nel quale l'accusa e la difesa si affrontano in una specie di duello giudiziario, caratterizzato dalla parit delle armi e nel quale il giudice si erge a moderatore impassibile cui spetta solo di controllare e decidere. Inoltre in tale tipo di processo, la prova si forma al dibattimento con il contraddittorio tra le parti, mentre gli atti di indagine non hanno alcuna validit di prova.
Dal momento dell'approvazione della riforma in Parlamento (il 22 settembre 1988) erano passati tredici mesi, un tempo sufficiente - secondo i giuristi - per permettere ad avvocati e magistrati di entrare nei meccanismi del nuovo ordinamento. La novit pi importante introdotta nelle inchieste antimafia fu l'equiparazione delle intercettazioni ambientali a quelle telefoniche, una vera e propria mazzata per i camorristi, per natura non proprio inclini alla riservatezza. I primi a provarne i devastanti effetti furono 19 "picciotti" dei clan di Ercolano, incastrati da una rete di microspie nascoste all'interno delle tombe delle vittime della faida; cos, mediante un "ponte" ripetitore mobile, gli investigatori ascoltarono le conversazioni tra familiari e amici dei morti, venuti a rendere omaggio alla loro memoria. I carabinieri ci impiegarono sei mesi a tendere la rete: individuata la lapide dove si raccoglievano in preghiera gli altri affiliati, i militari all'ascolto in una "stazione" poco distante registrarono le conversazioni in cui si faceva riferimento a circostanze in cui erano avvenuti gli agguati e ai probabili moventi degli omicidi, si preparavano attentati e si organizzavano le "risposte" agli ultimi, recenti attacchi.
Ma erano tutte novit che riguardavano il mondo di "fuori", quello che sorgeva al di l dell'arco. Per gli affiliati ai Di Lauro, quegli anni, furono di straordinaria crescita e di immensa ricchezza. Dovevano soltanto preoccuparsi di come spendere i soldi, null'altro. Gli avvocati reclutati dalla cosca continuavano, instancabili, a difendere gli spacciatori catturati durante i blitz di carabinieri e polizia. Non dovevano impegnarsi molto, i legali, per riuscire a dimostrare che non c'era alcuna organizzazione alle spalle dei giovani pusher, i quali agivano in maniera autonoma, senza vincolo di solidariet. Erano ragazzi sbandati, commentavano i penalisti davanti ai giudici, che meritavano s una condanna, ma mite perch Napoli  la terra delle opportunit mancate e non era colpa loro se non trovavano lavoro. Molto spesso, l'arringa sociale sortiva un insperato effetto, producendo pene sospese, arresti domiciliari e tanti di quei benefici da far apparire, agli occhi degli affiliati, quei pochi mesi di detenzione come una sorta di anticipo ferie. Forzate.
Il dossier del magistrato ormai aveva raggiunto dimensioni tali da trasformarlo in un saggio. In una sorta di biografia non autorizzata del padrino di via Cupa dell'Arco. Un lavoro che, a suo dire, gli sarebbe servito per poter arricchire di particolari inediti la sua inchiesta sulla camorra di Secondigliano e sulla filiera di prestanome delle cosche dell'area nord. Cos, come tutte le sere, continu a scrivere la sua storia.
Il padrino, rimasto solo al comando, si dedica a costruire la pi perfetta macchina dell'Antistato della Campania. E su questo camorrista rampante con la passione per il gioco d'azzardo e le opere d'arte cala, improvvisamente, il silenzio. Di Lauro si svincola dalla protezione della Masseria Cardone, dopo averne gestito per un breve periodo il settore degli stupefacenti, e si rende autonomo. Dir qualche anno dopo il pentito Luigi Giuliano in videoconferenza, durante un processo: Gi allora, Paolo Di Lauro era il pi forte di tutti. Il suo clan  il pi ricco, ha fatto una fortuna con la droga. Pietro Licciardi si lamentava spesso con noi dello spazio che gli avevamo lasciato. Ma lo spazio se lo procura anche da solo, Paolo Di Lauro, tant' che nel giro di pochi anni stringe accordi con il clan D'Alessandro di Castellammare di Stabia e rinsalda quelli con i Nuvoletta di Marano e con gli Stabile di Chiaiano, ai quali ultimi ogni mese fa arrivare un regalo da cinque milioni di lire. Scrive la commissione parlamentare Antimafia, nella relazione finale della XIV Legislatura: La svolta nel suo percorso delinquenziale,  rappresentata - nella prima met degli anni Novanta - dalla morte di Gennaro Licciardi, capo dell'omonimo clan, potentissimo ed egemone sulle altre organizzazioni. Con la sua scomparsa trovano spazio i suoi eredi, i Lo Russo, i Mallardo e lo stesso Di Lauro continua a crescere e a perseguire lucrosi affari criminali, riuscendo ad imporsi ben presto come il gruppo economicamente pi forte nel quartiere di Secondigliano. Eppure la forza, da sola, non basta: Di Lauro non ne vuole fare sfoggio, gli basta sapere che gli altri lo temono per quello che potrebbe fare e non per quello che fa. Astuto, accorto, diffidente, si crea uno schermo protettivo dietro il quale affina quelle capacit manageriale che lo porteranno a diventare "Ciruzzo 'o Milionario". Racconta Raffaele Giuliano, nel corso di un interrogatorio, che Di Lauro non partecipava mai alle riunioni di camorra convocate dai Giuliano per decidere le strategie e le alleanze della grande criminalit organizzata, perch - secondo il collaboratore di giustizia - aveva paura di essere ammazzato ai summit. E cos inviava il pi fidato dei suoi ambasciatori a trattare per lui. Pi probabilmente, Di Lauro disertava le riunioni nella "casbah" memore dell'unico arresto che aveva subito, proprio a Forcella, un sabato di novembre nel 1982, quando venne sorpreso in vico Carbonari, al primo piano di una palazzina. Aveva ventinove anni a quel tempo e quegli errori non li avrebbe pi commessi.
La mimetizzazione nel quartiere che lo ha visto nascere  perfetta: come  perfetto il meccanismo del clan che inizia a macinare milioni su milioni. Napoli  il terminale ultimo di tonnellate e tonnellate di droga, che vengono trattate con modalit e quantit che sono quelle del traffico di sigarette. L'hashish arriva con le navi e viene sbarcato nella zona di Brindisi. La fama del padrino cresce col tempo e gli unici che sembrano non accorgersi di lui sono gli organi investigativi. A Secondigliano e Scampa per riferirsi a Di Lauro non lo si chiama per nome. Basta dire quello di mezzo all'arco.  la garanzia che tutti capiranno, senza aggiungere altro. Il suo carisma criminale ormai nessuno pi lo mette in discussione: gli affari procedono da soli, il meccanismo  stato calibrato al millimetro e a quelli che credono che sia il referente della mafia in Campania non replica nemmeno. Forse gli fa addirittura piacere calarsi nella parte del boss silenzioso che comanda da una stradina dove non passano neanche i pullman tanto  piccola. E dove - su suo preciso ordine - non si spaccia la droga. In dieci anni, da Secondigliano e Scampa, allarga la propria influenza su Casavatore, Melito, Arzano e Mugnano. E poi Monte di Procida, Piscinola, Marianella, Chiaiano, Sant'Antimo. Il suo potere arriva fino alle porte di Afragola. E l dove si ferma la storia, inizia il mito, pur se diabolico. I picciotti del clan non sono ammessi al suo cospetto, Di Lauro trascorre intere settimane, spesso interi mesi nell'abitazione in compagnia dei soli familiari e di qualche graduato della cosca. Vista da fuori, la villa di via Cupa dell'Arco sembra disabitata; dietro finestre e verande chiuse, la manovalanza del crimine favoleggia di tesori e di tattiche militari e commerciali, di riunioni segrete da iniziati al male. L'assenza di Paolo Lauro era la prova - paradossale - della sua presenza, una presenza che permeava non un intero rione, ma tutta la cinta extra-urbana partenopea.
Disse un collaboratore di giustizia: Non si fa un illecito se non  d'accordo Secondigliano. E Secondigliano, allora, era predominio assoluto di un signore di circa quarantanni con la voce roca che fumava troppo e che aveva l'abitudine di irrompere nelle bische clandestine, pochi minuti prima dell'alba, per puntare in una sola mano quanto un professionista affermato poteva guadagnare in un anno. Fu Luigi Giuliano il primo a parlare dell'origine del soprannome di Di Lauro, quando durante un processo ricord che il boss di Secondigliano era acclamato - all'entrata nella sala da gioco - da ovazioni e applausi; perch con lui al tavolo verde lo spettacolo era assicurato: Quando lo vedevano all'ingresso, quei pochi che potevano rimanere in sua presenza, urlavano: " arrivato Ciruzzo 'o Milionario!". L'ex boss di Forcella disse pure che Di Lauro, come tutti i grandi giocatori di poker, perdeva molto, ma vinceva anche parecchio. Imprevedibile nelle mosse, fulmineo nelle decisioni, imperscrutabile, riversava nelle puntate tutta l'esperienza e il sangue freddo che gli derivavano dal trovarsi a capo della pi potente famiglia camorristica dell'intera Campania. E cos come sfidava lo Stato a trovare la prova decisiva per arrestarlo, sfidava anche il croupier a girare l'ultima carta per batterlo. Ai primi bagliori, la bisca era sciolta e Di Lauro tornava nel cono d'ombra dell'invisibilit, da dove dettava gli ordini filtrati attraverso i centri concentrici del potere.
Il giorno dopo, il magistrato ebbe una telefonata: lo avvisavano dal carcere che il pentito aveva accusato un malore e, pertanto, l'interrogatorio sarebbe slittato a un paio di giorni dopo. Ne approfitt per rileggere qualche documento, qualche vecchio verbale di un paio di collaboratori di giustizia di Marano. E poi riprese a scrivere.
A una cosa teneva pi di tutto, a che nessuno - per perseguire un proprio interesse particolare - si azzardasse a mettere a repentaglio l'intera organizzazione. Cos assicurava stipendi alti, i pi sostanziosi della camorra SPA, con premi produzione e incentivi, come fa un vero capitalista. Nessuno dei suoi uomini doveva sentirsi estraneo al senso dell'impresa e per tenere insieme fiumane di delinquenti e farli rigare dritti - loro che avrebbero potuto cedere al fascino del tradimento o al desiderio di mettersi in proprio - li riempiva di soldi. Quando gli affari andavano particolarmente bene, e non c'erano dubbi che andassero altrimenti, improvvisi lampi di luce esplodevano nelle notti buie del Terzo mondo, illuminando le Vele e la villa comunale, dove si stavano dando il cambio di turno le paranze di spacciatori, che con il naso all'ins osservavano le scintille dissolversi nell'aria. I fuochi d'artificio pi spettacolari e pi costosi si trovano nei regni della camorra e rappresentano il segnale pi immediato, pi visibile della forza di un gruppo. Era quello il modo di onorare la potenza di un capo che, pur con le sue manie, dava occupazione a eserciti di giovani senza speranze. Era il modo di festeggiare un incasso giornaliero particolarmente ricco. Spesso il padrino si inventava un business, un affare dal quale non ricavava alcun guadagno, ma che affidava - a rotazione - a chi gli aveva dimostrato maggiore devozione. Affari illeciti, s'intende, che arricchivano gli altri e non lui. Il boss non partecipava agli utili, limitandosi soltanto a far arrivare al fortunato di turno la sua benedizione per la nuova attivit. Se l'esercito ha il morale alto, il generale  invincibile. La massa di soldi che muove il clan Di Lauro  impensabile e la liberalit del capo  quasi direttamente proporzionale; poteva regalare, decidendo all'istante, un negozio, un supermercato o un'abitazione a coloro che gli avevano assicurato fedelt e rispetto. Sovvenzionava, con proprie risorse finanziarie, anche gli altri gruppi di Secondigliano momentaneamente in difficolt, ma senza intenti di predominio o di volont di sottomissione. Molto spesso capitava che quei prestiti non tornassero indietro e che si andassero ad accumulare ad altri debiti mai onorati. Era consapevole, Di Lauro, che far girare il denaro era il mezzo pi sicuro per mantenere la situazione sotto controllo, per avere tutti alle proprie dipendenze. Perch i soldi se ne vanno, ma la riconoscenza - in particolare quella criminale  resta.
Chi non gli pagava una partita di droga, soprattutto se si trattava di un pesce piccolo, aveva il tempo di rimettersi in carreggiata e di onorare il debito. Gli altri camorristi lo avrebbero ucciso, magari davanti ai figli o alla moglie, lui no. Le sue batterie di fuoco erano le pi numerose e meglio organizzate, ma erano pure quelle che agivano di meno. Che cosa potesse mai interessare a un uomo che gestisce un colosso economico-imprenditoriale che fattura centinaia di miliardi all'anno un ammanco di quaranta, cinquanta milioni di lire? Il silenzio di Secondigliano, a quel tempo, era rotto solo dal fruscio che fanno le banconote, raggruppate a mazzetti, quando ruzzolano sotto il pollice. L'uomo pi ricco dell'emisfero criminale napoletano, e forse non solo di quello criminale, si accontentava di poco; rinunciava finanche alla gloria di farsi baciare le mani dai "picciotti" di malavita per timore che potessero vederlo in faccia.
Aveva creato un codice di comportamento per i suoi uomini, per quelli di fiducia, che predicava rispetto e educazione soprattutto nei momenti critici. Nessuno degli alti "ufficiali" del clan Di Lauro, infatti, ha mai assunto atteggiamenti di sfida o di scontro con gli appartenenti alle forze dell'ordine. Quando venivano fermati, perquisiti o tratti in arresto non c' mai stata una reazione violenta da parte loro. Hanno sempre assunto un basso profilo, proprio come avrebbe voluto il capo. Capit un giorno che una volante incroci in strada uno dei pi potenti trafficanti di cocaina della Campania, persona di fiducia di Ciruzzo 'o Milionario e suo consigliori. Era in auto a corso Secondigliano e quando vide il lampeggiante degli agenti fece accostare la vettura e rimase immobile. Insieme a lui c'erano l'autista e un altro giovane, che sedeva dietro. I poliziotti chiesero i documenti dell'auto e i loro personali; passarono circa quindici minuti, tra controlli al terminale e procedure varie.
Non era emerso nulla e gli uomini in divisa dissero che potevano andare. Il ras e i due guardaspalle, invece di sgommare via, trovarono un parcheggio a una decina di metri, alzarono i finestrini e chiusero la vettura e la lasciarono l. Poi si incamminarono a piedi per raggiungere un palazzo poco distante. Il ragionamento che se ne pu ricavare  che il narcos non voleva correre il rischio di trovarsi con l'auto piena di cimici, con tutta probabilit installate nel corso della perquisizione.
Sarebbe stato meno dannoso per lui perdere i soldi della vettura, ormai non pi utilizzabile, che trovarsi invischiato nelle intercettazioni.
. . .
Il pentito si era sentito di nuovo male, il giorno dopo, ma aveva assicurato che l'indomani sarebbe stato presente. Che tipo strano che era: lo avevano arrestato nel circoletto "Madonna dell'Arco-Volto Santo", a Scampa, nel bel mezzo di una riunione di camorristi. Malgrado i nomi rassicuranti di ispirazione cattolica, quei locali erano ricettacoli di delinquenti utilizzati come copertura per summit malavitosi o per nascondere la droga. Quando scatt il blitz, il pentito prese le bustine di cocaina dal tavolo e corse in bagno per gettarle nel wc. Un pugno lo stese prima della meta. A quel tempo faceva parte della "chiesa" di Secondigliano, addetto al controllo qualit degli stupefacenti. Praticamente, l'"ISO 9000" del narcotraffico. Era un ruolo di responsabilit il suo, con tanto di camice bianco da indossare prima delle analisi. Funzionava cos: la roba prima di venire piazzata doveva avere la sua autorizzazione. Controllava il grado di purezza della cocaina e dell'eroina, facendola assaggiare a suoi tossici di fiducia. A dire il vero, in quel periodo aveva un po' di difficolt con il lavoro perch alcuni dei suoi "sommeliers" avevano avuto la cattiva idea di prendersi una vacanza all'obitorio. Il parco dei suoi collaboratori era diminuito sensibilmente ed era in ritardo sugli ordini da evadere. Un disastro. Lo chiamavano tutti, quelli che avevano "a terra" tre chili di cocaina in attesa di autorizzazione per il taglio, quelli che volevano un consiglio su come "allungare" con additivi innocui l'eroina da spararsi nelle vene, quelli che gli avevano inviato - pi di una settimana prima - alcuni campioni di hashish per una valutazione "tecnica". E lui - a met tra il chimico e il tecnico farmaceutico - non sapeva a chi dare retta, dove spartirsi. Lo avrebbero gi impiccato a un albero, quelli con i modi pi spicci e poco inclini al dialogo, se non fosse stato amico d'infanzia di Di Lauro. Quella era la sua assicurazione sulla vita. Una vita che, per, iniziava a dargli pi preoccupazioni che gioie. Guadagnava tantissimo,  vero - la sua bravura era arrivata perfino in Calabria, dove le famiglie della piana di Gioia Tauro lo volevano come consulente esterno - ma non aveva pi il tempo di fare nulla. Era rimasto incastrato nel meccanismo, strattonato a destra e a sinistra da trafficanti, spacciatori, impiccioni di ogni genere. Cos, quell'arresto per lui fu quasi una liberazione. Non dormiva pi da settimane, cercando il modo di uscire pulito da quella palude in cui si era perso. Fu una liberazione non solo perch la galera, a quel punto, diventava una piacevole distrazione, ma anche e soprattutto perch quell'incontro nel circolo della Madonna dell'Arco si stava mettendo male. Molto male. I suoi interlocutori erano andati a parlargli armati fino ai denti. O meglio: a far finta di parlargli, dal momento che forse gi avevano deciso di toglierlo di mezzo. I poliziotti l'avevano salvato due volte.
Era stato lui a scegliersi il "lavoro" all'interno del sistema camorristico di Secondigliano, grazie al rapporto diretto con Ciruzzo 'o Milionario. Non se la sarebbe mai sentita di premere un grilletto, o di chiedere la tangente ai commercianti. Suo padre faceva il fornaio e la mamma la sarta. Sapeva quanti sacrifici si fanno per portare avanti un negozio. Quindi, aveva optato per un'occupazione pi redditizia e meno compromettente. Pure la scelta di andare a vivere lontano da Secondigliano, per tornarci soltanto a lavorare, era dettata dall'esigenza di vivere quell'esperienza di vita a contatto con camorristi e trafficanti internazionali di stupefacenti nella maniera pi asettica possibile.
Quando gli agenti della Squadra mobile fecero irruzione nel circoletto, lui stava gi recitando il padrenostro. Aveva capito di essere arrivato a fine giro. Poi, d'un tratto, quell'urlo Fermi tutti, polizia! gli aveva fatto scappare un sorriso.  vero, aveva cercato di disfarsi della droga, ma fu un riflesso condizionato pi che un'azione consapevole. Se non fosse stato per quel cazzotto stampato in faccia, proprio tra le narici e le labbra, che gli aveva aperto i rubinetti del sangue dal naso, quelli che volevano ucciderlo potevano pure pensare di essere stati "venduti". A pensarci bene, i poliziotti lo avevano salvato tre volte.
Li ammanettarono tutti e li portarono a Poggioreale. Il fermo fu convalidato dal giudice che, nel provvedimento di custodia cautelare, parl dell'evoluzione delle tecniche camorristiche per il perfezionamento del mercato degli stupefacenti, in cui rientrano non soltanto coloro che sono materialmente impegnati nel trasporto e nella vendita di migliaia di dosi al giorno, ma anche quanti - mettendo al servizio delle organizzazioni detentrici del suddetto mercato le proprie cognizioni di natura professionale, o scientifiche - concorrono in maniera sistematica al raggiungimento dei reati-fine dei sodalizi di stampo camorristico, irrobustendone di fatto il tessuto. Quando l'avvocato gli spieg che cosa voleva dire il GIP con quella frase, il pentito si sent quasi inorgoglito: gli davano dello scienziato. Mica male per uno che aveva la terza media, ottenuta minacciando il preside della scuola il giorno degli esami. Se soltanto avessero potuto leggerle, quelle poche righe, mamm e pap sai che soddisfazione. La Procura gli contest l'articolo 416bis: associazione mafiosa. Il giudice scrisse pure che gli indizi di colpevolezza a suo carico erano il risultato convergente di diverse chiamate in correit, invero riconducibili a dichiarazioni de relato. In pratica - pens l'uomo - mi hanno cantato.
Le indagini terminarono dopo circa un annetto: fu rinviato a giudizio e trasferito nel padiglione della criminalit comune, perch pure dalla direzione del carcere si erano accorti che non era un pezzo grosso. Di pentirsi non aveva mai riflettuto seriamente. Poi un giorno, all'improvviso, parlottando con uno della 'ndrangheta calabrese, che era stato trasferito a Poggioreale per seguire il processo in cui era imputato, inizi a pensare.
Facile da voi la vita, eh?, gli aveva detto il picciotto con la coppola, quando le cose iniziano ad andare male accusate qualcuno di importante, magari un poliziotto o un magistrato, vi dichiarate collaboratori di giustizia e vi mangiate i soldi che avete accumulato con la droga e gli omicidi alla faccia di amici e nemici.
Guarda che non  come dici tu, gli aveva risposto il futuro collaboratore di giustizia, perch le persone serie ci sono anche a Napoli, non solo in Sicilia o in Calabria. E poi non  vero che basta accusare qualcuno di importante per poter uscire di galera e beneficiare dei privilegi riservati ai pentiti. Ma la sua era una difesa d'ufficio, come se non avesse vissuto a Napoli, fino a cinquantanni passati. Come se non avesse vissuto la vicenda di Enzo Tortora, accusato ingiustamente dai pentiti della NCO, come se non ricordasse che casino successe quando arrestarono Sossio Costanzo, il capo della Squadra mobile di Napoli, trascinato in giudizio con undici capi di imputazione. Cinque mesi tra carcere e domiciliari, poi l'assoluzione completa in Appello. Come se avesse dimenticato la marea di verbali che delinquenti disperati affidavano alla magistratura per gettare fango senza alcuna prova su uomini dello Stato: Ciro Del Duca, Matteo Cinque, Umberto Vecchione, la lista sarebbe interminabile. D'altronde, il ragionamento del calabrese non era tanto sbagliato nella sostanza, ma la forma non era proprio cos. Almeno, non era cos per lui. Certo, pensava, un po' di soldi da parte ce l'ho, altri ancora li ho investiti acquistando appartamenti e negozi. Proprio male non sto, che ci faccio qua, tra tossici e ladri di polli?.
Fu un paio di mesi dopo, quando il suo processo gi stava prendendo una brutta piega, che cadde la classica goccia che fa traboccare il vaso. Sua sorella era morta in un incidente stradale. Il cognato si era salvato, ma aveva perso le gambe e il nipotino lottava tra la vita e la morte all'ospedale. Quando dal carcere fece arrivare l'imbasciata ai responsabili dei clan con cui aveva lavorato in passato, affinch si occupassero delle esequie della sorella e le trovassero un posto al cimitero di Secondigliano, si sent gelare il sangue alla risposta che loro non potevano farci niente se non c'era spazio al camposanto e che, se proprio lui aveva premura di sistemare la salma, poteva accordarsi con quelli che gestivano il racket del caro estinto per acquistare un loculo. Naturalmente, a prezzo di favore.
Il calabrese, quel giorno, lo aspett gi in cortile, durante l'ora d'aria, per salutarlo: tornava a casa, era stato assolto. Ma non lo trov. Il vecchio chimico della camorra stava parlando con il direttore del carcere per chiedere un incontro con un magistrato. Aveva molte cose da dire, giur.
La scorsa settimana, sono stato a Castellammare di Stabia. Di Lauro non metteva al corrente dei suoi spostamenti i suoi soci, se non ad appuntamento avvenuto. Si trovavano in un appartamento a Casavatore. Di l a poco avrebbero dovuto incontrare un siciliano, amico dei Maranesi, per concordare una serie di investimenti immobiliari in Spagna. Investimenti importanti assai, con cui si potevano fare molti piccioli. Sono stato a Castellammare a incontrare il nostro amico. Mi ha detto che sta avendo un po' di problemi nella sua zona, che forse dovr ingaggiare una guerra contro il gruppo emergente guidato dal suo ex braccio destro. Ora sta girando con una macchina blindata e non esce di casa se non  scortato, non lo lasciano un attimo da solo nemmeno per andare a firmare in commissariato. L'avvocato  riuscito a fargli revocare l'ultimo ordine di arresto, ma lui  convinto che tra non molto si trover di nuovo qualche giudice tra i piedi. Comunque, io gli ho detto che siamo pronti ad aiutarlo in qualsiasi momento. Basta soltanto che ci manda l'imbasciata e ci muoviamo. Per, abbiamo raggiunto anche un altro accordo: d'ora in poi dobbiamo rifornire anche Castellammare.  impegnativo, ci chiedono due chili di cocaina e tre di hashish al mese. Gli altri annuirono, non senza pensare - per un attimo - alla spietata lucidit di analisi di quel boss, consapevole ormai di dover prendere le armi contro l'uomo di cui pi si fidava. D'altronde, dieci anni prima lo avevano fatto anche loro con La Monica. Con una differenza, per: che non gli avevano lasciato nemmeno la possibilit di entrare in guerra. Lo avevano eliminato subito, senza pensarci troppo su.
La preoccupazione di Michele D'Alessandro, il temuto ras di Castellammare di Stabia, era fondata, tant' che nel giro di qualche mese l'offensiva del nemico lo port a ordinare - secondo la magistratura - l'omicidio dei tre killer del gruppo rivale e a scatenare, cos, la faida su tutti i fronti: la tranquilla cittadina delle Terme, nota per i pastifici e per il clima dolce, era diventata d'un tratto una trincea, con tanto di filo spinato.
Le guerre peggiori, aggiunse Di Lauro chiudendo il giornale che riportava la notizia dell'ultimo agguato nel quale era rimasto ucciso anche uno dei parenti di D'Alessandro, sono quelle che si combattono tra fratelli, perch ognuno conosce i punti deboli dell'altro. Ognuno sa come far piangere chi un tempo gli era vicino. Sono certo che questa storia dannegger tutti e non offrir a nessuno i margini di guadagno. Noi, comunque, continuiamo a farci i fatti nostri. Aveva ragione, a suo modo. E, a suo modo, aveva previsto l'orrore che si scatena quando due fratelli si pugnalano a vicenda.
L'appuntamento con il malavitoso siciliano avvenne in un altro appartamento, in via San Rocco, nell'abitazione di uno dei riciclatori del clan Di Lauro. L'uomo disse che aveva avuto una soffiata da Marano e che sarebbe stato pericoloso rimanere a Casavatore. C'era un blitz in preparazione, in quella zona, e non potevano rischiare. Di Lauro rimase molto impressionato da quell'episodio, perch fino ad allora non aveva mai pensato a quanto fosse importante avere delle buone "talpe". L'incontro fu pi che breve, giusto il tempo di accordarsi sull'entit dell'investimento e la seduta si sciolse. Ognuno ritorn a casa.
Dobbiamo prendere contatti con le forze dell'ordine, disse Di Lauro al suo braccio destro, perch ci torneranno utili di sicuro.  una questione che non devi sottovalutare, perch oggi non ne possiamo avere bisogno, ma domani sicuramente s....
Non ti preoccupare..., gli rispose l'altro, ben consapevole della rischiosit dell'operazione di avvicinamento a polizia e carabinieri. Ma aveva ragione Di Lauro: un buon informatore vale pi di dieci killer. Ora metto un po' l'orecchio a terra e ti tengo informato. Un modo di dire, alla napoletana, che rievoca le scene dei film western, quando i pellerossa appoggiavano l'orecchio sulla nuda roccia e calcolavano la distanza - attraverso la frequenza delle onde sonore - dai cowboy. S, ma devi fare attenzione, lo riprese Di Lauro, bisogna avvicinare persone che ci servano davvero, non gente che si vuole ingrassare a nostre spese. Tra non molto dovremo fare i conti non solo con quelli che ci vogliono male, ma pure con la magistratura. Attrezziamoci ora che non abbiamo l'urgenza di trovare una soluzione, perch quando si presenter il problema poi sar impossibile recuperare il tempo perduto.
L'auto con il boss torn subito a casa, in via Cupa dell'Arco, dove lo attendeva l'incontro con il contabile del gruppo, il quale - calcoli alla mano - relazionava sull'andamento del mercato degli stupefacenti. Certo, non aveva la competenza di un analista, non portava sottobraccio alcuna cartellina con i diagrammi di flusso o con i grafici a torta, ma il succo della questione si limitava al solito ritornello.
Allora, quanto abbiamo guadagnato oggi?, gli chiedeva Di Lauro.
Uff, gli ripeteva l'altro mimando, aggia perz 'o cunto.... E poi ridevano all'unisono.
A Forcella, intanto, i capi dei clan della citt continuavano a discutere animatamente di Di Lauro: del suo potere, dei suoi soldi, del suo strano modo di condurre gli affari. Del suo silenzio, che faceva ancora pi paura delle urla a chi, il silenzio, non l'aveva mai coltivato.
Attorno al tavolo, si erano radunati in cinque: Luigi e Guglielmo Giuliano, Gennaro Licciardi, Costantino Sarno e Ciro Mariano. I Licciardi erano quelli pi ostinati a ridimensionare il ruolo di Di Lauro, anche con le maniere forti, senza per scatenare una guerra aperta. In effetti, loro erano gli unici a rendersi conto in prima persona del livello di pericolosit di Ciruzzo 'o Milionario, visto che operavano nella stessa zona e dividevano anche gli stessi affari. Una pericolosit mascherata, in sostanza, e perci ancora pi temibile, in quanto sotterranea e silenziosa, impercettibile quasi. L'ordine del giorno riguardava la suddivisione delle quote del Lotto clandestino e l'ingresso in societ degli altri clan, interessati a spartirsi la torta della riffa illegale. L'argomento principale della discussione, per, divenne subito la questione Di Lauro. Ci fu chi propose di convocarlo per ascoltare anche la sua versione dei fatti, ma ebbero buon gioco quelli che ricordarono agli altri che Di Lauro, nonostante tutti gli inviti ricevuti, non aveva mai deciso di prendere parte ai loro summit. Probabilmente si sarebbe arrivati a una dichiarazione di ostilit nei suoi confronti, se non fosse intervenuto il personaggio pi carismatico del gruppo. Fu Luigi Giuliano, il padrino dagli occhi di ghiaccio, infatti, a calmare gli animi dei Secondiglianesi e a ricondurre la riunione nei binari della strategia e non dell'impeto e dell'invidia.
Finch questo qua ci porta i soldi e non d fastidio, non vedo che problema c'?, liquid la vicenda Loigino, guardando negli occhi Gennaro Licciardi, che acconsent con un piccolo movimento del capo. Sono d'accordo, finch non d fastidio, aggiunse il capoclan della Masseria Cardone, sottolineando la parola "finch". Ma bisogna controllarlo, lo dobbiamo tenere sotto controllo, perch penso che non sia cos docile come voi credete.
Di Lauro, in questo momento, non  un pericolo, riprese a parlare il "re" di Forcella, fornisce a tutti quanti noi la droga da vendere nei nostri territori e non riesco a capire tutto questo accanimento nei suoi confronti. Ha mai sbagliato con qualcuno di voi?, domand, oppure vi ha mancato di rispetto, o ha ritardato qualche consegna o qualche pagamento?, incalz, perch se ha sbagliato, allora  giusto che vi vendichiate. Ci stiamo ancora riprendendo dalla guerra contro Cutolo e gi ne vogliamo fare un'altra? Ragionate un poco con la testa, fratelli miei, e non fatevi prendere dalla collera.
Il discorso era chiuso e l'argomento archiviato, nonostante i dubbi di qualcuno.
Il 10 maggio 1987 il rione dei Fiori e tutta Secondigliano sembrarono colpiti da un terremoto. Il Napoli di Diego Armando Maradona aveva conquistato il suo primo scudetto in un San Paolo stracolmo di spettatori e tappezzato di striscioni con una giornata di anticipo. Anche l gi, nella profonda periferia, o forse ancor di pi l, la vittoria degli azzurri aveva assunto i contorni della rivincita attesa da una vita.
Corso Secondigliano, le Vele, la villa comunale erano colorati d'azzurro. Tutto era di quel colore, quel giorno. Le bandiere e le trombe vendute a cinquemila lire sulle bancarelle erano le armi della riscossa dei napoletani, che festeggiarono con folli caroselli in tutta la citt.
A Scampa fecero scendere in strada, prendendolo chiss da dove, un asino pittato d'azzurro, proprio come il simbolo del club calcistico di Soccavo. Molti dei giovani del clan ottennero la dispensa dal "lavoro" e si riversarono in massa a Fuorigrotta, all'ingresso dello stadio, per celebrare il giorno pi atteso. E la stessa cosa accadde una settimana dopo, all'ultima di campionato. All'indomani, i giornali riportavano la cronaca dell'intera domenica di ebbra felicit dei tifosi napoletani.
I festeggiamenti rionali per la conquista dello scudetto da parte del Napoli sono cominciati da Santa Lucia con uno spettacolo di musica leggera. Non sono mancati i tuffi nelle fontane mentre via Toledo, corso Umberto, via Caracciolo venivano percorsi da una folla felice ed azzurra. Per la prima volta sono apparsi anche degli scudetti luminosi, portati al collo. In via de Deo, nella zona di Montecalvario, ai Quartieri Spagnoli, centinaia di persone hanno partecipato a un "funerale" in onore delle "quindici rivali del Napoli", organizzato da un gruppo di tifosi della zona: quindici bare bardate dagli stendardi a lutto delle altrettanti avversarie del Napoli in questo campionato, sono stati portati a spalle per l'intero quartiere precedute da un gruppo di ragazzi vestiti da chierichetti, e da tre adulti che raffiguravano rispettivamente un vescovo, un cardinale e un sindaco. Il corteo funebre si  concluso in via Roma con i canti tipici degli ultra napoletani. A Forcella, gli abitanti della zona hanno organizzato una grande festa popolare con la partecipazione di numerosi giovani cantanti e complessi locali, conclusasi con un banchetto a base di piatti tipici locali, quali salsicce e friarielli, spaghetti aglio e olio, taralli, pasta e fagioli nonch la porchetta, il tutto  costato circa sessanta milioni di lire. Alle 20:30 circa centomila persone si sono radunate in piazza Plebiscito e altre sessantamila allo stadio San Paolo per seguire su schermi giganti, appositamente installati, le immagini trasmesse in diretta dalla RAI dello spettacolo La notte dello Scudetto presentato da Gianni Min. Alle 21:10, con leggero ritardo,  giunto a Capodichino l'aereo con i giocatori del Napoli, reduci dalla trasferta di Ascoli. Migliaia di persone hanno accolto allo scalo aereo partenopeo i neo campionati d'Italia. Festeggiati tutti i giocatori ma, ovviamente, in particolare il presidente Ferlaino e Diego Armando Maradona.
Figurati se parlavano di Secondigliano, sbuff il capo zona dei Sette Palazzi, discutendo con un amico e gettando sul marciapiedi il giornale. Secondigliano la considerano la fogna della citt.  per questo che noi ce la dobbiamo prendere, questa chiavica di citt. E ce la possiamo prendere con i soldi e con la droga. Tanto, aggiunse sorridendo, pure noi teniamo il nostro Maradona.
Il collaboratore di giustizia aveva ripreso il ritmo delle settimane precedenti, cinque-sei ore di continuo a parlare, a raccontare i mille segreti di cui era a conoscenza. Il magistrato gli aveva chiesto di specificare meglio la questione dei telefoni cellulari in uso alla famiglia Di Lauro e lui non si era tirato indietro, anche se un po' lo infastidiva ritornare a parlare di cose su cui aveva detto la sua.
Quando apparvero i primi cellulari, Di Lauro ne intu subito l'importanza. Ma anche la pericolosit. Ordin ai suoi uomini di non chiamarlo mai per nome e di non superare il limite dei due minuti per ogni telefonata. Se la conversazione non era esaurita, bisognava telefonare di nuovo e staccare dopo due minuti. E cos di seguito.
Anche il clan stava trasformandosi, nemmeno tanto lentamente. Ormai la possibilit di gestire in maniera diretta l'approvvigionamento e la vendita al dettaglio della droga era diventata un'impresa quasi impossibile. Fu deciso, pertanto, nel corso di una riunione, che bisognava creare un livello intermedio nella linea di comando, che si occupasse del reparto operativo, in stretto contatto con i capi-piazza e il direttorio. Partirono le selezioni, perch su questo Di Lauro era molto esigente: volle che i candidati avessero uno spessore criminale di rilievo, perch a loro avrebbe dovuto affidare il "motore" della cosca.
Ogni socio port un proprio uomo, che avrebbe risposto a lui soltanto, con tanto di credenziali: ci fu chi present il nipote, chi il cugino, chi il cognato e chi un fratello. Si andava cos cementando - ramo dopo ramo - la struttura familiare che avrebbe reso impermeabile per almeno quindici anni il clan di via Cupa dell'Arco alle indagini della magistratura. Entr a far parte del gruppo anche il capo di una paranza di rapinatori di Casavatore, Raffaele Amato, con solidi legami con i sodalizi malavitosi di Arzano e di Mugnano. In pochi anni, Amato si specializz nell'importazione dalla Spagna di centinaia di chili di cocaina e di hashish attraverso il sistema delle "puntate".
Vedete, dott, disse con un pizzico di confidenza il collaboratore di giustizia, il sistema delle "puntate"  molto semplice. Ogni famiglia malavitosa affidava al clan Di Lauro un anticipo per acquistare il quantitativo di droga necessario per soddisfare le proprie esigenze. Una volta giunto a destinazione il carico, la roba veniva consegnata ai clienti, che saldavano il conto. Poteva capitare che ci fossero puntate anche per trecento chili di cocaina, che arrivavano nelle stive delle navi e poi trasportate coi tir fino a Secondigliano. Questo sistema Di Lauro lo utilizzava, senza distinzioni, sia per il canale interno che per quello esterno, ovvero sia per acquistare lo stupefacente da rivendere, in proprio, nelle piazze del clan sia per cederlo a terzi.
Spiegati meglio, che cosa significa canale interno?
Facciamo conto che un capo piazza faceva arrivare al direttorio la richiesta di dieci chili di cocaina e di trenta chili di hashish. Serviva una cifra molto alta, in termini di soldi da anticipare, e se il capo piazza non aveva la forza economica di poter far fronte da solo all'investimento, si rivolgeva a Di Lauro. Il boss, allora, che faceva? Finanziava con propri soldi l'acquisto della partita di stupefacenti, diventando socio al cinquanta per cento nell'affare. Arrivata la droga a Napoli, il capo piazza doveva pagare a Di Lauro non soltanto l'affitto della piazza, ma anche una percentuale sulle vendite pari alla met dell'incasso. Cos, il clan guadagnava due volte nello stesso circuito.
In che senso guadagnava due volte?
Cio, il clan incassava i soldi sia dell'affitto della piazza e sia della vendita delle dosi.
E questo era l'unico tipo di investimento che interessava a Di Lauro?
No, certo che no. C'era anche un altro tipo di puntata, infatti, a cui potevano partecipare soltanto i componenti del direttorio. Perch si trattava di scommettere molti soldi, un sacco di soldi. Funzionava cos: si raccoglieva il denaro tra chi voleva investire in un carico di droga particolarmente ricco e poi, una volta arrivato a destinazione, si rivendeva fuori dalla Campania, magari anche all'estero, senza spacciarlo a Napoli: quanto si guadagnava? Fino a dieci volte la posta. Dovete capire, dottore, che di queste operazioni se ne facevano un paio al mese e ogni nuova puntata era pi grande della precedente. Il rischio era che arrivassero i poliziotti e sequestrassero tutto e perci si scommetteva sempre di pi. Quindi, chi puntava parecchio doveva avere le spalle coperte, per sopportare un'eventuale perdita. I prezzi? Erano variabili, a seconda della qualit e delle modalit di pagamento. Il prezzo della cocaina oscillava tra gli ottanta e gli ottantacinque milioni al chilo; quello dell'eroina si aggirava sui settanta milioni. Alla consegna della merce veniva stabilita la data del pagamento, mediamente a una settimana o a quindici giorni. Se il pagamento avveniva in contanti, l'acquirente usufruiva di uno sconto. Intendo dire che se il pagamento, che avveniva sempre con denaro liquido, veniva effettuato all'atto della consegna della merce, veniva praticato uno sconto.

2. Gli anni Novanta.

Anche quella sera il magistrato si sedette davanti al PC e inizi a sfogliare il giornale. Gli vennero in mente le indagini che aveva condotto sul clan di Marano, ma non ci lavor molto, a dire la verit, e sui gruppi dell'area orientale: San Giovanni a Teduccio, Barra, Ponticelli. Gente spietata, che non aveva regole. Capace di uccidere fin dentro un ristorante, mentre i bambini e le mamme stavano mangiando.
Poi, inizi a riflettere e si chiese come era stato possibile che a Secondigliano le altre famiglie malavitose avessero permesso l'espansione di un sodalizio relativamente giovane, come quello di Di Lauro, senza scatenargli alcuna guerra contro, anzi affidandogli in gestione - quasi totale - il pi ricco mercato illegale: quello della droga. Allora cominci a scrivere, ripercorrendo con la mente quanto aveva letto e quanto aveva appreso dalle precedenti inchieste della Direzione distrettuale antimafia.
All'inizio degli anni Ottanta, Secondigliano e Scampa sono due quartieri sub-urbani, bacino inesauribile di bassa manovalanza criminale per le potenti organizzazioni del centro storico e della provincia. Ma non  una sudditanza destinata a durare in eterno. Gennaro Licciardi, capostipite della cosca della Masseria Cardone, ribalta il disegno e come Luciano Liggio, il primo padrino dei Corleonesi, manda a dire che al tavolo di quelli che comandano ci sono anche loro, i Secondiglianesi. I boss emergenti si raggruppano in una federazione ribattezzata Alleanza di Secondigliano. Nessun magistrato, per, riuscir mai a dimostrarne l'esistenza in sede processuale. Tutti o quasi tutti i suoi componenti di vertice saranno condannati a pene pesantissime, eppure per la giustizia il cartello affaristico-criminale che ha lanciato l'offensiva ai clan cittadini, ingaggiando una furibonda battaglia con le batterie di fuoco rivali, rester una semplice ipotesi investigativa. Siamo negli anni Novanta e il potere selvaggio di Secondigliano imperversa su quasi tutta Napoli: le uniche sacche di resistenza sono nel centro storico, alla Sanit e a Forcella, e nell'area orientale, a San Giovanni, a Teduccio e a Ponticelli, dove gli eserciti delle famiglie Mazzarella e Sarno riescono a bloccare i piani di espansione di Gennaro Licciardi, al quale - intanto - si sono uniti anche Eduardo Contini, boss del Vasto, e Francesco Mallardo, padrino di Giugliano.  una resistenza strenua. In circa cinque anni sono quasi mille i cadaveri disseminati sul selciato. Al culmine della potenza, per, l'Alleanza si schianta sotto il suo stesso peso: Licciardi muore in carcere per un'infezione. Mallardo e Contini sono costretti alla latitanza e lasciano le redini del comando. La magistratura sferra il colpo finale: un'ondata di arresti e di pentimenti a catena sfalda le fondamenta della cupola criminale proprio mentre i sicari della cosca di Secondigliano stanno per assestare l'ultimo attacco frontale.
Francesco Mazzarella viene ammazzato davanti al carcere di Poggioreale, dove  in attesa della scarcerazione del figlio Vincenzo, capoclan dell'area orientale, rimesso fuori per mancanza di gravi indizi. La notizia della liberazione  segreta, nessun organo di informazione l'ha pubblicata, eppure i nemici ne sono comunque a conoscenza. Il portone del penitenziario  aperto a met e il boss fa appena in tempo a scorgere i familiari che lo aspettano a pochi metri dal marciapiedi quando una moto e un'auto d'appoggio sbucano all'improvviso dal traffico e scatenano un inferno di piombo proprio di fronte alla garitta che ospita alcuni soldati, che restano impietriti. C' l'Esercito a quel tempo a Napoli, inviato da Roma per tentare di contrastare il maremoto di illegalit che fa sussultare la citt. Nessuno  in grado di rispondere al fuoco dei sicari, la raffica  impressionante: ma uno dei killer del clan di San Giovanni a Teduccio, arrivato a Poggioreale proprio per proteggere Vincenzo Mazzarella, impugna la calibro 7.65 e spara, incurante delle pallottole che gli sfiorano la faccia. Qualche metro pi in l, sar raccolto il cadavere di uno degli assassini dell'anziano padre del boss. Uno a uno.  l'episodio pi cruento della faida di quegli anni e anche il pi plateale. Secondigliano assomiglia davvero alla Corleone dei film di Francis Ford Coppola; i poliziotti vanno a caccia di camorristi in una savana fatta di palazzi di cemento. Nell'alveare di appartamenti delle Vele si rifugiano i ricercati pi pericolosi della citt. Come quel pregiudicato dei Quartieri Spagnoli, affiliato ai Mariano, accusato di aver ucciso un agente fuori servizio e di aver ferito tre carabinieri, subito dopo la "Strage del Venerd Santo".
 il 27 aprile del 1991 quando gli uomini dell'Arma lo scovano a casa del fratello, nascosto in un armadio. In alcune zone del rione, le forze dell'ordine rinunciano finanche ai turni di pattugliamento con le auto civetta. Le vedette della camorra ormai ne hanno imparato a memoria i numeri di targa. Padrini sfrontati girano in auto blindate con radiotelefono, si lasciano immortalare in foto ricordo con i "picciotti" e convocano summit malavitosi per spartirsi i bottini e le aree di influenza in ville protette da decine di "gorilla" armati, che attirano la polizia come il sangue attira le tigri. Conversano ore e ore al cellulare, si sentono intoccabili. L'apparenza  sostanza, in quel periodo. Le menti criminali pi perverse sono convinte che, come sta accadendo in Sicilia, l'attacco al cuore dello Stato pu risultare la mossa vincente. Inizia cos la stagione terroristica della camorra.
Il PM si alz e and a cercare nel vecchio ripostiglio un ritaglio di giornale, un settimanale straniero che gli avevano portato alcuni amici al ritorno da un viaggio. Attaccata con una spilletta c'era anche la traduzione, su un foglio ingiallito. La lesse e poi la ricopi al computer.
Una guerra tra clan, tra vecchie e nuove alleanze combattuta come una vera guerra tra colpi di bazooka ed esplosivi al plastico. A meno di una settimana dalla strage di via dei Cristallini al rione Sanit, tornano di nuovo a Napoli gli "avvertimenti" della camorra stragista in una escalation di violenza e terrore che vede in pericolo di vita non solo i nemici delle famiglie rivali tra loro, ma la gente comune. La camorra sposta e alza il tiro ancora una volta come sembrerebbe avvertire la "moto-bomba" davanti al Palazzo di giustizia. Una conferma che anche i magistrati sono nel mirino, dopo l'assegnazione di scorte ad alcuni pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia e ad un GIP del tribunale. Venerd 2 ottobre scorso l'attentato al rione Sanit: in via dei Cristallini poco dopo le 15:30 salta in aria una FIAT Uno bianca imbottita di esplosivo fatto brillare con un telecomando. L'auto era stata parcheggiata davanti ad una sala-giochi abitualmente frequentata da uomini del clan Misso-Pirozzi, e a pochi metri dall'abitazione di Giulio Pirozzi, un sorvegliato speciale in libert, esponente di una famiglia in lotta da anni con il cartello dei Tolomelli-Vastarella. Questi ultimi sarebbero "federati" del nuovo sodalizio Alleanza di Secondigliano. Proprio l'Alleanza - un cartello formato dalle famiglie Bocchetti, Mallardo, Licciardi, Lo Russo e Contini - sarebbe il sodalizio criminale in espansione in citt con l'obiettivo di liquidare tutti i rivali.
L'autobomba in via Cristallini fa tredici feriti, di cui uno grave, ma soltanto un errore tecnico dei camorristi nel piazzare l'ordigno - la forza esplosiva viene concentrata verso l'alto anzich in linea orizzontale - non causa una carneficina. A ventiquattro ore di distanza, sabato 3 ottobre, nel quartiere di Pianura alla periferia occidentale della citt, viene esploso un colpo di M80, un bazooka, contro la villa del boss Pietro Lago. L'uso dell'arma da guerra non fa vittime poich il colpo viene attutito da un cancello e da un albero. Un'altra autobomba era stata fatta esplodere il 25 aprile nel quartiere Ponticelli. A saltare in aria con la sua Lancia Dedra il pregiudicato Luigi Amitrano parente del boss Sarno, esponente di una famiglia protagonista della faida tra i clan Mazzarella (alleati dei Sarno) e De Luca Bossa, vicino all'Alleanza di Secondigliano. Un blitz della DDA il 1 maggio scorso evita la sanguinosa vendetta - una strage gi preparata - che doveva essere portata a termine con l'uso di armi da guerra. Un altro episodio inquietante accadde il 18 aprile scorso: un'altra autobomba venne fatta esplodere nel rione Materdei, a poca distanza da quello della Sanit in una zona non abitata.
I quotidiani napoletani dei primi anni Novanta sembravano bollettini dal fronte; le pagine di cronaca traboccavano di agguati, morti ammazzati e arresti. La strategia predatoria dei clan seguiva un solo precetto: aggredire, impedire ai rivali di organizzare la risposta. E questo sia sul piano militare che economico; ogni occasione era buona per fare soldi, ma spesso il rischio non era proporzionato ai guadagni. La voracit delle organizzazioni criminali imponeva di usare l'accetta, mai il bisturi. Si uccideva per vendetta, per lanciare un messaggio e anche per onore. Come successe, ad esempio, nel luglio del 1992, quando due giovani amanti furono ammazzati perch lei - vent'anni appena - aveva tradito la memoria del precedente fidanzato, affiliato al clan Licciardi, iniziando una nuova relazione. Furono trucidati mentre salivano in auto; erano tornati a Secondigliano dalla Lombardia, dove si erano rifugiati per vivere la loro storia d'amore, in attesa di acquistare una casa ad Afragola. I killer furono pi veloci dell'agente immobiliare e li sorpresero in via Ghisleri. I padrini della nuova generazione erano convinti di poter obbligare lo Stato a scendere a patti con loro, a trattare con la malavita, come aveva fatto Raffaele Cutolo durante le settimane del sequestro bell'assessore regionale della Democrazia cristiana Ciro Cirillo. Ma nessuno di loro era lontanamente paragonabile a Cutolo. Quando parlavano al telefono, immaginavano di essere intercettati e non per questo rinunciavano al piacere di dimostrare il loro valore, il loro coraggio, la loro ferocia. E per dire che un attentato era andato a buon fine, fingevano di discutere di una partita di calcio. Ogni goal era un morto ammazzato. Due goal erano due nuove lapidi nel camposanto.
Sempre da Secondigliano partirono i killer che intercettarono l'auto su cui viaggiavano la moglie di Peppe Misso, boss della Sanit, e altre tre persone. Il commando assassino, incurante del traffico e di una pattuglia della polizia stradale che sostava nei paraggi, entr in azione all'altezza dello svincolo dell'asse mediano e con i fucili a pallettoni regol i conti di una partita che il padrino del rione Sanit descriver cos, parecchi anni dopo, nel suo best-seller I Leoni di Marmo: Si  voluto ammazzare deliberatamente una donna innocente e inerme soltanto per pubblicizzare un nuovo "modello" di potenza infame e per lanciare un monito triste e crudele, del tipo: "Ieri abbiamo ucciso i bambini. Oggi anche le donne" [...].
Ormai il magistrato aveva le idee abbastanza chiare sulla reale potenza del clan di via Cupa dell'Arco, eppure non riusciva a non pensare come fossero diversi i modi - anche tra camorristi - di risolvere i problemi della vita. C'era chi usava le pistole e chi, invece, un libretto degli assegni.
La storia che gli raccont il pentito, quel giorno di fine dicembre, lui gi la conosceva: aveva letto gli atti, le intercettazioni e gli articoli dei giornali. Ma sentirlo dal vivo, gli fece ben altra impressione.
Ci hanno chiamati quelli della Masseria, vogliono che partecipiamo all'attentato contro il dottor Bobbio, quello della Procura. Hanno giurato che lo fanno saltare in aria stavolta. Ha rotto il cazzo Bobbio, ha rotto il cazzo La Barbera. Hanno rotto il cazzo tutti quanti, pure il capo della sezione omicidi della Mobile sta nel mirino. Questi qua sono impazziti. C'era un'aria di nervosismo a via Cupa dell'Arco. La convocazione dei padrini dell'Alleanza di Secondigliano era un segnale di pericolo. Perch non si sapeva come avrebbero reagito a un rifiuto. Che facciamo?, chiese D'Avanzo al cognato.
Ci facciamo i fatti nostri. Gli diciamo che non siamo d'accordo, semplice. Non si va da nessuna parte se si ammazza un magistrato. Hai visto che  successo in Sicilia appena hanno toccato Falcone e Borsellino?, replic Di Lauro, mentre continuava a fumare nervosamente, come se quel proposito, di iniziare a risolvere i problemi con il tritolo, fosse un pericoloso campanello d'allarme da non sottovalutare. Non era possibile, secondo il padrino, contrastare lo Stato sul piano militare. Sarebbe stato un suicidio. Dobbiamo mantenere la calma, ora. Comunque, d ai ragazzi di stare con gli occhi aperti, non si sa mai.... Se gli altri avessero avuto la sua cura nell'organizzare il clan, nello scegliersi i collaboratori e i business su cui investire, non si sarebbe arrivato a tanto. Ma di toccare gli uomini delle forze dell'ordine, che poi arrivavano guardie su guardie, di questo era sicuro: mai e poi mai. Pensava che uno sbirro  pi utile da vivo che da morto, perch da vivo  pi semplice avvicinarlo, parlargli, fargli capire che ci si pu aiutare l'un l'altro.
Luigi Bobbio era il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia che aveva iniziato a indagare sull'Alleanza di Secondigliano e sulla guerra di mafia tra le organizzazioni dell'area orientale. Aveva aperto l'inchiesta che avrebbe portato alla sbarra il gruppo dirigente della super-cupola e fatto arrestare gli autori dell'autobomba di Ponticelli, tra cui il boss Antonio De Luca Bossa. Quanto bastava per esporlo ai pericoli di una rappresaglia.
Allora mando l'imbasciata che non partecipiamo?, chiese conferma D'Avanzo.
S, ma oltre al fatto che non partecipiamo, sottolinea pure che non siamo d'accordo. Lo devono sapere che noi queste cose non le facciamo, n vogliamo farle. Cos la prossima volta non ce lo chiedono proprio. E se loro sono cos pazzi da far saltare in aria un magistrato, se lo piangono loro..., chiuse il discorso Ciruzzo 'o Milionario.
Ma nulla accadde nelle settimane successive, l'attentato a Bobbio fu scongiurato. Di quel piano stragista, rimasero soltanto i dettagli catturati durante le intercettazioni telefoniche tra gli affiliati all'Alleanza di Secondigliano. Qualche tempo dopo, la Cupola fu sgominata dalle forze dell'ordine, ma il folle desiderio di attaccare lo Stato rimase ad aleggiare ancora un po' nella testa dei camorristi. Tant' che, trascorsi alcuni mesi, la malavita di Secondigliano conquist di nuovo le prime pagine dei quotidiani con un piano scellerato per uccidere un altro magistrato e un capitano dei carabinieri troppo curioso.
Si disse che il piano era gi pronto e che - pure stavolta -venne sventato all'ultimo istante. Chiss da chi. Mim D'Ausilio, rivelarono due pentiti dell'area flegrea, voleva morti il PM Luciano D'Angelo e Savino Guarino, entrambi impegnati nelle indagini sulle infiltrazioni malavitose nell'affare del secolo: la riconversione industriale dell'ex Italsider. D'Ausilio, luogotenente dei Licciardi a Bagnoli, era stato arrestato da poche settimane in Francia proprio nell'ambito dell'inchiesta condotta dal sostituto procuratore D'Angelo, allora in servizio a Salerno, e dal capitano Guarino. Secondo i collaboratori di giustizia, erano gi stati contattati i killer che avrebbero dovuto eliminare anche un familiare di D'Angelo, per poi riparare in Francia, dove sarebbero stati protetti dalla criminalit locale. Quando i pentiti, uno dei quali assicur di essere stato messo al corrente dell'attentato direttamente dal padrino di Bagnoli, svelarono il piano, arriv nell'ufficio del magistrato una lettera con due proiettili. C'era scritto: "Lasciatemi in pace". Seguiva una firma: Mim. Il boss di Bagnoli, per, contest con tutte le sue forze quella ricostruzione dei fatti e si disse vittima di una macchinazione ordita dai pentiti, che nutrivano rancore nei suoi confronti. A D'Angelo fu raddoppiata la scorta, mentre Guarino venne trasferito: dell'attentato ordito dalla camorra dell'area flegrea nessuno parl pi.
Ogni tanto, nel rione si spargeva la voce che Di Lauro aveva avuto un altro figlio: aveva gi superato quota cinque. Erano passati ormai quasi quindici anni dalla morte di Aniello La Monica e a Secondigliano la regola era sempre la stessa: gli affari si fanno in silenzio. In tutto quel tempo, il boss aveva potenziato e affinato il meccanismo delle piazze di spaccio, allargandosi anche su altri quartieri e su altri comuni dell'hinterland partenopeo. Soprattutto su Mugnano e Casavatore, dove la sua influenza era esercitata attraverso alcuni fedeli luogotenenti.
I rapporti con gli altri clan non erano n migliorati, n peggiorati: non potendogli fare la guerra, i pi furbi cercarono di stringere con lui un accordo, in ossequio al vecchio detto: Se un nemico  troppo forte per te, fattelo amico. Fu in quegli anni che il clan Di Lauro mut pelle, trasformandosi in una vera e propria agenzia del crimine organizzato: non pi solo droga, all'ingrosso e al dettaglio, ma anche estorsioni sui grandi cantieri edilizi sorti in zona (la tangente era del cinque per cento sul totale dei lavori), contrabbando di sigarette, abusivismo edilizio e contraffazione dei grandi marchi industriali. In pratica, nel mondo della malavita, Di Lauro era diventato un "brand", un marchio di fabbrica. Probabilmente, nemmeno pi il boss aveva idea di quanto guadagnasse in un anno. Alcune stime, approssimate per difetto, parlano di circa un miliardo di lire al giorno incassato con il solo spaccio di stupefacenti. Ci significa 365 miliardi di lire all'anno (circa 183 milioni di euro), escluse le altri voci di bilancio. Baster qualche paragone con le realt imprenditoriali nazionali per capire la potenza economica del gruppo di via Cupa dell'Arco. Stefanel - il colosso dell'abbigliamento giovanile -dichiara un fatturato annuo di 148 milioni di euro; Class editori, la societ editrice dei quotidiani economico-finanziari Milano Finanza e ItaliaOggi, si assesta intorno ai 90 milioni; la Molinari, l'azienda liquoristica storica produttrice della Sambuca si ferma a 64 milioni; McDonald's Italia - con i suoi trecentoquaranta ristoranti disseminati in tutto il Paese - riesce a incassare soltanto tre volte tanto la holding di via Cupa dell'Arco.
In quegli anni, il direttorio della cosca pens anche a rafforzare l'ala militare, stipendiando un gruppo di fuoco ben armato. Ma non  che venisse utilizzato molto spesso, per la verit: era pi un deterrente, che uno strumento di intervento. Venne risolto pure il problema degli "informatori": qualche buona "talpa" nelle forze dell'ordine, a cui regalare televisori, telefoni cellulari e un po' di soldi freschi, e il gioco era fatto.
A quell'amico nostro con la divisa, disse un giorno uno dei colonnelli della cosca a Di Lauro, perch non ci regaliamo una macchina? Una bella Y10, tanto costano poco, per ringraziarlo di quel favore che ci ha fatto, l'altro giorno....
Ah s?, rispose il padrino, in maniera tale che se fanno un controllo, gli chiedono dove ha preso i soldi per comprarsi l'auto e risalgono in un secondo a noi... Ma non ci pensi a queste cose?
Lo sapevo che dicevi cos, ma io sono furbo, rispose pronto l'altro, battendosi il palmo della mano sulla fronte, ho pensato pure a questo, io. L'amico nostro deve rispondere che l'ha vinta al concorso della Coca Cola: ma non la vedi mai la pubblicit, tu? Non ti informi mai? Vorreeei-cantaaaare-insieeemeee-aaa-voooiii-in-maaagggicaaaa-armoniaaaa, rideva, mentre canticchiava il jingle pubblicitario dell'azienda, che aveva messo in palio mille Y10 in occasione dei Mondiali di Italia '90: si strappava la linguetta e si vinceva. Pi facile di cos. Aaaauguriii-Cooocaaaa-Cooolaaaa-e-poiiii-cantaaaateee-tuttiiii-insiemeeee-aaaa-noiii....
Riprese fiato, dopo la performance che aveva scatenato l'ilarit degli altri e pure del padrino, che non la finiva pi di ridere, e tornato serio annunci: Poi, tu con la coca c'hai un certo feeling, o no? Ti piace l'idea?.
Dal fondo della stanza, si sent un solo commento: S tutt' strunz'.
 impensabile, disse il collaboratore di giustizia, dando fondo alle ultime gocce d'acqua rimaste nella bottiglietta, che non pensiate che Paolo Di Lauro abbia goduto di protezioni ad alto livello, protezioni istituzionali, intendo.
Il magistrato annu in maniera impercettibile, ma quello era il lato della storia che pi gli faceva male affrontare. Gli faceva male pensare che qualcuno avesse coperto con il manto dell'impunit le scorribande di un boss cos temuto e potente. E questo qualcuno indossasse una divisa dello Stato.
Ora vi racconto una cosa..., riprese a parlare il pentito..
Digli a Nan Bocchetti che hanno firmato l'ordine di cattura. Massimo ventiquattr'ore e se lo andranno a prendere, sbuff Di Lauro in una nuvola di fumo. Aveva ricevuto una "informazione" di prima mano sul blitz della polizia che sarebbe scattato di l a poco e l'aveva trasmessa a uno dei suoi emissari, affinch giungesse a destinazione. Bocchetti, uno dei boss dell'Alleanza di Secondigliano, non volle seguire il consiglio arrivatogli da Ciruzzo 'o Milionario e fin in manette. Forse sospettava una trappola da parte di Di Lauro e prefer aspettare. L'attesa gli port in dono un paio di manette. Il padrino di via Cupa dell'Arco non seppe spiegarsi perch Bocchetti non gli diede retta, ma non se ne fece un cruccio. Come non si preoccup quando il nipote di Rosario Pariante, che aveva una pizzeria a corso Garibaldi, gli chiese di intervenire per evitare di pagare una tangente da venti milioni di lire.
Di Lauro si consult con i suoi uomini di fiducia e dimostr un grande senso pratico: si inform sull'entit della cifra e autorizz Pariante a pagare, per evitare di innescare meccanismi di vendette e ripicche impossibili da controllare. I giovani, disse il padrino, sono "cape spostate", teste matte, e non si sa mai come va a finire: mica vuoi fare una guerra per venti milioni? Si paga. E basta. Perch noi stiamo nel loro territorio e sottostiamo alle stesse regole: noi paghiamo a loro e loro pagano a noi.
Sion aveva problemi, Di Lauro, a procacciarsi qualche informazione interessante per s e per i suoi amici. Anche se, a dire il vero, su di lui non  che si indagasse tanto a fondo. Un po' per colpa degli investigatori, un po' perch il padrino non offriva alcun motivo di interesse agli inquirenti per andare a mettere il naso nei suoi affari. Aveva impedito che ci fossero le prostitute in zona, per evitare i controlli della polizia, e aveva intimato ai suoi uomini di non girare armati. Agli affiliati, attraverso i suoi "colonnelli", aveva fatto arrivare un messaggio a cui teneva molto e che era alla base della sua filosofia criminale.
Non devono chiedere le estorsioni nei negozi di Secondigliano e di Scampa, si arrabbi il padrino con il capo zona di Capodichino, quando venne a sapere di alcuni episodi di racket nel suo territorio. Non si devono permettere: quando entrano in un negozio devono pagare fino all'ultima lira e devono pure ringraziare. Se vogliamo la polizia addosso, non c' bisogno di fare tutte queste sceneggiate: andiamo in Questura e ci costituiamo. Il racket nel "regno" di Ciruzzo 'o Milionario era cosa vietata: ma non certo per senso di umanit e di rispetto nei confronti degli esercenti, piuttosto per evitare le attenzioni investigative. E poi che senso aveva, pensava il boss, andare a taglieggiare un negoziante per un miserabile milione al mese, quando si poteva guadagnare di pi in tanti altri modi? Certo, magari il rischio era cento volte superiore a trattare la droga, ma la vita da delinquenti se l'erano scelta loro, mica li aveva costretti lui.
La prossima volta che vengo a sapere una cosa del genere, non sar cos calmo, aveva continuato a imprecare Di Lauro.
Paolo, calmati. Ho capito, ora glielo dico a tutti quanti..., aveva cercato di frenarlo l'altro.
E poi rifletti su una cosa: hanno mai pensato che qualche negozio a cui vanno a chiedere il regalo per i carcerati potrebbe essere mio? Che , ora mi devo mettere pure io a pagare?.
La sfuriata era finita e il padrino conged il visitatore. Poi convoc il cognato, al quale chiese di contattare quel loro amico, quello con la passione per la politica. Doveva chiedergli un favore.
I figli di Di Lauro - appena raggiunta la maggiore et - iniziarono ad avvicinarsi all'attivit paterna: soprattutto Vincenzo, negli anni Novanta, ricopriva un ruolo di primo piano all'interno dell'organizzazione. Era a capo di una paranza di contrabbandieri che importava dall'Est Europa quintali di sigarette e poi le rivendeva, al minuto, a Secondigliano e a Caserta. Assomigliava al padre non solo dal punto di vista fisico, ma soprattutto caratteriale: diplomatico, calmo, ragionatore. E con un buon fiuto per gli affari.
Al contrario di Cosimo, il primogenito, irruente, decisionista, prepotente. Ma con un grande carisma criminale, che tutti - fin da giovanissimo - gli riconoscevano e di cui tutti avevano un gran timore. Sprigionava un'aria da gladiatore indomito, da combattente, con quel codino che gli scendeva sulle spalle. Forse si atteggiava cos per reazione inconscia ai modi prudenti del padre, alla sua accortezza eccessiva. Al suo modo di comportarsi nella vita come se stesse giocando una eterna partita a scacchi, calcolando all'infinito i tempi di una mossa. Cosimo era l'inverso esatto: forte, testardo e con una spiccata propensione al comando, che non ammetteva consigli o discussioni. Il suo migliore amico aveva sette anni in meno di lui: si chiamava Giovanni Cortese. Erano inseparabili: con loro c'erano altri ragazzi, pi o meno tutti della stessa et. Crescevano insieme nel quartiere della droga e della camorra, imparando a evitare i problemi con le forze dell'ordine e a non farsi piegare dalle ingiustizie. O, almeno, da quelle che a loro apparivano come ingiustizie. Nella compagnia c'era anche il figlio del capo zona del rione Berlingieri: il suo nome era Ugo De Lucia. Tipo sveglio, con la passione per le moto di grossa cilindrata e la boxe. Chi l'ha visto all'opera, dice che aveva un bel gancio. Giocava a calcio - come portiere - in una squadra di un paesino l vicino. Non era male, se soltanto fosse stato pi preciso e ordinato negli allenamenti.  strano pensare che, spesso, veri e propri talenti calcistici si perdevano - nei quartieri pi poveri della citt - perch non c'erano strutture adatte e uomini capaci di intuirne le potenzialit e di indirizzarli verso una strada che non fosse lastricata di cadaveri e di panetti di cocaina. Ma tant'. Anche Ugo De Lucia - come tanti altri giovani - rimase un'incognita nel mondo del calcio. La tradizione di famiglia non era quella di tirare quattro pedate a un pallone e bisognava tramandare - come i vecchi feudatari dell'anno mille - lo scettro del comando e i territori da difendere.
Cosimo Di Lauro, Giovanni Cortese e Ugo De Lucia: il loro ruolo in questa storia non si esaurisce qui, li incontreremo di nuovo tra qualche tempo. E con ben altri destini.
I contatti con i Maranesi, ormai, si erano diradati, tante cose erano cambiate, tanta acqua era passata sotto i ponti; ma non si erano ridotte l'intensit e la frequenza degli sbarchi della droga sulle coste del Tirreno. Ormai camminavano con le proprie gambe, da soli. Don Lorenzo Nuvoletta era morto, nel suo letto, a Poggio Vallesana il 7 aprile del 1994: lo avevano catturato tre anni prima, il 5 febbraio 1991. Era malato di tumore, i giudici gli avevano concesso gli arresti domiciliari una ventina di giorni prima che spirasse perch anche loro sapevano che ormai non c'era pi nulla da fare. Povero don Lorenzo. La guida della cosca di Marano era passata al fratello, Angelo, ben presto costretto a darsi alla latitanza, perch accusato di aver fatto uccidere il giornalista del Mattino, Giancarlo Siani. La colpa del cronista era stata quella di aver ipotizzato che i Nuvoletta facessero il doppio gioco con il loro alleato di Torre Annunziata, il padrino Valentino Gionta, per giungere a una tregua con il capo della Nuova famiglia, Carmine Alfieri.
Furono anni strani, quelli, dottore, continu a ricordare il collaboratore di giustizia, in cui lo Stato effettivamente perse il controllo della situazione a Napoli: i camorristi iniziarono ad alzare il tiro, tutti. Tutti tranne uno. Di Lauro, mentre gli altri si scannavano, continuava indisturbato il suo business. Stava attento a restare lontano da tutte le faide: se qualcuno voleva trascinarlo per forza in una guerra, come successe con i Licciardi per la storia dell'uccisione del "Principino", lui reagiva a suo modo. Con intelligenza e in silenzio. E pregando iddio che nessuno si accorgesse di lui.
Il magistrato si segn alcune date, and a pescare dall'archivio le informative di quell'omicidio e torn a sedersi. Il pentito riprese a parlare. Il Principino si chiamava Vincenzo Esposito, nipote prediletto di Gennaro Licciardi, il boss della Masseria Cardone. Durante una spedizione punitiva contro alcuni affiliati al gruppo dei Prestieri venne ammazzato per errore. Era andato l per vendicare l'affronto subito da un suo amico, schiaffeggiato la sera prima. Solo che, con il casco in testa, nessuno lo riconobbe e quando spar dalla motocicletta in corsa, all'interno del rione Monterosa, venne freddato a sua volta. L'ira dei Licciardi fu tremenda, minacciarono fuoco e fiamme. Gli uomini di Prestieri, dal canto loro, capirono la gravit della situazione e fuggirono via da Napoli. Lasciarono le abitazioni deserte e si rifugiarono dai parenti: chi a Casoria, chi ad Afragola, chi addirittura al nord. Il pi lontano possibile, insomma. La vicenda rischiava seriamente di compromettere la solida reputazione di uomo d'onore di Di Lauro, al quale i Licciardi fecero arrivare la richiesta perentoria di consegnare i responsabili dell'uccisione del Principino. Qualsiasi altra cosca, di fronte alla ferocia dei Licciardi e alla loro insaziabile voglia di vendetta, avrebbe ceduto. Tanto pi che nel frattempo avevano iniziato una brutale pulizia etnica tra i familiari dei colpevoli, ammazzandoli per vendetta trasversale. Uno a uno. Anzi, i Licciardi erano andati addirittura oltre: avevano fatto affiggere al portone della chiesa della Resurrezione, a Secondigliano, l'elenco dei morti viventi. L'elenco delle persone che dovevano pagare con la vita l'oltraggio di aver sparato a Vincenzo Esposito. Tutti, nel quartiere, avevano avuto il tempo di leggerlo, prima che il sacerdote strappasse via il foglio, oltraggiato da tanta insolenza. Ogni tanto, sui giornali si leggeva di un omicidio piovuto l per caso, ma che poi - indagando bene - veniva collegato alla storia del Principino.
E Di Lauro che atteggiamento adott?
Di Lauro no, non fece nulla di quanto richiesto dai malavitosi della Masseria Cardone. Si oppose alla loro richiesta d "estradizione".
E questo comportamento non scaten una guerra contro di lui?
Poteva innescarla, certo: ma chi avrebbe avuto il coraggio di affrontare a viso aperto il clan di via Cupa dell'Arco? La Masseria Cardone continu nella sua vendetta da sola, andando a colpire parenti e amici dei killer del Principino: il conto era arrivato gi a quindici vittime, quando intervenne la polizia che ferm le esecuzioni e arrest un bel po' di gente. Alla fine, dopo circa sei mesi, gli autori dell'omicidio del rione Monterosa furono ritrovati morti in un viale deserto di Scampa. E non erano stati i Licciardi a eliminarli, perch non sapevano dove trovarli.
Il magistrato era rimasto molto colpito dalla capacit dialettica del pentito: aveva un suo strano modo di raccontare, puntellando la storia con i riferimenti agli altri clan. Ad esempio, parlando degli anni Ottanta, aveva fatto riferimento al sequestro di Ciro Cirillo e all'omicidio di Antonio Ammaturo; due episodi che lui ricordava benissimo. Quando aveva iniziato a rivelare gli affari della cosca negli anni Novanta, aveva accennato al delitto di Giancarlo Siani e all'accordo tra i Nuvoletta e i Gionta di Torre Annunziata. Sembrava che nella sua testa ci fosse un almanacco della camorra, in cui ogni data era collegata a un'altra e ogni personaggio ne richiamava uno successivo e pi importante.
Gi, l'omicidio di Giancarlo Siani. E pensare che se il magistrato non avesse vinto il concorso per uditore giudiziario, gli sarebbe piaciuto tentare la strada del giornalismo. Aveva uno zio che conosceva il direttore del Mattino e magari poteva chiedergli una mano. Ma poi la vita aveva scelto in maniera differente e lui si era ritrovato dalla macchina da scrivere al codice penale.
Il PM andava a memoria, ma non gli sembr proprio che il nome di Di Lauro fosse mai comparso in nessuna delle inchieste sui Maranesi. Eppure, erano in affari gi dagli anni Ottanta: che cosa - o chi - aveva impedito che Ciruzzo 'o Milionario venisse allo scoperto?
Quando, per un breve periodo, si occup dei Nuvoletta, nei verbali dei pentiti e nelle informative delle forze dell'ordine aveva trovato decine di nomi: dai soci del boss fino ai riciclatori, agli affiliati semplici, perfino i nomi di quelli che non erano camorristi, ma lavoravano - stipendiati e contrattualizzati - nelle aziende della cosca. Si parlava di tutti, ma di Di Lauro non c'era traccia. Il boss di via Cupa dell'Arco era molto fortunato, o molto protetto.
Accidentalmente, il PM si ritrov tra le mani il verbale di interrogatorio di uno dei killer del giovane cronista trucidato in piazza Leonardo, al Vomero, la sera del 23 settembre 1985. Inizi a sfogliarlo e si sofferm, in particolare, su una pagina.
Verbale di udienza. Interrogatorio di Ferdinando Cataldo, imputato dell'omicidio di Giancarlo Siani. Pubblico Ministero Armando D'Alterio. Napoli, carcere di Poggioreale, 19 Novembre 1996.
PM: Quindi questo fatto che significato ha? Lei dice che a un certo punto fu arrestato Valentino Gionta.
IMPUTATO: S, fu arrestato Gionta. Il giorno dopo, il giornale si poneva la domanda di che cosa ci faceva Valentino Gionta con Francesco Vasto in Marano. Allora i Nuvoletta si preoccuparono perch dicevano che avevano scoperto che Gionta stava qua e che potevano avere le guardie addosso, cio erano preoccupazioni normali. Poi dopo siamo andati avanti cos. Dopo cinque o sei giorni  uscito questo famoso articolo di giornale dove il giornalista diceva che Bardellino e Carmine Alfieri avevano fatto una proposta ai Nuvoletta che facevano una tregua, una specie di patto mafioso, per volevano la testa di Valentino. In pratica il giornalista diceva che loro avevano venduto Valentino e che l'avevano fatto arrestare. Quindi loro si sono sentiti offesi dicendo: "Che siamo degli infami? Facciamo arrestare le persone?".
PM: Lei questo colloquio con chi lo stava facendo?
IMPUTATO: Lorenzo Nuvoletta, Maurizio Baccante, Angelo Nuvoletta, Gaetano Lubrano, detto "Bucaciov" e io. Abbiamo parlato di questo fatto e dissi: "Lo conosco questo Giancarlo, se la fa vicino al bar". Poi pi tardi venne Salvatore Annunziata detto "Damiano". Eravamo sulla terra di Nuvoletta, in un capannone dove prima c'era la paglia dei cavalli a terra. Mettevano i cavalli in questi box, per l'hanno sfondato ed  tutto un capannone lungo.
PM: Che posizione assumevano su questa vicenda?
IMPUTATO: Angelo Nuvoletta  il capo di Cosa nostra a Napoli, Lorenzo Nuvoletta  coordinatore, Gaetano "Bucaciov" era consigliere della famiglia dei Nuvoletta, Luigi Baccante detto "Maurizio"  capo decina di Marano. Erano persone che comandavano.
PM: Cosa dicevano su questo fatto?
IMPUTATO: All'inizio tentennavano un po', poi quando Lorenzo Nuvoletta disse che si doveva uccidere perch la famiglia Nuvoletta non sono degli infami, dicemmo di s.
Il magistrato riscontr nel racconto di Cataldo parecchi dei dettagli che gli aveva fornito il collaboratore di giustizia, parlandogli del primo incontro di Paolo Di Lauro a Marano. Tutto combaciava: la presenza del capannone dove si erano riuniti i Secondiglianesi e Lorenzo Nuvoletta, i ruoli, in seno alla cosca, del capo decina e del consigliori. Tutto quadrava, tranne una cosa: perch nessuno aveva mai fatto cenno a Ciruzzo 'o Milionario, prima di allora? Che cosa aveva impedito una indagine seria su un boss di quel calibro?
Intanto, a quel tempo, un tremendo terremoto aveva colpito i palazzi della politica all'ombra del Vesuvio. Un terremoto peggiore di quello del 1980, che avrebbe lasciato soltanto macerie e disperazione. Il 20 settembre del 1994 venne arrestato con l'accusa di associazione mafiosa l'ex ministro degli Interni Antonio Gava, accusato da Pasquale Galasso e da Carmine Alfieri di aver favorito la camorra in cambio di appoggi elettorali. L'inchiesta in cui risultava coinvolto fu battezzata "Maglio", proprio perch - come un martello - si era abbattuta sul tessuto contaminato dei rapporti tra politica e criminalit organizzata, snidando affaristi e personaggi privi di scrupoli. Gava rimase in carcere fino al marzo 1995. Quando ne usc, la sua carriera politica risultava annientata: affront due processi e ottenne due assoluzioni, ma ormai il danno era irrimediabile.
La tangentopoli napoletana aveva spazzato via un'intera classe dirigente e quel che restava delle "armate" di Raffaele Cutolo e di Carmine Alfieri era stato incenerito dalle inchieste della magistratura. Vennero fuori - grazie ai verbali dei collaboratori di giustizia, che a frotte si tuffavano tra le braccia dei magistrati - spaccati indicibili di collusione tra politica, imprenditoria e criminalit organizzata. Quello fu l'anno della morte di Gennaro Licciardi, stroncato da una setticemia nell'infermeria del carcere di Voghera.
Quando lo venne a sapere, Di Lauro invi una enorme corona di fiori ai funerali del boss e fece arrivare ai familiari il messaggio che aveva perso un amico. La scomparsa del capo riconosciuto dell'Alleanza di Secondigliano, per, non aveva fermato i piani di espansione del cartello camorristico, che aveva continuato la sua escalation di morte e di terrore. I killer di Secondigliano avevano lastricato di cadaveri le strade della citt (nel 1995 la statistica dell'orrore cont centoquarantotto morti ammazzati), abbattendo tutti gli ostacoli che si frapponevano sulla loro strada. L'Alleanza stava praticamente mettendo in ginocchio la citt, grazie a una strategia di annessione dei gruppi criminali pi piccoli che ricordava tanto la politica coloniale: fedelt in cambio di protezione. In pratica, il vertice della criminalit organizzata a Napoli era rappresentato da una federazione di cosche che controllava ogni settore conosciuto dell'economia illegale: il racket, la prostituzione, il traffico di armi, l'usura, la gestione dei videopoker. Ma la droga no, la droga era affare di Paolo Di Lauro e nessuno - in seno all'Alleanza - osava metterne in discussione la leadership.
Nel giro di pochi mesi, il maxi-cartello di Secondigliano aveva conquistato la Torretta, l'Arenella, il Vomero, Bagnoli e Barra. A Posillipo, per togliere di mezzo il vecchio capo zona, che si chiamava Giovanni Paesano, usarono le mitragliette e le pistole semi-automatiche. Il cadavere del pregiudicato, uomo tenuto in grande considerazione negli ambienti criminali per le sue capacit di mediatore, lo trovarono in una pozza di sangue, dietro l'ippodromo di Agnano. I sicari attesero che uscisse dalla sala scommesse e salisse in auto. Poi lo massacrarono. E pensare che qualche anno prima Paesano aveva salvato da morte certa un giocatore di calcio del Catanzaro che non era riuscito a truccare la partita con il Genoa, facendo perdere una vagonata di milioni al clan Giuliano che, per questo, voleva vendicarsi: quel giocatore era al "servizio" della cosca di Forcella e doveva assicurare i risultati pi graditi ai boss che raccoglievano le scommesse clandestine.
Stessa fine fece pure Luigi Giglioso, erede di Paesano, che aveva tentato di opporsi all'avanzata delle truppe dell'Alleanza nel suo territorio. Una brutta fine. Lo trucidarono nella galleria della Tangenziale, subito dopo lo svincolo dell'Arenella, mentre era a bordo di una motoretta di colore bianco.
Quella era la regola dei Secondiglianesi: prima sparare, poi parlare. Non c'era molto da fare. Un cronista descrisse, a quel tempo, l'atmosfera che si respirava in citt.
I capi "storici" sono da anni quasi tutti in carcere oppure al cimitero. Adesso a comandare sono giovani "emergenti" qualcuno addirittura con la fedina penale pulita e anche le donne sembrano avere un ruolo non secondario nella nomenklatura.  questo lo scenario delineato dagli investigatori per "fotografare" il nuovo cartello di clan che va sotto il nome di "Alleanza di Secondigliano", al quale vengono attribuiti i pi gravi fatti di sangue avvenuti in citt negli ultimi anni, compresa, secondo le prime indagini, l'esplosione dell'autobomba di via Cristallini nel rione Sanit. Polizia e carabinieri hanno elementi per ritenere che l'organizzazione criminale che si  costituita da un paio di anni alla periferia settentrionale di Napoli ha posto una sorta di aut-aut a tutte le "famiglie" e ai vecchi clan che si dividevano il controllo della citt. In definitiva hanno imposto ad alcune organizzazioni criminali di "aderire" a questa sorta di "nuova federazione". Mentre per altre non resta che farsi da parte o scomparire fisicamente. Il sodalizio secondo gli inquirenti  formato da cinque famiglie: Licciardi, Lo Russo, Contini, Mallardo, Bocchetti. Un cartello che sta guadagnando a colpi di omicidi e di attentati pezzi di territorio imponendo, in particolare, il proprio monopolio sugli affari illeciti. Gli investigatori sottolineano l'estrema pericolosit dell'organizzazione che, secondo quanto emerso da intercettazioni ambientali e rivelazioni di collaboratori di giustizia intendeva preparare attentati anche nei confronti di magistrati ed investigatori. L'Alleanza entrerebbe in gioco soprattutto nella faida che da mesi sta contrapponendo i clan Contini e Mazzarella. L'organizzazione disporrebbe di una ventina di killer tra i quali, secondo indiscrezioni alcuni giovanissimi.
A sentire gli investigatori, la diplomazia era un'arte in via di estinzione tra i camorristi di Secondigliano. Eppure, Di Lauro continuava imperterrito a fare soldi in silenzio, senza parteggiare per una parte o per l'altra. Vendeva la droga all'Alleanza di Secondigliano e al gruppo Mazzarella e a quello di Ponticelli: lui era soltanto un broker del narcotraffico, che lo lasciassero in pace con queste storie di vendette e di agguati. Quello fu pure l'anno dell'arresto di Eduardo Contini, il padrino dell'Arenaccia, stanato dai carabinieri mentre usciva di casa, a Cortina d'Ampezzo, per partecipare a un esclusivo veglione - era il 31 dicembre 1994 - in un albergo extralusso della zona. Quando gli misero le manette, il padrino chiese ai militari soltanto una piccola concessione: di potersi togliere la giacca dello smoking come gesto scaramantico. Il giorno dopo, infatti, i giornali pubblicarono la foto del boss con il capo chino, con indosso una camicia merlettata.
Il clan di Paolo Di Lauro era su piazza gi da pi di un decennio, riprese a raccontare il collaboratore di giustizia, e nessuno se n'era accorto. Nessuno aveva capito che cosa facessero tutte quelle persone l, di che cosa campassero, intendo dire. La magistratura arrivava a colpire gli apparati paralleli della cosca, come ad esempio quelli che si dedicavano alla contraffazione dei marchi, ma niente di pi. Era tutto circoscritto a un fenomeno, fisiologico, di criminalit locale che non poteva destare attenzione. D'altronde, chi avrebbe immaginato che ci fosse spazio per un altro clan oltre all'Alleanza di Secondigliano? Fu proprio agli inizi degli anni Novanta che Gennaro Licciardi and a trovare Di Lauro nella sua villa bunker. Dovevano discutere di un affare molto importante..., ricord il collaboratore, andando con la memoria indietro nel tempo.
Paolo, ci sono Gennaro Licciardi e Costantino Sarno gi che aspettano, gli disse il cognato. Di Lauro era al piano superiore della sua villa: scese gi e si chiuse con gli ospiti in una stanza. Era davvero un evento eccezionale che due capi dell'Alleanza si muovessero insieme per fare visita a un altro boss, fuori dal loro territorio, per giunta.
I tre parlarono fitto fitto per una mezz'oretta, mentre fuori attendeva Luigi Esposito, detto "Nacchella", il pi feroce killer della Masseria Cardone. Di Lauro aveva il terrore di Nacchella, perch era spregiudicato, violento, impetuoso. Si dice che soltanto Gennaro Licciardi fosse capace di tenerlo a bada, di controllarlo: per questo lo usava come guardaspalle. Con lui al fianco, nessuno avrebbe avuto l'ardire di avvicinarsi. Quando ebbero finito, Di Lauro li conged con un occhiolino e li ringrazi, accompagnandoli fino alla porta di ingresso.
Che cosa volevano?, chiese Enrico D'Avanzo a Di Lauro, subito dopo.
Mi hanno parlato di un investimento che si pu fare a Melito: c' una ditta che sta costruendo un parco con una serie di villette a schiera. Ce ne possiamo comprare qualcuna... aveva ribattuto il padrino, a cui gli investimenti immobiliari sono sempre piaciuti.
Eppure, Di Lauro non nutriva grande simpatia per i Licciardi, n loro per lui. I rapporti si limitavano a una sopportazione reciproca, in attesa che la giustizia, il tempo o chiss cosa eliminasse l'uno o l'altro dalla faccia della terra. Troppo diversi negli stili, nei modi di condurre gli affari. Se non fosse stato per la vicenda del Principino, probabilmente le due cosche avrebbero continuato a ignorarsi a vicenda. Il destino, per, aveva voluto che operassero nella stessa zona. Quindi, bisognava industriarsi per evitare di pestarsi i piedi. Cos, si giunse a un compromesso per le attivit illecite. A condurre le trattative, per la holding di Ciruzzo 'o Milionario, fu Rosario Pariante, capo zona di Bacoli, il quale trov l'accordo con l'Alleanza di Secondigliano per la spartizione del racket seguendo le direttive del suo boss: molta pazienza e altrettanta furbizia. Da un punto di vista diplomatico, quel patto era un grande risultato: il riconoscimento, da parte dell'Alleanza di Secondigliano, di una propria forza camorristica al di fuori del traffico di stupefacenti, che rappresentava allora il "core business" della cosca di via Cupa dell'Arco.
Il sistema funzionava cos: venne creata una cassa comune per le estorsioni tra le famiglie Di Lauro, Licciardi e Lo Russo per raccogliere i grossi importi, ottenuti taglieggiando per lo pi societ e ditte appaltatrici, mentre le tangenti fino a tre milioni di lire potevano essere trattenute da ogni singolo clan. A fine anno, i proventi venivano divisi equamente tra le organizzazioni. Nessuno avrebbe pi dovuto lavorare per conto proprio: tutti lavoravano per tutti.
In pratica, la holding di via Cupa dell'Arco aveva ottenuto un totale controllo militare del territorio, senza esporsi pi di tanto, diversificando - anzi - quello che una societ chiamerebbe il proprio "portafoglio" prodotti: droga, racket, contrabbando di sigarette, contraffazione.
A rileggere le poche informative di polizia che a quel tempo arrivavano sulle scrivanie dei magistrati, ci si accorge che non parlavano mai di un clan Di Lauro, inteso nella sua globalit, ma di autonomi gruppi delinquenziali (i Prestieri, gli Abbinante, i Ruocco) che sembravano agire senza un disegno strategico, mossi da interessi divergenti, disordinati, privi di un obiettivo riconoscibile.
Erano i pezzi di un mosaico che il padrino aveva disperso e che, difficilmente, gli investigatori sarebbero riusciti a ricomporre. I detenuti venivano regolarmente retribuiti, mentre si era allargata anche la "rosa" di avvocati a disposizione dell'organizzazione; la cosca si preoccupava anche di trovare le abitazioni ai propri affiliati. Intere ali degli edifici di edilizia pubblica vennero sgomberate e affidate alle famiglie della camorra, soprattutto nella zona del rione dei Fiori, il famigerato "Terzo mondo", che divenne cos il fortino inespugnabile di Ciruzzo 'o Milionario.
Ogni tanto, uccidevano qualcuno in zona e la colpa, chiss perch, finivano sempre col darla ai killer dell'Alleanza di Secondigliano, anche quando la colpa non era tutta loro.
Non aveva perso l'abitudine di viaggiare, Di Lauro: anzi, inizi a farlo sempre di pi. Nord Italia, soprattutto: Verona, Torino, San Marino e Riccione erano le sue mete preferite. Andava via per intere settimane e al ritorno non riferiva a nessuno (o quasi) ci che aveva fatto, dove aveva alloggiato. Che accordi avesse chiuso. Intanto, la famiglia continuava a crescere: era arrivato a otto figli. Tutti maschi.
Fu in quegli anni che il clan raddoppi il business, potenziando un settore che aveva sempre dato soldi in abbondanza ma che, dopo un ulteriore investimento, aveva iniziato ad assicurare introiti da capogiro: la contraffazione dell'abbigliamento griffato.
Non  escluso che a quest'ultima attivit abbiano partecipato professionisti e colletti bianchi, ammise il pentito, continuando il suo racconto, perch a un certo punto, soltanto con un contributo esterno, si pu tenere sotto controllo la situazione dal punto di vista finanziario. Con tutte quelle entrate, sai che casino. Dottore, immaginatevi di guadagnare un miliardo al giorno per dieci anni, o anche per cinque: arriverete a non sapere pi dove nascondere i soldi, che cosa farne. Nacquero cos le leggende sull'impero di Ciruzzo 'o Milionario....
Quali leggende, io voglio fatti documentabili, ribatt il magistrato.
Io vi posso dare una traccia, le prove le dovete trovare voi. Io parlo di leggende, perch non ci sono prove su quanto sto per dirvi. Si disse che Di Lauro, con i soldi della droga, aveva acquistato un casin a Tolmino, al confine con la Slovenia, e poi centri residenziali in Grecia, centri di scommesse in Inghilterra, discoteche e strutture turistiche in Italia e all'estero. E ancora: gioiellerie, palestre. Insomma, un sacco di roba.  facilmente ipotizzabile che avesse decine e decine di conti correnti intestati a prestanome, persone insospettabili che, forse, nemmeno abitavano a Napoli.
E anche quel giorno di interrogatorio se n'era andato. Ormai il PM provava un certo senso di fastidio ad ascoltare di grandi investimenti, di affari a sei zeri e di elogi per un camorrista. D'altronde, non gli era mai capitato di occuparsi di un manager del crimine piuttosto che di un capocamorra classico, che gira con la scorta e fa saltare in aria le saracinesche dei negozi che non pagano.
Eppure, un aspetto dell'ultimo racconto del collaboratore di giustizia lo aveva incuriosito: quello riguardante il business dei falsi trapani Bosch. Apr la Moleskine che nascondeva nella tasca interna della giacca e incominci a leggere gli appunti segnati qualche ora prima. Accese il PC e inizi a scrivere, come ormai faceva da settimane. Un po' di informazioni le aveva memorizzate durante l'interrogatorio, tante altre le aveva acquisite leggendo delle ultime inchieste sull'industria del falso a Secondigliano. Stavolta intitol il capitolo Gli zingari del commercio.
I magliari sono gli zingari del commercio, venditori ambulanti collegati alla criminalit organizzata. Ogni famiglia malavitosa ne controlla una o pi paranze, alle quali fornisce la merce contraffatta da piazzare sul mercato. Il primo a parlarne fu il pentito Gaetano Guida, nell'interrogatorio del 9 marzo 1998:
Tutte le fabbriche che a Napoli e in provincia realizzano capi di abbigliamento del tipo giubbini in finta pelle sono sotto il controllo dei clan e in particolare di Pierino Licciardi, di Costantino Sarno, dei Lo Russo e dei Di Lauro. Queste fabbriche esistono solo in funzione dell'esportazione all'estero di tali capi di abbigliamento, nel senso che quando - ad esempio, dalla Germania, ma anche da altri paesi europei e di altri continenti - vi sono delle richieste di giubbini in finta pelle, la produzione di essi  solo quella che proviene dalle fabbriche del Napoletano controllate dai clan. Posso certamente indicare qualcuna di queste fabbriche. In primo luogo, ne indico una che apparteneva a tale Antonio Sirignano, poi deceduto. Tale fabbrica si trova in via Limitone, a Arzano, ed  di Di Lauro. La fabbrica si trova, o si trovava all'interno di uno stabile che io ben conosco avendoci abitato, che appartiene alla famiglia Sirignano. Sempre a Arzano vi  un'altra fabbrica che produce giubbini ed un'altra si trova a Casoria. Sono entrambe gestite da Pierino Licciardi, cos come del resto una di Melito. Specifico che in queste stesse fabbriche, e anche in altre, si  cominciato a fare capi di abbigliamento in pelle, ma con marchi contraffatti.
Non si tratta, per, di un sistema commerciale artigianale, dai meccanismi primitivi. Anzi, il PM titolare dell'inchiesta sui magliari, Filippo Beatrice, che nel luglio 2004 ordin un'ondata di arresti e sequestri patrimoniali, scrive: In concreto, gli elementi raccolti stanno a dimostrare l'esistenza di un impianto mondiale organizzato come una holding occulta gestita in modo diretto, attraverso affiliati di fiducia, da organizzazioni criminali napoletane e in particolare dai clan dell'Alleanza di Secondigliano.
Il business che se ne ricava, per alcuni investigatori, supera addirittura gli introiti del narcotraffico, anche in considerazione del fatto che, come spieg il Procuratore Nazionale Antimafia in un'intervista: Questi reati hanno una particolarit, che non dev'essere sottovalutata: permettono ingenti guadagni ed espongono a rischi, tutto sommato, contenuti. A Napoli e nelle aree del Sud degradato, la contraffazione ha sostituito il contrabbando di sigarette come reato sociale. E poi c' pure l'aspetto logistico, da non sottovalutare.
Questa attivit che si estende in tutta Europa e nel mondo, oltre a fruttare decine di miliardi serve a costituire una importantissima rete internazionale per l'appoggio e la copertura dei latitanti e il traffico di stupefacenti. I canali di rifornimento della cocaina da parte del clan Di Lauro e da parte dei clan camorristici in generale, hanno da qualche tempo subito delle modifiche sostanziali.  stato, infatti, molto perfezionato l'originario sistema di commissionare direttamente in sudamerica singoli quantitativi di pochi chili che venivano portati a mezzo di corrieri. Attualmente, infatti, le organizzazioni camorristiche prendono contatto diretto con quelle che sono ormai vere e proprie filiali europee dei grandi produttori sudamericani di cocaina. Da qualche tempo, infatti, queste organizzazioni hanno costituito in citt come Madrid, Amsterdam e in Belgio dei veri e propri depositi di cocaina, dove fanno giungere a mezzo di navi tonnellate di stupefacente. Gli acquirenti della camorra per entrare in contatti con i responsabili di queste filiali usano i canali dei magliari. La rete dei magliari, infatti, costituisce ormai un sostegno importantissimo per l'attivit dei clan. Dappertutto in Europa, infatti, sono presenti ormai negozi gestiti da italiani di rivendita di capi di abbigliamento in finta pelle. Quasi tutti questi negozi appartengono ai vari clan, i quali se ne servono per nascondere latitanti o, appunto, per organizzare acquisti e importazioni di droga ed armi in Italia. In questi negozi, vi sono peraltro grossi giri di denaro utili per provvedere tra l'altro al sostentamento dei latitanti. Sono i titolari di questi esercizi commerciali a costituire i terminali locali delle organizzazioni camorristiche i quali, quando serve, provvedono alla trattativa per l'acquisto di droga dalle filiali di cui ho detto prima....
Negozi gestiti direttamente dai familiari dei boss, o attraverso compiacenti prestanome, sono stati segnalati dall'Interpol e dallo SCO in Brasile (Rio de Janeiro), Germania (Amburgo, Dortmund e Francoforte), Francia (Lione, Parigi), Belgio (Bruxelles), Jugoslavia, Grecia, Stati Uniti d'America (New York, Philadelphia), Olanda (Amsterdam), Spagna (Barcellona e Madrid) e Canada (Toronto). Ma il piano capitalistico della camorra SPA non si ferma qui, dal momento che i boss di Secondigliano volevano mettere le mani anche sulla Finlandia, la Scandinavia e su Cuba. Nell'isola del Che e di Fidel Castro, l'ultimo avamposto mondiale del comunismo duro e puro di stampo marxista, le famiglie dell'Alleanza volevano installare una fabbrica di giubbini. Ma non so se poi quest'ultimo progetto sia andato in porto, perch sono stato arrestato. Ma non lo escludo, rispose un collaboratore di giustizia a chi gli chiedeva dell'esito del progetto.
Il clan di Paolo Di Lauro emerge dalle investigazioni come uno dei pi organizzati e all'avanguardia, una struttura dagli interessi tentacolari implicata nelle pi disparate forme di investimento illecito, dall'abbigliamento contraffatto alle riproduzioni di trapani e macchine fotografiche. Il braccio finanziario della famiglia di via Cupa dell'Arco  una societ a responsabilit limitata che si chiama Confezioni Valent SRL. Come ha ricostruito il mensile la Voce della Campania, la ditta era stata costituita nel 1989 e avrebbe dovuto terminare le attivit, secondo statuto, nel 2002, proprio l'anno in cui la magistratura riesce a incastrare il padrino.
L'oggetto sociale non si limita al tessile, ma spazia in una gamma vastissima di attivit. Dai mobili ai lampadari, dal commercio delle carni ai latticini, fino alla captazione di acque minerali, alla installazione in tutto il territorio nazionale di "cash and carry"; e poi fornitura di pasti e relativa somministrazione nell'ambito di strutture pubbliche e private. Ancora, si va dalla macellazione di animali di qualsiasi specie alla gestione e costruzione di attivit alberghiere, di catene di ristorazione, di ristoranti e di quanto opportuno per il tempo libero. Senza contare il fatto che la societ potr acquistare terreni, costruire sia direttamente che indirettamente fabbricati, centri commerciali o case per civili abitazioni. Solo alla fine si ritrova la previsione di attivit per la confezione di abbigliamento. E, in chiusura, la manifesta volont di partecipare a gare d'appalto pubbliche o private.
Le quote dell'impresa, passate nel 1996 alla moglie di Paolo Di Lauro, Luisa D'Avanzo, vengono sequestrate e confiscate nel giro di un paio d'anni dal Tribunale su richiesta della Questura partenopea. Eppure il numero di telefono, tuttora attivo, e la ragione sociale campeggiano ancora nelle Pagine Bianche. Basta cercare su Internet. Con un capitale sociale di 40.800 euro e la sede nel quartier generale di via Cupa dell'Arco, a Secondigliano, fornita di una licenza commerciale ottenuta dal Comune di Napoli nel '93, la societ era amministrata dal figlio del capoclan, Cosimo Di Lauro.
Dunque, si intuisce perfettamente come un simile potenziale economico suggerisse al giudice delle indagini preliminari queste parole: L'organizzazione camorristica si  essa stessa riciclata in impresa e, imponendosi con gli strumenti tipici dell'associazione mafiosa, ha realizzato un impero economico occulto, gestito direttamente da associati e i cui proventi monetari sono destinati in parte ai bisogni dell'organizzazione e in parte alla sua crescita e alla conquista o creazione di imprese che operano sul mercato pi propriamente lecito. Si modifica e si attualizza il programma criminoso che non  pi esclusivamente contraddistinto dalla perpetrazione di delitti di sangue e di coartazione fisica, ovvero dalle classiche attivit criminali di natura economica (estorsioni, rapine, contrabbando, traffico di stupefacenti), ma  anche contraddistinto, in modo crescente, dalla realizzazione di attivit, apparentemente lecite, svolte con mezzi e capitali illeciti. Quella che, a ragione, pu definirsi impresa mafiosa si avvicina oggi sempre pi all'impresa lecita: l'organizzazione non opera (pi soltanto) investimenti di tipo tradizionale che ne aumentano i rischi di visibilit e vulnerabilit, ma diversifica gli investimenti, operando nel mercato legale; si dota di una sovrastruttura economica e finanziaria, tipica della criminalit da profitto, che interagisce, attraverso la comune pianificazione e realizzazione di strategie squisitamente economiche e commerciali, con il nucleo storico del sodalizio, avvalendosi e ricorrendo alla fama criminale del primo per la realizzazione degli obiettivi, immettendo nei circuiti economici e finanziari capitali illeciti con effetti distortivi e inquinanti rispetto all'equilibrio economico del mercato e alle regole della concorrenza, nella prospettiva non pi dell'accumulo, ma della movimentazione e dell'investimento dei flussi finanziari stabilmente destinati a produrre nuova ricchezza. Il sistema mafioso, prima composto di soli uomini, si compone oggi di uomini e di strutture commerciali con effetti allarmanti, giacch aumenta la forza economica e criminale del sodalizio e diminuisce contestualmente l'efficacia delle azioni di contrasto.
L'inchiesta sui magliari nasce da una circostanza che poteva tranquillamente passare inosservata, e cio l'assunzione, come dipendente, del capoclan di Secondigliano Pierino Licciardi in una boutique a Praga. Da quel contratto di lavoro, regolarmente registrato, i magistrati antimafia di Napoli ricostruiscono le pieghe di un sistema economico parallelo dai riflessi criminali, setacciano conti correnti, inseguono i venditori porta a porta dei clan lungo la Germania, per poi passare in Francia e in Belgio, superare l'Oceano e atterrare negli USA e di qui spostarsi in Canada per finire in Cina e di nuovo in Olanda; intercettano migliaia di telefonate e interpretano i messaggi criptici degli affiliati che si parlano in codice.
Scoprono cos che anche Ciruzzo 'o Milionario  interessato a un business al quale si fatica ad associare l'idea di camorra: il mercato dei trapani. A mettere, involontariamente, gli investigatori sulla buona strada  la trascrizione di un colloquio in carcere tra Maria Licciardi - sorella del defunto padrino Gennaro e ritenuta, fino alla sua cattura, la reggente della cosca della Masseria Cardone - e il marito Antonio Teghemie, detto "James" per la somiglianza con il cantante James Senese. Maria Licciardi era stata da poco arrestata dagli agenti della sezione Catturandi della Mobile di Napoli, mentre il marito era stato scarcerato - per decorrenza dei termini di custodia cautelare - dopo la condanna per associazione mafiosa. Parlano degli affari propri, con la diffidenza di chi potrebbe essere spiato nella sala colloqui del carcere, e parlano pure degli affari degli altri. Ecco la trascrizione di quel colloquio:
Maria Licciardi: James,  vero che Peppe... Peppe Misso si  messo a fare i trapani? Ha detto che i trapani li devono prendere da lui. E Pasquale l'appoggia.
Antonio Teghemie: I trapani li fanno tutti, li fa Ciruzzo, li fanno tutti quanti.
Maria Licciardi: Dicono qua che li sta facendo pure lui per tutta Napoli e provincia. I trapani li fa lui.
Antonio Teghemie: Li fa per Napoli e provincia? A Secondigliano li fa Ciruzzo, nel Vasto li fa....
Maria Licciardi: Non urlare, qua cos hanno detto....
Antonio Teghemie: Non dargli retta.
Maria Licciardi: Ha mandato a chiamare tutti i ragazzi che vendono i trapani: li devono prendere, d'ora in poi, soltanto da lui. Informati perch pu essere pure che non lo sai....
Antonio Teghemie: Ma a noi non ci interessa, non ci interessa manco a noi.
Maria Licciardi: Senti e con Ciruzzo ti sei incontrato?
Antonio Teghemie: No... no....
Maria Licciardi: Non ti sei proprio visto?
Antonio Teghemie: No, mi ha mandato un'imbasciata per dire che aveva un poco da fare. Niente, insomma appena si liberava....
Era il 20 ottobre 2001 e Di Lauro, un altro appuntamento, non avrebbe pi potuto fissarlo. La holding mondiale della contraffazione  finanziata dalla camorra e gestita da un direttorio in rapporto con i vertici delle organizzazioni criminali ai quali corrisponde parte dei proventi, oltre a robuste donazioni in denaro e altre utilit. Capitava, infatti, che i parenti dei padrini detenuti si rivolgessero ai manager del clan per ottenere prestiti e regali di varia natura come forma di rispetto. Naturalmente, erano richieste che non si potevano rifiutare. E si andava dalla sovvenzione per l'acquisto dei lampadari nuovi - spesa: quaranta milioni di lire - ai telefonini, alle caldaie, al rogito per il passaggio di propriet di una casa di un affiliato, al pagamento degli onorari degli avvocati, segno distintivo quest'ultimo - dicono i magistrati - delle "consorterie mafiose".
Per evitare sovrapposizioni e conflitti di ambito territoriale all'estero, il direttorio si era dato una regola: aree di vendita rigidamente suddivise e divieto di sconfinamento. I magliari della Germania orientale, ad esempio, non potevano invadere il campo di quelli che lavoravano nelle regioni occidentali e viceversa; e quelli controllati da una famiglia non potevano fare concorrenza a quelli di un'altra. Ognuno avrebbe avuto il suo spazio e il suo guadagno. Negli USA, per, questo accordo di cartello sub una prima violazione quando alcune paranze del gruppo Licciardi-Contini invasero la riserva commerciale di Di Lauro, vendendo i trapani contraffatti a un prezzo sensibilmente inferiore a quello praticato da Ciruzzo 'o Milionario, circa la met: cinquanta dollari a fronte di cento.
Il responsabile del direttorio di quella cellula commerciale, quando se ne accorse, terrorizzato and a chiedere aiuto a Antonio Teghemie perch contattasse Di Lauro, che si era ritenuto oltraggiato dall'episodio, e ricomponesse la frattura.
Di fronte all'inerzia di Teghemie, che ancora non si decideva a inviare l'imbasciata al boss di via Cupa dell'Arco e temendo un'azione ritorsiva nei suoi confronti da parte di Ciruzzo 'o Milionario , il manager del malaffare decise di risolversi da solo il problema, sospendendo la vendita in America dei trapani di competenza del proprio gruppo criminale, in maniera tale da permettere ai magliari della struttura di via Cupa dell'Arco di smerciare i propri, rimasti invenduti nei magazzini.
Meglio perdere i soldi, piuttosto che spostare il livello di scontro dal piano commerciale a quello criminale, in cui la potenza di Di Lauro sarebbe stata schiacciante. E a chi gli rimproverava di aver preso una decisione affrettata, mettendo a repentaglio un intero ramo commerciale delle famiglie Licciardi e Contini, il manager disse soltanto: Io dovevo solo preoccuparmi di quello, perch io a quello non lo volevo offendere. Non lo merita di essere offeso e oltretutto ho anche una stima. Tra parentesi, personale....
In un'altra occasione, invece,  Di Lauro a comportarsi da vero "dominus" del mercato, per usare un'espressione degli inquirenti.
Commissiona in Cina la fabbricazione di centoventimila macchine fotografiche Canomatic, perfetta imitazione del prodotto della Canon, e inonda il mercato statunitense attraverso la propria rete di vendita. Solitamente, le scorte riservate ai magliari non superavano mai le diecimila unit e soltanto un investimento al quale avevano partecipato pi clan aveva permesso di acquistare dai produttori di Hong Kong e Taiwan circa trentamila riproduzioni della famosa macchina fotografica da destinare agli zingari del commercio.
Invece, da solo, Di Lauro intuisce il potenziale di profitto di questa nuova impresa commerciale e mobilita i capitali del proprio sodalizio, quadruplicando lo stock di merce disponibile. I concorrenti non hanno molta scelta, un intero settore  stato completamente monopolizzato da un solo uomo e chi vorr continuare a operare sar costretto a scendere a patti con lui.
Questo tiene la potenza, piglia le macchine fotografiche e le manda in terra a una nazione, ascolteranno gli 007 intercettando una conversazione ambientale tra due magliari in un'auto.
Quella che andava prendendo forma, capitolo dopo capitolo, non era pi una relazione investigativa, ma l'abbozzo di una inchiesta giornalistica, con riferimenti a verbali di altri pentiti, ad articoli di giornale, a inchieste in corso e a processi gi terminati. Il magistrato rilesse tutto d'un fiato il capitolo, lo salv e and a dormire. Ma non fu un sonno lungo, perch nel cuore della notte gli telefonarono dal carcere dove si trovava il pentito per dirgli che l'uomo chiedeva disperatamente di lui: aveva ricevuto, via posta, una busta gialla con un pezzo di lingua umana all'interno e un biglietto che diceva: "Questa  la lingua di un tuo amico. Adesso basta. Se non ritratti tutte le accuse che hai fatto ti manderemo la lingua dei tuoi familiari".
Il magistrato ci impieg poco, pochissimo a vestirsi e a correre presso il penitenziario, dove incontr il pentito, in preda a un tremolio che non si fermava pi. Disse che non avrebbe pi parlato, che non gli interessava pi collaborare con la giustizia e che, se fosse stato per lui, si potevano pure salutare in quel momento, perch non si sarebbero pi rivisti. L'indomani, la direzione del carcere avvis la Procura e dispose una sorveglianza raddoppiata nei confronti del pentito. Da quell'istante in poi, il sostituto procuratore avrebbe dovuto continuare da solo a reperire notizie su Ciruzzo 'o Milionario.

3. Il Natale in terra di camorra.

Il Natale, nelle zone di camorra, forse  ancora pi sentito che altrove; sar la necessit di apparire buoni, generosi, che ti riconcilia con un'esistenza da savana: uccidere prima di essere uccisi.
Nel Terzo mondo, la roccaforte del clan Di Lauro, quel Natale era un po' diverso dagli altri, perch per la prima volta il padrino non aveva offerto il pranzo ai suoi uomini di fiducia. Essere invitati a casa di Ciruzzo 'o Milionario era il segnale di "avercela fatta", di essere considerati persone importanti dal boss. Di Lauro era fuori Napoli, a quel tempo. Chiss dove. Si era allontanato dicendo che doveva chiudere un affare importante e aveva lasciato il controllo del clan nelle mani del cognato, Enrico D'Avanzo, e del direttorio.
E pensare che appena l'anno prima, c'era stata una festa incredibile al piano terra della villa di via Cupa dell'Arco, dove il padrino aveva invitato pi di trenta persone. In mezzo alla tavola, imbandita di ogni ben di dio, troneggiava una coscia di prosciutto, bloccata in una tagliola: a fianco, c'era il coltello con cui gli ospiti potevano servirsi da s. E poi ancora Parmigiano Reggiano, olive, tartine, salmone affumicato, insalata di rinforzo, frutta secca. Il pranzo era innaffiato da una pioggia di bottiglie di vino rosso, cos tante che uno degli invitati, che ormai non ce la faceva pi a stare con il bicchiere dietro al boss, gli chiese curioso: Paolo, ma come fai a bere cos tanto? Io gi non ce la faccio pi... E tu continui. Bevi, bevi.... Il padrino fin di masticare e rispose con la voce impastata: Tu non ce la fai perch non sei abituato e poi se vai a pisciare, lo cacci il vino. Il problema  quando te lo tieni tutto dentro.... Era una delle "pillole" di saggezza del padrino, che amava regalare ai suoi amici; come quando, intervenendo in una discussione tra un padre e un figlio troppo sprecone con le ragazze, disse divertito: Guagli, le uniche zoccole che ti devono mangiare sono quelle del camposanto quando, tra cent'anni, schiatti. Dalla cucina affianco - intanto - continuavano a uscire pietanze su pietanze, soprattutto piatti di mare: pezzogne al sale, dentici, astici. Saut di vongole, polipo all'insalata. Alla terza portata, Di Lauro si lament che non fossero speziate a dovere e si fece passare il contenitore del pepe, che fece nevicare in abbondanza su un piatto fumante di linguine allo scoglio. Poi prese un peperoncino piccante, lo frantum tra le dita e cond la pasta con i semini gialli per darle pi sapore. Cos gli piaceva mangiare, con in bocca il fuoco dei condimenti forti.
Non era cambiato d'aspetto, negli ultimi tempi: sempre attento nel vestire, ricercato nell'abbinamento dei colori e nella scelta delle scarpe, soprattutto. La capigliatura, gi rada ai tempi di La Monica, aveva lasciato spazio a una chierica circondata da ciuffi ingrigiti. Gli occhi castano scuri si muovevano con una rapidit impressionante su quel volto che pareva di plastica. E pure quando dava l'impressione di essere distratto, in realt osservata tutto e ascoltava tutti. Gli psicologi chiamano i tipi cos "finti distratti". Gente attentissima a ci che la circonda, che ascolta molto invece di parlare.
Il suo ultimo ordine di "servizio", prima di andare meritatamente in ferie per Natale, era stato perentorio: chiudere le bische clandestine gestite dal clan. Gettava la spugna, ormai. I capi-piazza stavano perdendo al tavolo verde cifre troppo alte. E se anche quei soldi tornavano alla casa-madre sotto altra forma, tanto era tutto sotto il suo controllo, lui preferiva di no, lui preferiva mantenere un profilo moderato, perch la passione per il gioco la conosceva benissimo. E sapeva come era difficile resisterle.  un demone che ti divora nelle carni e nello spirito, quello del gioco d'azzardo, e non ci sono ostacoli capaci di frenare un giocatore incallito quando vede un mazzo di carte. Quel settore se l'era lasciato lui in gestione pi per passatempo che per guadagno, ma gli altri non l'avevano capito. E ci rimettevano, ogni sera, veri e propri capitali. Il proposito di chiudere le bische lo stava gi maturando da un po' di tempo, ma il motivo che lo spinse ad accelerare fu la lettura di un articolo su Il Mattino dal titolo Zecchinetta per i boss: denunciati. L'articolo faceva cos:
I giocatori, una trentina, erano impegnati in una mano di zecchinetta davvero importante. Piatto di dieci milioni. Intorno ai tavoli verdi, gente importante. Guglielmo Giuliano, fratello del pi noto Loigino "ras" di Forcella, attorniato dai suoi guardaspalle. Di fronte, mezzo stato maggiore del clan Di Lauro, quello che fa affari a Secondigliano. Poi tutto il variegato sottobosco della mala, femmine comprese. Centro dell'attenzione di tutti, il croupier, l'unico a muoversi, che per non ha avuto il tempo di scoprire l'ultima carta. La porta della bisca, che di giorno  uno degli anonimi appartamenti delle palazzine, il rione Gescal di Casavatore,  stata sfondata dai carabinieri.  stato il parapiglia. I gorilla di Giuliano si sono stretti intorno al fratello del boss come giocatori di rugby, qualcun altro ha tentato di arraffare dal mucchio le banconote sul tavolo. Quelli di Secondigliano hanno fatto quadrato stringendosi spalla a spalla [...].
Era un segnale da non sottovalutare, perch se un giornalista era arrivato addirittura a scrivere di un clan Di Lauro significava che qualcosa, in Procura, si stava muovendo. E non era il caso di continuare a offrire l'appiglio - n ai giornali n alla magistratura - di rovistare nell'armadio di famiglia, dove poteva spuntare qualche scheletro indesiderato. Quando lesse il servizio, mont su tutte le furie e fece chiamare i responsabili di quella bisca e chiese loro conto della presenza di Giuliano, che avrebbe potuto offrire lo spunto agli investigatori per iniziare a indagare sui rapporti tra Forcella e Secondigliano. Nel giro di quarantott'ore le case da gioco del clan Di Lauro vennero smantellate. Ai clienti abituali e a quelli occasionali - fu l'ordine preciso impartito dal boss - venne riferito che c'erano stati dei problemi con le forze dell'ordine; mentre agli uomini della cosca, che avevano sperperato soldi e tempo a maneggiare le fiches, fece arrivare la propria disapprovazione per un comportamento cos avventato e poco serio. Era una prima ammonizione, ma senza conseguenze. A Guglielmo Giuliano, invece, fece dire espressamente che si trattava di un suo ordine, cosicch quando se lo trov di fronte, tutto arrabbiato per quel gesto sgarbato, gli propose con aria di sfida che, se proprio il "rampollo" di Forcella aveva tanta voglia di giocare, si sedesse al tavolo per una partita di poker con lui. Poi, prese un borsone con dentro tante di quelle banconote da scoppiare, e lo poggi sul tavolo dicendo che quello era il piatto di apertura. Giuliano impallid a vedere tutti quei soldi e rifiut l'invito. Avrebbe trovato altri circoli dove andare a divertirsi, disse prendendo la strada per casa.
Grazie agli interrogatori, il magistrato era riuscito a ottenere molte informazioni che andavano a completare e a rafforzare quanto emerso in precedenti inchieste e che era stato fissato sulla carta in processi di primo e secondo grado. Ma, molto spesso, le notizie del collaboratore di giustizia andavano a cozzare con le ricostruzioni investigative e con quanto accertato dagli organi di polizia giudiziaria, finendo per creare una "storia parallela" della cosca di via Cupa dell'Arco. Quale delle due fosse vera - quella degli atti processuali, o quella che lui andava ascoltando da mesi - non lo sapeva. E forse non era nemmeno importante, visto che il compito di un uomo di legge non  scrivere la storia, ma punire i colpevoli. Alla storia ci avrebbero pensato quelli con un po' pi di tempo a disposizione di lui.
A Secondigliano, negli anni Novanta, le altre organizzazioni criminali avevano continuato rumorosamente a guerreggiare per conquistare sempre pi spazio e per accaparrarsi sempre pi soldi. Gli organi investigativi erano parecchio avvantaggiati nelle indagini sui gruppi dell'Alleanza perch era una sfida tutta muscoli. Da un lato c'era lo Stato e dall'altro i sodalizi armati che conquistavano i rioni, sottraendoli ai nemici, con piombo e colate di cemento. Spesso, per troncare sul nascere le inchieste, i killer preferivano far sparire le tracce delle vittime in maniera tale da rendere quasi impossibile la contestazione di un omicidio. Questa tecnica, introdotta in Campania da Cosa nostra, era stata sperimentata per la prima volta dai Nuvoletta di Marano. Ma, visto che l'idea funzionava e che non c'era il copyright, iniziarono a usarla anche le altre organizzazioni. Un settimanale scrisse:
Sono decine le vittime della "lupara bianca" nel Napoletano e Campania, i morti ammazzati della camorra, gli affiliati ai clan eliminati nelle faide e nei regolamenti di conti scomparsi apparentemente senza lasciare traccia i cui corpi sono stati successivamente rinvenuti nei cosiddetti cimiteri della camorra. Fondi rustici, pozzi artesiani, fondamenta di costruzioni e poderi abbandonati sovente in questi anni sono stati adibiti a luogo dove far sparire i cadaveri di pregiudicati. Vittime eccellenti di lupara bianca sono stati il boss della camorra casertana Antonio Bardellino, ucciso, secondo un pentito, in Brasile e sepolto nella sabbia di una spiaggia. Uno dei ritrovamenti pi eclatanti fu il rinvenimento di sette teschi e altri frammenti di ossa l'8 agosto del '90. Il macabro ossario era stato trovato a Castelvolturno, in provincia di Caserta, in una pineta a poca distanza dalla strada statale Domitiana. I resti appartenevano a esponenti di clan locali come fu successivamente verificato dagli investigatori. Grazie alle rivelazioni del pentito della camorra, Pasquale Galasso, i magistrati della DDA di Salerno trovarono a Palma Campania, nel Napoletano, nell'aprile del 1993, i resti umani di due persone vittime della faida tra due clan del Salernitano. Secondo Galasso e un altro pentito, Mario Pepe, la zona dove fu trovato il cimitero era stata scelta per consumare esecuzioni di camorra. Alle operazioni di scavo parteciparono anche mezzi dell'Esercito, ma Galasso parl di decine di cadaveri sepolti nella zona. Nel gennaio del 1995 a Liveri, un paesino vicino Nola, nel Napoletano, vennero trovati due scheletri umani su segnalazione di due cacciatori. Ossa umane furono trovate anche nel Salernitano, nell'aprile del 1994.
Il cimitero di camorra fu scoperto nella campagne di Buoncanto tra le province di Salerno e Potenza. I resti, secondo gli investigatori, appartenevano a tre camorristi del clan che faceva capo a Giovanni Maiale. Ma di molti pregiudicati presunti affiliati a clan non  stata trovata alcuna traccia. Come nel caso di quattro persone, presunti esponenti del clan Sarno di Secondigliano, sparite nel nulla il 29 aprile del 1997. I quattro, che avrebbero dovuto partecipare ad un incontro con il capoclan, uscirono di casa poco dopo le nove del mattino e da allora non hanno mai fatto pi ritorno a casa. Secondo gli investigatori i quattro individui sono stati presumibilmente uccisi e seppelliti in un cimitero della camorra.
Quasi se ne dimenticava il pubblico ministero del gruppo di Costantino Sarno, il capo zona a Miano per conto dell'Alleanza di Secondigliano: prima aveva scatenato una guerra contro i Licciardi, ai quali non voleva pi inviare la quota di spettanza per il contrabbando internazionale di sigarette, poi se n'era tornato calmo calmo a Napoli, dove era stato arrestato all'aeroporto. Aveva pure iniziato una breve parentesi come collaboratore di giustizia, poi era scappato durante un permesso premio accordatogli per festeggiare il Capodanno in famiglia, senza far sapere pi nulla di s n ai magistrati n ai parenti. Lo catturarono un anno dopo, guarda caso, proprio a Secondigliano. Era tornato nel suo ex feudo per trattare con i vertici della Masseria Cardone il prezzo della propria ritrattazione: un miliardo di lire in contanti, si raccont. Al ritorno in carcere, sment le proprie accuse - come da copione - e incass senza battere ciglio l'ergastolo per l'omicidio del "Re Mida" della sanit privata in Campania, un imprenditore proprietario di numerose cliniche tra Caserta e Napoli, ammazzato dai suoi uomini perch non aveva voluto piegarsi al racket. Sarno era un uomo di rispetto all'interno della gerarchia criminale cittadina; infatti, i magistrati che raccolsero le sue prime dichiarazioni, dissero che era appena al di sotto di Alfieri e di Calasso come importanza. Inoltre, era stato uno dei primi - proprio insieme a Ciruzzo 'o Milionario - a valicare i confini nazionali per investire nell'Est Europa e nei Balcani, soprattutto. Dalla sua residenza in Montenegro, con un cellulare e un'agendina piena di numeri di telefono di insospettabili corrieri, gestiva il mercato del tabacco fuorilegge, un mercato che offriva ancora buoni margini di guadagno, ma che non era nemmeno lontanamente paragonabile a quello degli anni Ottanta e delle paranze di scafi blu che partivano da Santa Lucia e tornavano dalle acque profonde del golfo con i preziosi carichi di "bionde".
I Servizi segreti civili - partendo proprio dalle indagini sul clan Sarno - riuscirono a ricostruire una cartografia degli interessi economici delle associazioni camorristiche all'estero; quello che ne emerse fu un quadro caratterizzato da un'elevata rapacit e da un livello di infiltrazione molto profondo. In una relazione inviata alla Direzione centrale della polizia criminale, in data 20 febbraio 1992, gli 007 scrissero:
La camorra ha esteso la sua presenza in quasi tutti i paesi dell'Europa, impiantando attivit economiche per coprire il traffico di droga e "riciclare" danaro sporco. Dalle indagini e dalle operazioni concluse, anche di recente, emerge l'esistenza all'estero di numerose "colonie" di camorristi appartenenti ai principali clan che operano in Campania. L'arresto di boss di primo piano e alcuni omicidi "eccellenti" avevano gi documentato i piani d'espansione della criminalit in Francia, Spagna e Portogallo, in Olanda, Austria, Inghilterra e Germania. Non sarebbero immuni dal fenomeno neppure i paesi dell'Est: nell'ex Repubblica Democratica Tedesca, ad esempio,  stata segnalata recentemente la presenza di otto esponenti del clan guidato a Napoli dal boss Edoardo Contini, a capo di un vasto traffico di stupefacenti. Al tentativo di conquistare le piazze europee, si affianca la consolidata presenza di camorristi in Sudamerica, da tempo rifugio di latitanti. L'apertura delle frontiere da parte delle cosche camorristiche ha trovato le prime conferme in Francia dove il boss Michele Zaza ha cercato nuovi investimenti, anche con l'accaparramento di case da gioco della Costa Azzurra. E in Francia sono stati arrestati due noti camorristi del Casertano, Francesco Schiavone e Mario Jovine: quest'ultimo aveva avviato una attivit di importazione e esportazione di pesce, come copertura per un traffico di cocaina. Lo stesso Jovine  stato ucciso lo scorso anno a Cascais, in Portogallo da emissari inviati da un boss rivale, Vincenzo de Falco. Di quest'ultimo  stata segnalata pi volte la presenza anche in Inghilterra. In Scozia ha invece la sua base Antonio La Torre, camorrista di spicco originario di Mondragone, nel Casertano: dagli accertamenti fatti dalla polizia napoletana, risulta che il pregiudicato ha creato a Aberdeen una catena di ristoranti. In Germania, la Criminalpol della Campania ha di recente collaborato con la polizia di Francoforte nelle indagini su alcune rapine a furgoni postali, messe a segno da elementi della malavita di Secondigliano, un quartiere alla periferia settentrionale di Napoli.
Gli altri sodalizi investivano nella droga i proventi del racket e della prostituzione, a differenza del clan Di Lauro che poteva diversificare e sfidare le leggi del mercato per formare un unico, grande cartello. Cos, mentre gli altri gruppi si uccidevano tra loro, Di Lauro continuava a rifornire tutti di cocaina ed eroina. Non aveva preferenze per questa o quella cosca, l'importante era proporsi e affermarsi come unico referente campano per il traffico di stupefacenti. I corrieri che partivano da Secondigliano arrivavano in Puglia, in Toscana, in Basilicata e in Abruzzo, in Lombardia e nel Lazio. La holding - nel momento di massimo potere - stipendiava oltre duemila persone e generava un giro di affari incalcolabile.
Come avesse potuto, un uomo solo, riuscire a stringere una cos fitta trama di accordi e alleanze criminali, gli investigatori se lo sono sempre domandati. Come avesse potuto un piccolo gruppo ingrandirsi a tal punto da imporre la pax camorristica ad altre temibili organizzazioni in un territorio dove l'indice di violenza  altissimo, lo spiegarono invece i pentiti: I rapporti tra Di Lauro e il gruppo Licciardi-Mallardo-Contini non sono mai stati buoni, tranne che per un breve periodo, in cui il clan Lo Russo, che in quel momento era in rottura con gli altri gruppi facenti capo ai Licciardi, tent un breve avvicinamento. La gente dei Licciardi ha sempre voluto la morte di Di Lauro ma Gennaro Licciardi prima, e i suoi successori poi, non hanno mai voluto che per arrivare a questo risultato si innescasse una guerra a Secondigliano. La loro intenzione  sempre stata quella di aspettare un'occasione per poter colpire direttamente ed esclusivamente Ciruzzo 'o Milionario. Questo era Di Lauro: fortuna e audacia. E un bel po' di coperture e amicizie "importanti" che lo hanno protetto fin quando  stato possibile. Ma anche per lui la ruota della fortuna stava per cambiare direzione.
Vendono circa mille dosi di eroina al giorno, tutti i giorni. Non sanno che cosa significhi vacanza: incassano i soldi e cedono la droga. Incassano e vendono. Tutti i giorni. Sempre. Quando arrivano a custodire pi di un milione di lire, si danno il cambio per mettere al sicuro il guadagno. Il capo della squadra di polizia giudiziaria del commissariato di Secondigliano aveva lavorato per pi di tre mesi a quell'indagine, nata per un puro caso. Una volante aveva incrociato un tossico che aveva picchiato un'anziana donna alla fermata del bus per rubarle la borsa. Prima che intervenisse la polizia, c'avevano pensato due pregiudicati di Scampa a rincorrere il balordo e a massacrarlo di botte, sotto l'occhio incredulo della stessa vittima dello scippo.
Ispett, si erano giustificati i due, dopo che gli era stato sottratto a forza il tossico dalle mani, non  possibile andare avanti cos. Scippi, rapine, quella  una povera vecchia, e se fosse successo a vostra nonna?
Ma non dovete essere voi a fare giustizia, gli aveva risposto l'agente, mentre il tossico si lamentava a terra, con la testa tra le mani per il dolore. Forse fingeva anche un po', ma era meglio assicurarsi la piet della polizia in quel momento. E poi voi chi siete per arrogarvi il diritto di sostituirvi allo Stato? Ve li devo ricordare io i precedenti che avete?
Ma che significa, ispett, rispose il pi giovane dei due, credevo di aver fatto una buona azione a restituire la borsa a quella vecchietta. L'avevo scambiata per mia nonna, mi dovete scusare. Quanto a quest'uomo di merda, indicando il drogato che non la finiva ancora di rantolare, mi pu pure denunciare, tanto sono con la coscienza a posto.
Quando i poliziotti accompagnarono in commissariato il tossico per sporgere querela contro gli aggressori, lo calmarono con un bicchiere di acqua e zucchero, perch tremava come una foglia. Poi, all'improvviso, scoppi a piangere e inizi a raccontare di chi gli vendeva la droga. Era un fiume in piena, non si fermava pi. Senza che nessuno gli avesse chiesto nulla, fece i nomi degli spacciatori e del capo piazza da cui si riforniva da anni. Disse che a vendergli la roba erano gli uomini di un tale, che si chiamava Lucio De Lucia e che era il boss del rione Berlingieri, e che nascondevano le dosi di eroina e di hashish nei tubi di scappamento delle auto in sosta o dentro finti bidoni dell'immondizia. Lui, quella vecchina, l'aveva scippata perch doveva pagare un debito proprio a quei due che l'avevano massacrato, per questo lo stavano seguendo. Poi aggiunse che tutto quello che stava dicendo poteva confermarlo un salumiere di corso Secondigliano.
E che cosa c'entra il salumiere?, chiese il dirigente del commissariato, che aveva appena iniziato ad ascoltare la storia,  un drogato pure lui, o vende la roba?.
No, no, mosse le mani e la testa, bevendo un altro sorso di acqua e zucchero, ve lo pu confermare perch ogni giorno, alle diciotto precise, vado da lui a cambiare in soldi di carta gli spiccioli che guadagno facendo la carit a via Chiaia. Lo faccio da un anno, ormai. C'ho il mio posto fisso, ormai. Mi siedo e stendo la mano. Inizio di mattina e finisco dopo l'orario di pranzo. Ogni tanto riesco pure a spostarmi a via dei Mille, proprio alla fine, vicino alla stazione della metropolitana, se non sono troppo stanco. Quando finisco, prendo il pullman per piazza Garibaldi. L c' lo stazionamento per Secondigliano. E la sera vengo qui a bucarmi. Questo lo faccio tutti i giorni.
Perch, scusa, dovresti cambiare tutti i giorni le monetine? Ti danno fastidio in tasca?, domand ancora il commissario. No, io gli spiccioli li tengo in una bustina di plastica in petto, e si batt sulla tasca interna di un cappotto che un tempo assomigliava - forse - a un montgomery, i soldi li cambio perch  la regola. Non puoi andare a comprare droga con gli spiccioli. Quelli non vogliono tutte quelle monetine, dicono che  pericoloso se arriva un controllo della polizia. Si appesantiscono, se devono scappare. E cos me le devo cambiare da solo le monetine....
Il racconto and avanti tutto il pomeriggio. Il giorno dopo, il dirigente del commissariato dispose una serie di controlli incrociati alle dichiarazioni del tossico. E i riscontri arrivarono. Giorno dopo giorno, le prove dell'esistenza di una organizzazione dedita alla detenzione e allo spaccio di ingenti quantitativi di ogni tipo conosciuto di sostanze stupefacenti, come il dirigente scrisse nella prima informativa indirizzata alla magistratura, si facevano sempre pi consistenti. Era la prima volta che si parlava di una organizzazione gerarchicamente strutturata, con una propria contabilit interna.
Vendono circa mille dosi di eroina al giorno, tutti i giorni. Non sanno che cosa significhi vacanza: incassano i soldi e cedono la droga. Quando arrivano a custodire pi di un milione di lire, si danno il cambio per mettere al sicuro il guadagno. Il capo della squadra di polizia giudiziaria del commissariato di Secondigliano aveva ripreso di nuovo a parlare, dopo quella piccola pausa. Gli sedevano davanti alcuni poliziotti che avrebbero seguito il prosieguo dell'inchiesta, perch quelli che c'erano prima erano stati trasferiti ad altre sedi. Lui ci aveva pure provato a trattenerli, dicendo che erano impegnati in una inchiesta importante, ma niente: dai piani alti non ne vollero sapere. Gli agenti, comunque, non si scoraggiarono: iniziarono a raccogliere fotografie, confessioni. Pedinavano i tossici e li costringevano a riconoscere nelle foto segnaletiche gli uomini che fino a pochi istanti prima gli avevano allungato le dosi quotidiane di eroina e di cocaina. Quando tutto il materiale fu raccolto, il commissario firm una lunga e articolata informativa che invi al procuratore della Repubblica. Cos nacque l'inchiesta: le intercettazioni, concesse tra mille remore dal giudice per le indagini preliminari, portarono a scoprire ci che i tossici non avrebbero mai potuto raccontare. La droga arrivava in Italia attraverso una complicata triangolazione con il Sudamerica e il nord Europa. Inizialmente, la cocaina veniva importata da Lima per poi passare attraverso Parigi e, infine, Napoli; oppure attraverso Amsterdam e Vienna. Altre partite di cocaina giungevano da Barranquilla, in Colombia, e approdavano a Napoli via Lisbona, trasportate in sottofondi di valigie imbevute di sostanze tossiche per sviare l'olfatto dei cani anti-droga oppure, con una tecnica sofisticata, impregnate agli abiti. Quando il sostituto procuratore ottenne dal GIP l'emissione di una quindicina di ordinanze di custodia cautelare, gi nel rione, nessuno sospettava alcunch. Avevano notato una strana presenza di poliziotti nelle "auto civetta", ma credevano di non correre alcun rischio. D'altronde, nessuno li aveva avvertiti del "pericolo" esistente, quindi dovevano sentirsi tranquilli.
Il PM mi ha mandato la copia dell'ordine di arresto. Il blitz  stanotte, preparatevi, aveva detto il dirigente del commissariato ai suoi uomini, li andiamo a prendere dai letti. Uno a uno. I primi che presero furono proprio i due che avevano picchiato il tossico, poi tocc agli spacciatori, alle vedette e al capo piazza.
Ma che state facendo?, url quest'ultimo davanti alla polizia che gli aveva invaso la casa alle due del mattino, io sono un disoccupato, io non mi sono mai drogato, a me mi fa schifo la droga e mi fanno schifo i drogati. Vomitava rabbia e continuava a ripetere: C' un errore, vi state sbagliando. Io non c'entro. Le manette gli si strinsero ai polsi.
Il pi sfrontato fu un ragazzo di poco meno di trent'anni, che abtava nella zona del Perrone. Quando i poliziotti gli dissero che era in stato di arresto per droga, si alz dal letto a baldacchino - dove lo avevano sorpreso - ricoperto di lenzuola di raso rosa, sotto le cui pieghe si riconoscevano le curve di una donna, e sentenzi: Ecco che cosa si rischia a volere la barca a Mergellina e la casa in montagna. La ragazza che era con lui, una prostituta d'alto bordo, si vest e se ne and bestemmiando, perch le avevano interrotto il sonno. Non si sa come, per, nelle copie delle ordinanze consegnate agli indagati, c'era anche il riferimento al racconto del primo tossico, quello picchiato per lo scippo alla vecchietta. Il PM aveva dimenticato di inserirlo tra gli omissis, "bruciandolo". Quando il drogato lesse il racconto dell'operazione sui giornali, quasi moriva d'infarto a sentire il suo nome accostato a termini come "pentito", "gola profonda", "collaborante". Chi aveva collaborato? Lui non aveva firmato alcun verbale, aveva soltanto parlato in preda a una crisi di astinenza. Ma vallo a spiegare a quegli animali, che ora penseranno che  tutta colpa sua.
And in commissariato e minacci di sfasciare tutto, perch si era sentito "tradito". Lo ammanettarono e lo tennero in camera di sicurezza per un paio di ore, giusto il tempo che si placasse la sua furia omicida. Quando andarono a parlargli, lo trovarono che stava cercando di impiccarsi con i lacci delle scarpe da ginnastica. Lo lasciarono andare, il mattino dopo, senza nemmeno denunciarlo, perch nel frattempo aveva detto di essersi calmato e di aver riflettuto bene sul suo gesto. In quel momento, la magistratura avrebbe potuto affondare il primo, decisivo colpo contro l'esercito di Paolo Di Lauro. Invece, no. Si accontent di quello che aveva.
Lei  ritenuto capo e promotore di un'organizzazione specializzata nella vendita di dosi di eroina e cocaina, disse il magistrato durante l'interrogatorio al capo piazza del Perrone. Quali sono i sistemi di approvvigionamento della struttura e chi sono i referenti internazionali che vi permettono di acquistare la droga? Lei sa che una collaborazione con l'autorit giudiziaria potrebbe alleggerire la sua posizione?, incalz il sostituto procuratore.
Ma quali referenti internazionali, io sono innocente. Ho fatto qualche affare con un po' di persone, di cui oggi non ricordo nemmeno pi il nome e la faccia. Io mica sono Umberto Ammaturo, io sono un povero cristo che non c'ha che mangiare a fine mese..., aveva protestato il camorrista, che non fece alcun nome. Sarebbe bastato salire qualche gradino e la cima dell'organizzazione sarebbe stata conquistata. Invece, rimase avvolta dalla nebbia dell'anonimato.
Al processo, vennero tutti condannati: ma la sentenza parl di un'associazione autonoma, indipendente da eventuali legami con la criminalit organizzata.
Il tossico dalla bocca larga lo trovarono, qualche mese dopo, morto nella villa comunale. Era cianotico in volto. Aveva in corpo una tale quantit di eroina da fargli scoppiare il cuore. Roba buona, purissima. E ora vallo a capire se gliel'avevano iniettata per toglierlo da mezzo in maniera pulita, o se era un regalo che si era fatto per festeggiare di essere ancora vivo, nonostante tutto.
La condanna del sottogruppo del rione Berlingieri era gi stata messa in preventivo dal direttivo della cosca di via Cupa dell'Arco, ma non fu quell'episodio a destare il gigante dal sonno nel 1992.
E infatti, il vulcano che dormiva sotto la cocaina e le banconote, a Secondigliano, un giorno si svegli. L'esplosione fu talmente forte che ne rimasero tramortiti anche quelli che, di quel vulcano, erano i guardiani fedeli. La pace, insegnavano i latini, la puoi ottenere soltanto preparando la guerra. E la guerra che prepar il clan Di Lauro, in quel 1992, fu qualcosa di spaventoso, che fece inorridire le stesse persone che vi avevano preso parte.
Il magistrato non aveva tanta voglia di andare in Procura. Cos quel giorno lavor da casa. Tanto, anche il pentito non c'era pi. Da quando era stato minacciato, aveva deciso di sospendere per un po' la collaborazione. Voleva riflettere sul significato di quel messaggio minatorio e sull'opportunit di ritrattare tutte le accuse, tanto chi glielo faceva fare di esporsi ancora? E per che cosa, poi?
In Procura seguivano con interesse la piega che aveva preso la sua inchiesta, perch da una sua intuizione la sezione misure di prevenzione patrimoniale della Questura partenopea aveva posto sotto sequestro un motoscafo di quattordici metri, ormeggiato a Baia, un paio di auto di grossa cilindrata - tra cui una Thesis, che sembrava quella usata dal presidente del Consiglio in occasioni degli eventi mondani - e diversi conti correnti intestati a fiancheggiatori di un clan di San Pietro a Patierno per un totale di duecentomila euro. Ma era una goccia nel deserto, nulla di pi. Non si faceva grandi illusioni, il magistrato: sapeva che attaccare i patrimoni dei gruppi malavitosi era pi complicato che trovare il colpevole di un assassinio. Non si perse d'animo, comunque. Inser le audiocassette nello stereo che aveva nello studiolo e inizi a sbobinare le ultime dichiarazioni del pentito, quelle rilasciate appena pochi giorni prima delle minacce. Ci impieg circa tre ore, poi chiam in ufficio per avvertire che sarebbe stato a casa tutto il giorno per continuare a scrivere il memoriale. Si era fatto inviare tramite mail, da un suo amico giornalista, i codici di accesso all'archivio storico delle agenzie di stampa, grazie alle quali era riuscito a recuperare un po' di notizie che gli interessavano. Doveva scrivere il prossimo capitolo della storia della holding di via Cupa dell'Arco. E per la prima volta, inizi a digitare sulla tastiera termini come morti ammazzati, vendetta, sangue e mattanza. In passato, le parole pi usate erano state soldi, finanza, investimenti, riciclaggio, impunit. Significava che qualcosa stava cambiando nel suo modo di scrivere. Non era abituato all'idea che anche Ciruzzo 'o Milionario avesse avuto a che fare con una faida. Invece, lo scopr tutto d'un tratto. Erano circa le 11 del mattino quando inizi a scrivere. Non si ferm, nemmeno per pranzo, fino alle 17, tagliando e incollando. Limando, cambiando qualche vocabolo, eliminando qualche aggettivo o qualche avverbio.
Quello che ne venne fuori lo convinse a sospendere un attimo, giusto per mangiare qualcosa.
 il 1992 quando il gruppo di Di Lauro lascia da parte la diplomazia e soffoca nel sangue la ribellione portata avanti dall'ex capo zona di Mugnano, Antonio Ruocco, che determina una escalation di gravi fatti di sangue, culminati nella famosa strage del bar Fulmine.
Antonio Ruocco viene inviato in soggiorno obbligato a Piombino. Ne approfitta per sostituirlo al comando della famiglia di Mugnano Gennaro Di Girolamo, spalleggiato dal clan di via Cupa dell'Arco. Ruocco, per, scappa dal confino e torna a Napoli per vendicarsi. Uccide Di Girolamo e sventa il tranello che i Di Lauro gli hanno teso per ammazzarlo. Capisce, per, che da solo non potr affrontare l'ira di quelli di Secondigliano - come lui stesso li definisce - e chiede aiuto al padrino di Giugliano, Giuseppe Mallardo.  lo stesso Ruocco che ripercorre, nell'interrogatorio del 7 novembre 1994, quei mesi: Con Mallardo i rapporti sono stati sempre buoni, gli avevo richiesto per la vicenda, mia personale, relativa alla guerra in atto con Paolo Di Lauro di appoggiarmi. Peppe mi aveva sempre promesso il suo aiuto e ci in quanto anche a loro mi faceva intendere dava fastidio il milionario. Naturalmente, col tempo ho potuto comprendere che gli interessi che potevano legarli erano pi forti della nostra amicizia e pertanto in pratica non ricevetti mai alcun aiuto concreto.
Per Ruocco la battaglia continua, comunque. Pi cruenta e sanguinaria che mai. La prima contro le batterie di fuoco nemiche che gli danno la caccia per eliminarlo e la seconda contro polizia e carabinieri che lo braccano per arrestarlo.  il 18 maggio 1992 quando, davanti al bar Fulmine, all'interno del rione Monterosa, entra in azione un commando di otto uomini - capitanato dallo stesso Ruocco, che allora  latitante - e con mitra e bombe a mano abbatte cinque persone; tra le vittime c' anche Raffaele Prestieri, l'uomo che aveva preso parte, dieci anni prima, alla scissione dal boss Aniello La Monica per portare al potere Ciruzzo 'o Milionario. I poliziotti che raccolsero quei cadaveri dall'asfalto contarono tanti di quei bossoli da ipotizzare che il fuoco di fila dei fucili kalashnikov fosse durato non meno di cento secondi; un minuto e mezzo di terrore che avrebbe infranto ogni residua possibilit di replica da parte del gruppo rivale.
Il giorno dopo, l'allora prefetto Umberto Improta telefona al Viminale e chiede l'invio di agenti specializzati del Servizio segreto civile per fermare la mattanza. Ma non si muove niente, in quella settimana, sul fronte della criminalit organizzata. Sembra che la guerra sia terminata, che il colpo infetto da Ruocco sia stato troppo forte. Il luned successivo, l'onda d'urto del clan Di Lauro investe Mugnano e spazza via quel che resta della fazione avversaria.
Ecco come le agenzie stampa dell'epoca ricostruirono l'omicidio della madre dell'ex capoclan di Mugnano, avvenuto a sette giorni esatti dalla strage del rione Monterosa.
Un'anziana donna, Angela Ronga, madre del boss della camorra di Mugnano (Napoli), Antonio Ruocco,  stata uccisa a colpi di pistola nel primo pomeriggio da alcuni sconosciuti che sono poi fuggiti a bordo di una motocicletta. L'omicidio  avvenuto in via Giolitti, nel centro di Mugnano. Nella zona sono stati istituiti numerosi posti di blocco, ma dei malviventi nessuna traccia. Napoli, 25 maggio 1992.
Successivamente si  appreso che la donna, Angela Ronga, di sessantasei anni mentre stava tornando a casa a piedi per via Giolitti,  stata avvicinata da due giovani a bordo di una motocicletta che le hanno sparato contro numerosi colpi di pistola uccidendola all'istante. Per terra sono stati trovati dalla polizia undici bossoli calibro 9. Ronga  sorella del fruttivendolo, Biagio, di sessantuno anni, ucciso il 16 maggio scorso a Mugnano da alcuni killer. Nell'ottobre scorso, inoltre, in un agguato fu uccisa Anna Moxedano, moglie di Sebastiano Ruocco, fratello del boss Antonio che gestisce nella zona il traffico delle sostanze stupefacenti e altre attivit illegali. L'omicidio di oggi, secondo gli investigatori, si inquadra nell'ambito della faida Ruocco-Di Girolamo di Mugnano che ha gi causato sino ad oggi una quindicina di morti e numerosi feriti. Napoli, 25 maggio 1992.
Sono stati quattro i killer, secondo la ricostruzione fatta dagli investigatori, a uccidere la donna che, dopo aver chiuso la sua pescheria stava tornando a casa, in via Filippo Turati, una traversa di via Giolitti. La donna  stata raggiunta al viso, al collo e al torace, da almeno dieci colpi di pistola sparati dai killer in rapida successione. I malviventi sono poi fuggiti a bordo di due motociclette di grossa cilindrata e di colore chiaro.
Nel momento della sparatoria, nella strada, che si trova nel popoloso quartiere della "167" di Mugnano, c'erano diverse persone che, per, hanno detto di non aver visto nulla. Un uomo, che secondo gli investigatori, avrebbe assistito a pochi metri di distanza all'omicidio,  stato fermato per reticenza e portato al commissariato di Giugliano per accertamenti. Questo omicidio, secondo gli investigatori, potrebbe portare ad una recrudescenza della lotta tra i clan camorristici contrapposti Ruocco e Di Girolamo. Napoli, 25 maggio 1992.
Nel corso delle indagini la polizia, al comando del dott. De Iesu, ha fatto numerose perquisizioni domiciliari, fermando anche due fratelli per detenzione di arma. Sono Gennaro Perruzzo di ventisette anni, pluripregiudicato, e il fratello Carmine di 19 anni, incensurato. Nel momento del fermo Gennaro Perruzzo  stato trovato in possesso di una pistola. Il giovane ha tentato di disfarsi dell'arma passandola al fratello Carmine. A quanto si  appreso, Gennaro Perruzzo, uscito di recente dal carcere, sarebbe affiliato al clan Ruocco. La Squadra mobile di Napoli sta interrogando alcuni fermati in relazione all'omicidio. Secondo quanto si  appreso, tre persone, due del quartiere periferico di Secondigliano, ed una di Marano, centro confinante con Mugnano, sarebbero state sottoposte all'esame stub per accertare se abbiano sparato.
I risultati dell'esame non sono ancora stati resi noti dalla polizia. Intanto a Giugliano il questore di Napoli Vito Mattera ha fatto affluire altri cinquanta agenti di rinforzo per proseguire la massiccia battuta che  in atto. Le perquisizioni continueranno per tutta la notte per la giornata di domani. Napoli, 25 maggio 1992.
Soltanto la fortuna aveva evitato che nella lista delle vittime ci fosse anche la sorella di Ruocco, per la quale era stata preparata una trappola mortale.
Un giorno facendo ritorno presso l'abitazione di mia suocera a Marano, appresi che avevano sparato a mio fratello Sebastiano e che la moglie di quest'ultimo era rimasta ferita in maniera grave. Purtroppo, a causa di questa azione delittuosa, mentre mio fratello riusc a salvarsi sebbene ferito, mia cognata Elena Moxedano rimase uccisa... Il giorno dopo, feci ritorno a Piombino e l, passati altri quindici giorni, ricevetti la notizia della morte di mio zio Michele Ruocco. La stessa era avvenuta all'interno del circolo ricreativo di Chiaiano e naturalmente quella notizia mi procur un altro grandissimo dolore. Chiaramente anche questo ulteriore omicidio era da ricollegare alla guerra dichiarata tra me e quelli di Secondigliano, ma in relazione alla vicenda non sono in grado di fornire alcun elemento utile alle indagini. Passato ancora del tempo, anzi non posso precisare quanto, ma comunque collocato in quell'arco, avviene un ulteriore episodio di violenza ai danni della mia famiglia e in particolare ai danni di mia sorella Anna che abitava in quell'epoca a Melito. Cos come era avvenuto presso l'abitazione di mia madre, avevano tentato di incendiare anche la sua abitazione. Tale tentativo per era fallito, poich lei e i suoi familiari erano riusciti a spegnere immediatamente l'incendio. Qualche giorno dopo quell'episodio, penetrarono due persone armate all'interno della sua abitazione. Mia sorella si trovava in compagnia del marito a nome Antonio e di una figlia piccola. I due assalitori li costrinsero all'interno di un bagno che era in una casa, ove li chiusero dentro. Subito dopo dettero fuoco all'abitazione. Fortunatamente, poich il tetto del bagno era ricoperto con materiale del tipo Eternit, riuscirono a trovare scampo da quella via e quindi a sfuggire all'incendio che intanto aveva distrutto l'abitazione. Da quel momento, mia sorella con la sua famiglia si spost prima presso l'abitazione della suocera e poi a Piombino. Dopo quest'ulteriore episodio, rimasi ferito a Piombino per un quattro, cinque mesi. Si tratt di un periodo di calma apparente nel quale n io mi mossi, n vi fu da parte di quelli di Secondigliano e di quelli del mio ex gruppo alcun tentativo di aggressione. Ritenevano infatti che quanto fosse gi avvenuto, mi avesse convinto a farmi rimanere a Piombino. Subito dopo la morte di mio zio Biagio Ronga, come ho gi detto, mi indussi a chiudere la partita con quelli di Secondigliano. Per alcuni giorni la situazione apparve pi calma e ritenni pertanto che le cose avessero preso una piega diversa. Purtroppo, mi dovetti ricredere allorch mio fratello mi telefon dandomi la notizia della morte di mia madre. Quanto alle modalit di detto omicidio, le potetti apprendere successivamente da un giovane che si trovava vicino a mia madre al momento dell'assassinio e che era cresciuto con la mia famiglia. Come ho gi detto, desistetti dal recarmi a Napoli e feci ritorno a Livorno, dove di l a poco ricevetti la visita di Paoluccio 'o Nfermiere. Costui mi disse del dolore che aveva provocato il lutto sia ai Nuvoletta, sia ai Mallardo che a Contini. Mi rifer, inoltre, che un uomo di Peppe Mallardo, che si trovava presso l'abitazione di Ciro 'o Milionario, aveva udito quest'ultimo dire che mi avrebbe ucciso la madre, ma che al momento alla frase non si era dato particolare rilievo, mai supponendo che si potesse arrivare a tanto.
Il gruppo di Paolo Di Lauro aveva dimostrato a quale livello di crudelt e di ferocia poteva arrivare quando c'era in gioco la sua sopravvivenza e quando i sicari uscivano dalla foschia dell'anonimato con il mandato di liquidare gli avversari. Si capisce, allora, perch in quasi vent'anni di potere assoluto, il clan di via Cupa dell'Arco non abbia mai subito alcun attacco da parte di altre organizzazioni criminali. N Licciardi, n Contini, o Mallardo, n i Nuvoletta e n i Casalesi; nessuno osava sfidare la malvagit di una famiglia che aveva soldi e uomini per annientare qualsiasi batteria di fuoco nemica.
Anche se c' nel mistero nella storia dell'uccisione della mamma di Antonio Ruocco, visto che un pentito dei Di Lauro - successivamente - svel che gli assassini dell'anziana donna vennero, a loro volta, eliminati perch avevano agito senza ordine.
Bruno Castelluccio e Mario Candido (i due presunti autori dell'azione di sangue) per quanto ho appreso all'interno del clan, vennero uccisi da affiliati alla stessa organizzazione di Di Lauro, per punizione, essendo essi direttamente responsabili della morte della mamma del Capo Cecce, ossia di Antonio Ruocco, uccisa nel corso della guerra che questi aveva iniziato contro lo stesso clan Di Lauro, per il controllo della zona di Mugnano. La madre di Ruocco non doveva morire, ma autonomamente Castelluccio e Candido presero l'iniziativa di ucciderla e per questo vennero a loro volta uccisi.
Dopo la strage del bar Fulmine, Ruocco si rifugia a Milano, dove lo scovano il 3 agosto 1992 i carabinieri del nucleo operativo. Il fuggitivo si era rintanato in un appartamento in via Nikolajevka: i militari bussarono alla porta dicendo di essere alla ricerca di alcuni ladri segnalati nell'edificio. Ruocco, in preda al terrore che potesse essere un trucco dei killer di Secondigliano, si lanci dal terzo piano. Ferito leggermente alla nuca, rimase in ospedale per poche ore. Nell'appartamento, i militari trovarono una pistola calibro 7.65 con colpo in canna, una carta di identit contraffatta, pochi grammi di cocaina e mezzo chilo di sostanza da taglio. Ormai non dormiva pi da giorni, Ruocco: era ossessionato dalla vendetta di Paolo Di Lauro. E visto che non c'era riuscito con le pistole, decise di andare a colpire il suo nemico con un altro genere di armi. L'ex capo zona di Mugnano si pent poco dopo e il primo nome che fece ai magistrati, naturalmente, fu quello di Ciruzzo 'o Milionario. Prima di iniziare a parlare, per, chiese che venissero inseriti nel programma di protezione oltre centoquaranta familiari. Non tutti decisero di lasciare casa e lavoro per seguirlo nella sua volont di collaborazione e molti di loro, anzi quasi tutti vivono ancora tra Napoli e Mugnano.
Subito dopo l'uccisione di Aniello La Monica, molti degli appartenenti al gruppo che non erano gi passati con Ciro 'o Milionario per paura di eventuali rappresaglie decisero di passare sotto la guida del predetto. Successivamente e col tempo, poich molti di loro avevano partecipato all'agguato ai danni di Ciro vennero da quest'ultimo eliminati.  necessario, altres, rilevare che appunto in tale fase anche se l'ultima parola era di Ciro, le decisioni importanti venivano prese congiuntamente tra Abbinante, Pariante, Silvestri, Paolo Micillo e Prestieri. Fu da loro, infatti, che io ricevetti l'ordine di eliminare una persona chiamata Peppe dei cantieri, abitante a Mugnano, il quale era stato legato ad Aniello La Monica. In effetti, dopo la morte di La Monica e la formazione di un forte gruppo intorno a Ciruzzo 'o Milionario a me venne affidata la zona di Mugnano con l'accordo che in caso di bisogno avrei aiutato il gruppo di Secondigliano. Iniziammo a percepire denaro proveniente in parte dal costruendo mercato del pesce di Mugnano in parte da estorsioni che facevamo ai commercianti della zona e da ultimo dalle rapine. Quanto al mercato del pesce, la tangente veniva versata dall'impresa costruttrice direttamente ai Nuvoletta. La somma doveva aggirarsi intorno ai trenta milioni, ma come nostra quota, noi ricevevamo per Mugnano solo cinque milioni. La parte residua veniva, poi, utilizzata sia per il sostentamento dei latitanti sia per coloro che si trovavano in carcere. Tale denaro a me veniva dato attraverso il gruppo di Ciro 'o Milionario e non direttamente. Ci poteva spiegarsi con la circostanza che eravamo ancora un piccolo gruppo, sorto da poco.
Della faida tra i Ruocco e i Di Lauro parl anche l'ex padrino di Miano, Costantino Sarno: Lo scontro nacque all'interno del gruppo di Ciruzzo, in cui Ruocco si lamentava per essere tenuto in poca considerazione. Io avvertii Ruocco che volevano ucciderlo e cos riusc a salvarsi. Ne nacque uno scontro furibondo. Io volevo aiutare ed aiutai i Ruocco, perch mi sembr assurdo che si colpissero anche le donne... ma Gennaro [Licciardi, n.d.a.], i Mallardo e Contini non ne vollero sapere di schierarsi....
Il magistrato aveva terminato di scrivere, quando squill il telefono.
Era sempre pi difficile riuscire a contattare Di Lauro, a quel tempo. Si era reso irreperibile, nonostante la legge non l'avesse nemmeno lambito. Si era volontariamente allontanato dalla circolazione, chiss da quanto era partito da Napoli. Perch lui era cos: quando spariva, non si sapeva mai se era andato davvero via, o se - invece - era rimasto in zona, in qualche nascondiglio conosciuto soltanto a lui e ai figli. A proposito dei figli: era arrivato a quota dieci. Tutti maschi.
Da circa una settimana, all'interno del clan si sapeva poco o nulla di Ciruzzo. Poi, improvvisamente, giunse l'imbasciata che la sera stessa era stata convocata una riunione in un anonimo appartamento a Melito.
Di Lauro si present come sempre per ultimo. Era diventato ancora pi diffidente nei confronti della polizia, forse perch iniziava ad avere il sentore che, pi prima che poi, avrebbe dovuto iniziare a fare i conti con giudici e poliziotti. Non era un timore remoto, quello del boss, ma una consapevolezza. Sapeva che dieci anni di potere incontrastato, nella camorra napoletana, lo avrebbero portato nel mirino di qualche magistrato sveglio, magari messo sulle tracce giuste da qualche pentito o da qualche "soffiata" fatta dai soliti traditori, quelli che non gli avevano mai perdonato il successo, anche se nel mondo del crimine. Cos, pur sapendo a che cosa andava incontro, decise di non rifiutare quella richiesta di aiuto che gli proveniva da un uomo stanco, braccato dalle forze dell'ordine, su cui pendeva una condanna a morte da parte del clan rivale.
Sono tornato da zio Michele, a Castellammare, disse vicino agli uomini dello "stato maggiore", che ancora stavano piangendo la morte di Raffaele e Rosario Prestieri, rimasti uccisi nella faida contro i Ruocco. Ci chiede aiuto, perch da solo non ce la fa pi.  stanco e ammalato, mi ha chiesto se siamo disposti a nasconderlo qui. Io gli ho detto di s. Voi che ne pensate?.
Avrebbero voluto esprimere sinceramente le proprie ragioni, dire di no, che quella sarebbe stata una mossa pericolosa, perch D'Alessandro era uno dei pezzi da novanta della camorra cittadina e trovarselo tra i piedi, da un giorno all'altro, avrebbe potuto mettere a repentaglio l'organizzazione e anche i rapporti con le altre cosche. Ma non se la sentirono, forse perch videro negli occhi di Di Lauro, per la prima volta, la paura per un rischio che non aveva calcolato e che ora gli si presentava davanti, senza alcun preavviso. Come un inatteso rialzo a poker, quando si  convinti di aver gi vinto la partita con un grande bluff.
Bisogner andarlo a prendere nel posto che vi indicher io domani, appena lui me lo comunicher. Gli dobbiamo dare una casa "pulita", si rivolse al cognato, e la disponibilit di un ragazzo che gli vada a comprare le medicine, quando ne ha bisogno. Con lui ci saranno anche altre due persone, o forse tre, che dovranno accudirlo. Questo  quanto vi volevo dire. A proposito, aggiunse indicando stavolta il capo zona dei Sette Palazzi, domani mi fa il favore di andare a comprare una parrucca e qualche abito da donna. La misura deve essere molto grande, molto larga.
E posso sapere a che ti servono?, rispose l'altro quasi divertito.
Non ti preoccupare, ora, di questo. Qui stanno i soldi. Ti raccomando la parrucca con i capelli lunghi, molto lunghi, disse Di Lauro, troncando il discorso.
Il giorno dopo l'appuntamento fu fissato in un casolare tra le alture dei Monti Lattari, in penisola sorrentina. Ad attendere il boss di Castellammare c'erano quattro uomini fidati di Ciruzzo 'o Milionario, su due auto. Il padrino in fuga riusciva a malapena a reggersi sulle gambe: d'altronde se era vivo lo doveva a un miracolo. Era caduto vittima di un'imboscata tesagli dai rivali. Avevano cercato di abbatterlo con le mitragliette e le pistole, ma i suoi guardaspalle avevano sparato a loro volta. Sul selciato erano rimasti quattro cadaveri, di cui uno della batteria di fuoco nemica. Gli altri tre facevano parte della scorta del boss di Castellammare di Stabia.
Vi ringrazio, fu l'unica parola che D'Alessandro disse appena li vide. Io a Paolo gli voglio bene, perch  un ragazzo serio ed  di animo buono, aggiunse durante il viaggio per Secondigliano.
Gli venne assegnato un alloggio in un edificio di edilizia pubblica, costruito da alcuni "palazzinari" sospettati di legami con i Di Lauro, proprietari di gran parte delle abitazioni in cui si tenevano i summit pi importanti del clan.
Paolo, tutto a posto. Siamo andati a prenderlo e l'abbiamo portato a casa, disse l'autista della delegazione di via Cupa dell'Arco, al ritorno. Ora sta con gli altri, che lo stanno aiutando a sistemare un po' di cose nell'appartamento. Ma vuoi qualcuno gi, di sentinella?
Cos la polizia si accorge delle vedette e la prima cosa che fa  andare a controllare nel palazzo se c' qualche latitante, rispose pronto Di Lauro, meglio di no. Certe volte  meglio giocare d'astuzia.
E arriv il compleanno del padrino: il 26 agosto. Di Lauro diede una grande cena nella sua villa, con l'esibizione - in piazza - di alcuni cantanti e personaggi dello spettacolo. Ufficialmente, quei festeggiamenti erano per la festa dei Gigli, che si tiene ogni anno a Casavatore, un comune confinante con Secondigliano, ma tutti nel rione sapevano chi era il finanziatore della serata e quale il motivo di tanta allegria. Un'allegria che presto sarebbe apparsa ingiustificata.
Il magistrato non aveva ancora avuto il tempo di rileggere le ultime cartelle scritte al computer, per apportarvi eventuali correzioni, che si rimise alla scrivania a lavorare. Aveva appena finito di parlare al telefono con il capo della Squadra mobile, che lo informava del ritrovamento di un milione e mezzo di euro in contanti, in un sottoscala di una scuola di Scampa. Era il pi sostanzioso ritrovamento di banconote degli ultimi anni, frutto probabilmente di chiss quale affare andato in porto. Nel sottoscala avevano pure trovato un piccolo arsenale: una bomba a mano, due fucili mitragliatori, due divise dei carabinieri e una pistola Smith&Wesson con silenziatore. Era stato davvero un gran sequestro, bisognava muoversi quanto prima. Ora lo attendevano in Questura. Doveva andare. Avrebbe continuato a scrivere con pi calma, dopo o - al massimo - domani.
La questione - invece - gli prese pi tempo del previsto, perch riusc a sedersi di nuovo davanti al PC soltanto dopo una settimana. Ma non era stata una settimana persa, perch la storia delle banconote era molto pi interessante di quanto immaginasse: erano soldi falsi, stampati da professionisti, certamente. Sembravano veri tanta era stata la perizia nel riprodurli. Venivano da Messina, avevano scoperto i poliziotti, e facevano parte di uno stock di almeno cinque milioni di euro che la criminalit organizzata di Secondigliano, e forse pure il clan Di Lauro, aveva acquistato dalla mafia siciliana. A che cosa servissero non si sa, anche perch erano tutti di taglio medio-grande: dai biglietti da venti fino a quelli da cinquecento. Comunque, aveva delegato il lavoro investigativo alla Squadra mobile. Era compito suo, ora, ricostruire il puzzle. Lui avrebbe continuato a lavorare al memoriale e all'indagine sui prestanome, che aveva battezzato "Pinocchio". Perch, in gergo, i prestanome si chiamano "teste di legno".
Rilesse il verbale di un pentito e si ricord di utilizzare la password di quell'amico giornalista per accedere all'archivio informatico della pi grande agenzia di stampa italiana. Quando inser nel campo di ricerca la parola Paolo Di Lauro, indic tra le opzioni la ricerca allargata a tutti gli anni. Quindi, diede il comando di avvio ricerca. Era un consiglio che gli aveva dato un altro collega, uno dei primi a indagare su Paolo Di Lauro. Vedi che noi non abbiamo scoperto niente su di lui, riprenditi i giornali di qualche anno fa e leggi, gli aveva detto. La gestione del nuovo pentito, le udienze, la proroga delle indagini, gli avevano impedito, negli ultimi tempi, di poter avere la calma e la lucidit necessarie per poter avviare il programmino scaricato da Internet. Il magistrato non era un granch al PC, per questo ci mise tanto tempo a decidere di utilizzarlo.
I primi risultati comparvero sul video dopo qualche secondo. Ma, manco a farlo apposta, aveva sbagliato l'ordine di ricerca. Torn indietro nel men principale e ordin le notizie in maniera ascendente, dalla pi datata a quella pi recente. Prima, aveva fatto il contrario. Lo schermo del piccolo PC portatile si riemp di nuovo di notizie. Apr le prime della lista. Lesse e cominci di nuovo a scrivere. Riprese da dove aveva interrotto, senza aprire un nuovo file.
Il 25 febbraio 1994 succede qualcosa di imprevisto. L'agenzia giornalistica ANSA batte alle 11:33 del mattino un lancio in cui, per la prima volta, si parla di Paolo Di Lauro come di un boss e addirittura si ipotizza - con dodici anni di anticipo sulla sentenza di primo grado - l'esistenza di un clan autonomo, strutturato gerarchicamente e subordinato al comando di Ciruzzo.
25 febbraio. Gli agenti della Squadra mobile hanno arrestato dopo circa quattro mesi di latitanza il pregiudicato Giuseppe Parisi, trentadue anni, soprannominato "'o Nasone", e ritenuto un affiliato al clan camorristico dei Di Lauro, che  attivo nel quartiere di Secondigliano. Parisi  stato bloccato ieri sera nei pressi di un bar di via del Cassano. A suo carico c'era un provvedimento di fermo di polizia giudiziaria emesso dal PM Sbrizzi per i reati di associazione per delinquere di stampo camorristico, e spaccio di stupefacenti. Il provvedimento fu emesso dopo l'omicidio del pregiudicato Giuseppe Madonna, soprannominato "Alemao", avvenuto il 23 novembre scorso. Giuseppe Parisi - secondo la polizia - sarebbe uno stretto collaboratore di Ciro Cianciulli, luogotenente del boss Paolo Di Lauro, e gestirebbe per suo conto il traffico di stupefacenti nella zona del Cassano, a Secondigliano, in concorrenza con il clan rivale dei Licciardi.
Cosa  successo? Semplicemente che la stampa  arrivata sulla notizia prima delle forze dell'ordine e della Procura. In quasi venti anni, il clan Di Lauro  riuscito a piombare la verit sulla propria struttura, sui propri affari, sui propri uomini. E ora che si apre uno squarcio nel mantello di omert che l'ha reso cos potente e temuto, il rischio  di far saltare le coperture, definitivamente. Passano ancora quindici giorni circa e l'ANSA batte una nuova agenzia.  l'11 marzo del 1994, il lancio informa della cattura, a Secondigliano, del boss di Castellammare di Stabia Michele D'Alessandro.
11 marzo. Il boss della camorra Michele D'Alessandro, arrestato ieri a Napoli dalla polizia dopo un anno di latitanza, si vestiva da donna durante i suoi spostamenti per non essere riconosciuto dalle forze dell'ordine. Lo hanno accertato gli agenti del commissariato di Castellammare di Stabia, che da tempo erano sulle sue tracce. Subito dopo la cattura, D'Alessandro, parlando con alcuni funzionari di polizia, ha spiegato che non si era presentato a San Nicola delle Tremiti, dove sarebbe dovuto rimanere in soggiorno obbligato, perch non sopportava l'idea di vivere in un paese di trecento persone.
Interrogato in merito al duplice omicidio di Alberto Castellano e Antonio Amendola, avvenuto lo scorso 14 agosto a Castellammare e che si sospetta ordinato dallo stesso D'Alessandro, il boss ha affermato: Ai loro funerali c'erano pochissime persone. Questo significa che quei due avevano commesso qualche cosa di brutto. La polizia ritiene che D'Alessandro abbia trascorso la maggior parte della latitanza nell'appartamento di via Cimitero a Secondigliano nel quale  stato sorpreso ieri sera. Si tratta di una palazzina popolare costruita con i fondi della legge 219 sulla ricostruzione, sul cui assegnatario sono ora in corso accertamenti.
11 marzo. Secondo gli investigatori, Michele D'Alessandro a Secondigliano poteva contare sulla protezione di Paolo Di Lauro, il boss emergente nella zona dopo l'arresto di Gennaro Licciardi. Uomini di Di Lauro accompagnavano D'Alessandro a Castellammare con auto blindate tutte le volte che il boss faceva visita ai familiari, quindi lo riconducevano nel rifugio di via Cimitero. Solo pochissime persone erano a conoscenza del nascondiglio napoletano del pregiudicato. Si trattava soprattutto di donne, due delle quali sono state sorprese ieri con lui e arrestate. Michele D'Alessandro, infatti, aveva bisogno di essere costantemente assistito e accudito a causa dei postumi delle ferite riportate nella strage del viale delle Terme a Castellammare, avvenuta nel 1989, e nella quale furono uccisi il fratello Domenico e tre suoi "guardaspalle". Nel prosieguo delle indagini sulla latitanza del boss, gli agenti del commissariato di Castellammare hanno denunciato in stato di libert quattro persone con l'accusa di favoreggiamento. Sono Italo Esposito di quarantotto anni, impiegato in uno studio legale, che teneva i contatti tra il latitante e gli avvocati; la moglie di quest'ultimo, Angelina Rotondale di quarantasei; Vincenzo Oscurato di trentuno, ex guardia giurata dell'istituto "Faro di Stabia"; Francesco Belviso di trentaquattro, parente della moglie del boss.
E il giorno dopo ancora, ecco un'altra agenzia che parla addirittura di fiancheggiatori incensurati del boss Di Lauro.
12 marzo. Un dipendente comunale, Luigi Montanino di quarantacinque anni,  stato fermato dalla polizia con l'accusa di favoreggiamento aggravato nei confronti del "boss" della camorra Michele D'Alessandro, arrestato gioved scorso dopo un anno di latitanza. Montanino, che lavora nell'ufficio pubblicit del comune, era l'affittuario dell'appartamento di via Cimitero a Secondigliano nel quale D'Alessandro aveva trovato rifugio. Nonostante sia incensurato, gli investigatori ritengono che sia legato a Paolo Di Lauro, "boss" emergente di Secondigliano. Montanino avrebbe riferito di aver preso in affitto l'abitazione da una donna, Rita Amendola, della cui esistenza, per, la polizia non ha trovato tracce. Per gestire l'appartamento, Montanino, percepiva due milioni al mese. Non si esclude che nell'abitazione abbiano trovato rifugio anche altri latitanti.
Quando fin di scrivere quelle poche righe, si butt sul letto a pensare a come fosse stato possibile che un'agenzia di stampa definisse camorrista un uomo senza che la magistratura sentisse il dovere di capirne qualcosa di pi? Com'era stato possibile che un giornalista fosse stato pi "investigatore" di un magistrato? Non si diede alcun tipo di risposta, per. Perch - altrimenti - avrebbe dovuto pensare male. Se soltanto avesse potuto parlare ancora un po' con il pentito, che sembrava avere una risposta a ogni tipo di domanda. Era un po' la sua coscienza sporca. E lui sentiva forte il desiderio di sporcarsi ogni tanto.
Lo contatt quel giorno stesso, attraverso la direzione del penitenziario, e gli chiese di vederlo. Per evitare che in carcere si diffondesse di nuovo la voce sulla ripresa della collaborazione, concordarono insieme di simulare un'udienza in tribunale.
Ma il giorno dell'incontro con il collaboratore di giustizia tard ad arrivare, perch il magistrato dovette sostituire un collega ammalato in una requisitoria.
Ne approfitt per scrivere alcune domande che avrebbe voluto porgere al pentito. Quando lo vide, nell'ufficio al settico piano della Procura della Repubblica di Napoli, per prima cosa tir fuori i fogli su cui aveva stampato le notizie e glieli fece leggere.
Dovete scusarmi, dottore, ma senza occhiali non vedo bene, rispose il collaboratore, alzandosi e avvicinandosi all'attaccapanni dove erano custoditi, all'interno di una giacca a vento, le sue lenti da vista. Torn a sedere e scorse il foglio.
E allora? Che cosa ne pensi?, gli domand impaziente il PM.
Non ho capito, dottore, ma che  questa roba?
Veramente la domanda te l'ho fatta io per primo. Volevo sapere che ne pensi.
Il collaboratore di giustizia accenn a un sorriso, mentre inizi a grattarsi furiosamente il lobo dell'orecchio destro. E aggiunse: Ci siamo capiti male, dottore, mi dispiace. Io sono venuto qui da voi, oggi, perch ero convinto che mi avreste fatto firmare la dichiarazione di responsabilit con cui ritrattavo tutte le accuse. Credevo che fosse questo il foglio da firmare. Invece qua che ci sta scritto? Di Lauro, D'Alessandro, il blitz nella casa di fronte al cimitero. Ah, allora non ci siamo intesi: dottore, io ve l'ho gi detto e ve lo ripeto. Non sono pi un collaboratore di giustizia. Voglio farmi i miei anni in galera tranquillo, con la coscienza a posto, senza preoccuparmi pi di tanto. Io di questa storia non so niente, proprio niente. Sarebbe andato via se il magistrato non l'avesse convinto a restare. Gli spieg che non era un interrogatorio, che non c'era nemmeno il poliziotto a verbalizzare. Era soltanto una richiesta di informazioni su un episodio che lui non riusciva a decifrare.
Ti chiedo una mano, non lo sapr nessuno. E poi che valore pu avere parlare di una cosa che  finita sui giornali pi di dieci anni fa?, cerc di convincerlo il sostituto procuratore. Vorrei soltanto che mi dessi qualche risposta, tutto qui. Poi non ti cercher pi, promesso.
E che cosa volete sapere, ribatt il collaboratore inforcando di nuovo le lenti e iniziando a leggere il foglio dell'ANSA.
Una cosa molto semplice: com' possibile che, in tutti i documenti che sono andato a visionare, verbali, informative, sentenze, ordini di cattura, non si faceva cenno in alcun modo a Di Lauro e poi ne leggo il nome, addirittura, su un lancio di agenzia otto anni prima dell'arresto?
Io penso che dovreste stupirvi di meno e ragionare di pi. Che cosa c' di strano a scrivere che Di Lauro era un boss, scusate? Il problema non  questa data che leggo qua sotto, 1994, ma quelle che ho letto sulle prime ordinanze di custodia cautelare per il gruppo di via Cupa dell'Arco: 2002 e 2005. Sono quelle l'anomalia, non una notizia di un giornalista che ha scritto che Di Lauro gestiva il traffico di stupefacenti.  anormale piuttosto che la magistratura ci abbia impiegato - dal momento della pubblicazione di quella notizia - cos tanto tempo per trovare le prove e incastrare Di Lauro. Questo  strano, non altro.
Perch  strano, scusa: lo hai detto proprio tu che Di Lauro era il pi intelligente tra di voi e lasciava poche tracce in giro. Ora, secondo questo ragionamento, siamo scarsi noi che ci abbiamo impiegato tempo per arrestarlo?
La risposta logica a questa domanda ce l'ho tra le mani ed  questo foglio che mi ha passato lei qualche istante fa: allora, devo dire che il giornalista  stato pi veloce di voi a capire chi era Di Lauro? E poi scusate, che significa il fatto che era il pi intelligente tra di noi?  vero, era furbo, lasciava poche tracce, ma questo non significa che fosse Mandrake. Io gliel'ho pure spiegato: usava il telefono, usciva di casa, andava nei night. Che doveva fare di pi, scusate?
I giornalisti non hanno il peso sulla coscienza di mandare in carcere qualcuno, se poi non  colpevole. Al massimo gli arriva una querela e se ha sbagliato a scrivere qualcosa nell'articolo, paga una multa e un risarcimento danni. E amen. Per un magistrato  diverso, bisogna ponderare le scelte che si fanno, si era giustificato il PM.
Secondo lei, Di Lauro lo ha querelato quel giornalista che ha scritto queste cose?
Al magistrato pass la voglia di controbattere.
Zio Michele  tornato in "hotel", gli disse al telefono uno dei figli.
Lo so, lo so..., rispose Di Lauro. E interruppe la comunicazione. Come aveva immaginato, la latitanza del boss di Castellammare gli sarebbe costata ben pi di qualche preoccupazione, perch - ora - polizia e carabinieri cercavano di capire perch D'Alessandro avesse scelto proprio Secondigliano per trascorrere le proprie "vacanze". Gli agenti si erano fatti pi intraprendenti e a nulla servivano le "talpe' nelle forze dell'ordine per avere le notizie in anteprima. Le indagini erano state affidate al commissariato di Castellammare, dove Ciruzzo non aveva appoggi. Per di pi, quelli dell'Alleanza si erano messi d'impegno a attirare in zona gli agenti dei servizi segreti: avevano continuato a uccidersi a un ritmo impressionante. In tredici giorni c'erano stati tredici omicidi. Era arrivato addirittura l'Esercito in citt. E pure davanti ai cingolati non si erano fermati: avevano proseguito a combattersi con i bazooka, con il tritolo e con le rivoltelle.
Il mondo della vecchia malavita, quella uscita dalle rovine della guerra tra NCO e Nuova famiglia, era ormai agli sgoccioli: in tanti si erano rifugiati in Serbia e nei paesi dell'ex "cortina di ferro", dove speravano di poter riciclare il denaro sporco in santa pace. Poveri illusi, non sapevano che i servizi di intelligence li seguivano passo dopo passo: come avrebbero potuto passare inosservati se non rinunciavano a girare con la loro Ferrari testarossa lungo le strade di paesi dove il pi ricco guadagna quanto l'ultimo degli operai in Italia? Anche allora, era tutta una questione di intelligenza e di stile.
Quale poteva essere il ruolo di Di Lauro in uno scacchiere criminale in cui, finanche un padrino del calibro di Luigi Giuliano minacciava di gettarsi dalla finestra per non finire in manette?
Il vecchio ordine si stava lentamente sgretolando per fare posto a uno nuovo, di cui ancora non si riuscivano a indovinare i protagonisti e i limiti. Era una guerra quotidiana, quella che Ciruzzo 'o Milionario doveva affrontare per non finire in galera per colpa degli altri.
Dovette riprendere in prima persona la gestione degli affari, perch si era accorto che le deleghe in bianco avevano fatto montare la testa a qualcuno dei suoi. Si preoccup di inabissare nuovamente il clan nelle acque placide del silenzio per non essere disturbati dalla rumorosa battaglia di superficie. La faida contro Antonio Ruocco ancora gli procurava strani rimorsi, perch si accusava di non aver avuto la capacit di gestire con la dovuta calma la questione. Anzi, si era fatto prendere la mano dalla voglia di schiacciarlo. Aveva osato troppo, proprio lui che era il maggiore sostenitore della pace e del dialogo. Ma era una questione di sopravvivenza, cercava al contempo di giustificarsi, che non dava alcun margine di trattativa. In questo stato di titubanza d'animo continu per parecchio tempo, fin quando un giorno lesse da qualche parte una frase di Winston Churchill che diceva pressappoco cos: Essere concilianti  come dare da mangiare al coccodrillo perch speri che ti azzanni per ultimo. Si tranquillizz, ma poco. Non sapeva, il padrino di via Cupa dell'Arco, che il peggio doveva ancora venire.
La notizia esplose come una bomba, un anno dopo la cattura di Antonio Ruocco. Di Lauro era a conoscenza del suo pentimento, ma gli avevano assicurato che le sue dichiarazioni erano tenute in poca considerazione dagli organi inquirenti. Invece, una mattina, apprese di essere latitante.
Nel 1996 la Procura distrettuale antimafia lo accus di associazione di stampo camorristico e di alcuni omicidi, tra cui quello di Aniello La Monica e di Mim Silvestri.
Insieme ai verbali di Ruocco, Di Lauro scopr poi leggendo i giornali, c'erano anche le dichiarazioni di alcuni tossici. Non rappresentavano una grande cosa, dal punto di vista processuale, queste ultime, ma stavano a significare che l'argine si stava rompendo e che era necessario correre ai ripari. Uno di quei tossici era morto da qualche tempo in circostanze misteriose. Un altro confidente della polizia, lo avevano trovato in auto con una pallottola in testa. Storie di donne, dissero i giornali, ma gli investigatori ci credono poco alle storie di corna e tradimenti quando c' di mezzo la camorra.
Il giudice delle indagini preliminari, nel motivare la richiesta di arresto per il padrino, gli riserv poche righe, molte di meno rispetto agli altri. Ma dal contenuto certamente pi significativo e inedito, almeno per il boss: Paolo Di Lauro  da ritenersi attualmente leader incontrastato del gruppo criminale operante nella zona di Secondigliano. A suo carico si rilevano numerosissime indagini espletate da diversi organi di polizia che lo vedono coinvolto, al ruolo apicale, in una organizzazione tentacolare impegnata in tutti i rami dei traffici illeciti conosciuti. Attualmente Di Lauro si  reso volontariamente irreperibile e, da informazioni certe, ha stabilito la propria dimora in una imprecisata localit slovena, da dove, approfittando di una confusa situazione del posto, pu meglio dirigere i traffici del clan. Perdurano allo stato nei suoi confronti intense attivit di polizia giudiziaria.
Era troppo, per il boss: informazioni certe, dimora estera, traffici illeciti, ruolo apicale. Chi aveva parlato? Chi aveva osato contravvenire ai suoi ordini, esponendolo agli occhi della magistratura? Che cosa gli restava da fare, in attesa che il processo giungesse a sentenza? Di farsi la galera, non ci pensava minimamente. Tentare di intimidire Ruocco sarebbe stato un errore da principianti. Quindi, nel dubbio, decise di fare quello che pi gli riusciva: scomparire dalla circolazione. Diede pieni poteri al cognato e entr nel cono d'ombra della latitanza.
Le preoccupazioni del boss si attenuarono ben presto. Il primo scossone all'inchiesta nata dalle confessioni dell'ex Capo zona di Mugnano lo diede - infatti - il Tribunale del riesame, che annull l'ordinanza di custodia cautelare per Di Lauro e per altri affiliati, tra cui Rosario Pariante e Raffaele Abbinante. Stessa cosa fece la Cassazione, che ritenne le confessioni di Ruocco non sufficienti per motivare una richiesta di arresto, tanto pi che gli episodi a cui si riferivano erano lontani nel tempo e quindi non c'era pericolo che gli indagati potessero inquinare le prove o reiterare il reato. Il boss di via Cupa dell'Arco, dunque, affront il processo in contumacia, pur se libero tecnicamente.
Dopo un dibattimento durato qualche mese, si giunse alla resa dei conti. Fu un disastro per la Procura: dei ventidue indagati, l'unico condannato fu proprio lui, il grande accusatore, Antonio Ruocco. Gli altri vennero tutti assolti, a cominciare proprio da Di Lauro.
Tutti gli omicidi di cui aveva rivelato dinamica e movente l'ex capo zona di Mugnano, tutti i fatti di sangue, le alleanze inconfessabili, i segreti, i patti scellerati tra le famiglie camorristiche dell'area nord, tutti gli affari, i tradimenti, le coperture e le vendette, tutto il magma che Ruocco aveva fatto scivolare sui fianchi della giustizia - incandescente e travolgente - erano andati a evaporare nelle acque fredde delle prove che mancano, dei riscontri che non collimano, dei fatti che non sussistono.
Anche l'assassinio di La Monica, che Ruocco attribuiva a Di Lauro, Raffaele Prestieri, Raffaele Abbinante e Rosario Pariante, era tornato ad essere una semplice croce sui registri dell'anagrafe della camorra, come migliaia di altri delitti rimasti impuniti. In pratica, era come se Ruocco non avesse mai raccontato nulla. In pratica, era come se La Monica fosse morto di infarto e con lui altre decine di pregiudicati. Il giorno della lettura della sentenza, il boss era di nuovo a casa. Libero e incensurato.

4. Gli anni delle prime indagini.

Quasi contemporaneamente alla lettura della sentenza di assoluzione per il gruppo dirigente di via Cupa dell'Arco, il 19 giugno del 1996 la I squadra investigativa della sezione omicidi della Mobile napoletana invi un'informativa alla magistratura. Il numero di protocollo era "01996" ed aveva per oggetto uno dei sottogruppi di spacciatori legati al clan Di Lauro, diretto da Lucio De Lucia e operante nella zona di Secondigliano detta del "Perrone", nei confronti del quale sono state compiute indagini a riscontro delle dichiarazioni accusatorie rese dai collaboratori di giustizia Angelo Romano, Raffaele Improta e Massimiliano Madonna. Era la seconda tranche dell'indagine di qualche anno prima, una nuova picconata alla fortezza di Ciruzzo 'o Milionario. Il secondo colpo arriv sedici mesi dopo, quando un'altra informativa, stavolta del commissariato di Scampa, datata 8 ottobre 1997, denunci il capo zona Lucio De Lucia e alcuni componenti del suo gruppo per il reato di cui all'art. 73 D.P.P. 309/90. Part cos la prima inchiesta sul traffico internazionale di stupefacenti gestito dalla holding di via Cupa dell'Arco. Ormai gli 007 si erano messi al lavoro e il nome di Paolo Di Lauro inizi a circolare, cautamente, negli ambienti investigativi.
Intanto, in Procura era arrivato Agostino Cordova, il magistrato che dal microscopico tribunale di Palmi aveva fatto tremare mezza Prima Repubblica indagando sui rapporti tra massoneria deviata, politica e criminalit organizzata. Gli bast poco per comprendere che combattere la malavita a Napoli significava dichiarare guerra ai sodalizi di Secondigliano. Infatti, il 9 aprile del 1997, il capo dell'Ufficio inquirente partenopeo, in una nota indirizzata per conoscenza anche al presidente della Commissione Antimafia, chiese al procuratore aggiunto Paolo Mancuso l'istituzione di un pool di magistrati che consentisse di affrontare con priorit il tema delle indagini sulla camorra di Secondigliano, in considerazione della faida che vi si andava in quei mesi consumando e della rilevanza che i suoi vertici avevano assunto sull'intera camorra napoletana: e contemporaneamente dell'insuccesso in allora verificabile delle indagini sull'area.
Nove giorni dopo, arriv la risposta di Mancuso: il pool esisteva ed era gi al lavoro dal 1995. Ne facevano parte i sostituti procuratori Bobbio, Sbrizzi e De Simone, a cui era stato affidato il procedimento unitario sulle organizzazioni di quel quartiere, all'epoca ben sette, tra cui quella capeggiata da Di Lauro, con la sollecitazione alle forze di polizia a farvi confluire ogni materiale utile esistente nei loro archivi.
La nuova organizzazione investigativa, per, come rivel ancora lo stesso Mancuso, aveva portato frutti assai modesti, sicch con la medesima nota del 18 aprile 1997 il procuratore aggiunto chiese a Cordova di nominare il dott. D'Alterio coordinatore del gruppo, ormai formato solo dai colleghi Bobbio e Sbrizzi (la De Simone era stata trasferita ad altro ufficio dopo soli sei mesi dall'iscrizione del procedimento), eventualmente liberando questi ultimi da altri impegni. Cosa che si verific dopo circa due mesi: il 27 giugno del 1997 in Procura venne deciso che le indagini sui clan Secondiglianesi avevano la priorit sulle altre inchieste.
fu in quel periodo che Di Lauro inizi a riflettere di nuovo sul proposito di abbandonare le attivit illecite e di rendersi irreperibile, prima che la magistratura arrivasse a demolire la colonna portante del clan e a sbatterlo dentro per un numero imprecisato di anni. Era uscito a evitare, con un po' di fortuna e grazie alla bravura del suo avvocato, il processo nato dalle dichiarazioni di Antonio Ruocco e sapeva che prima o poi la magistratura avrebbe bussato alla sua porta. E stavolta non si sarebbe accontentata di un'assoluzione rimediata in extremis, perch era cambiato il codice di procedura penale.
Nel frattempo, la cosca era diventata una vera multinazionale del crimine, produttrice di fatturati che nulla avevano da invidiare a quelli delle societ quotate in Borsa. Le decine di miliardi guadagnate al mese avevano, lentamente, trasformato anche la prospettiva di vita di Paolo Di Lauro, inducendolo a considerare l'ipotesi di lasciare tutto nelle mani di un gruppo di fedelissimi e di fuggire via, con la famiglia. Se non lo ha fatto  perch, probabilmente, aveva bisogno di pi tempo, o perch i patti con le altre organizzazioni glielo hanno impedito.
Vincenzo Di Lauro, il figlio che pi gli assomigliava, continuava a crescere di ruolo all'interno del sodalizio e sempre pi spesso decideva al posto del padre, diventato ormai quasi inaccessibile per gli altri componenti del clan. Uno sgherro devoto fu intercettato, a quel tempo, mentre parlava al telefono con un affiliato di rango superiore, un capo piazza. Gli chiedeva, con insistenza, di presentargli il padrino, l'uomo che comandava tutta Secondigliano senza mai farsi vedere in faccia. Quando il suo interlocutore gli disse che non era possibile, perch forse nemmeno lui sarebbe riuscito ad avere appuntamento per presentarglielo, lo sgherro ripieg su una richiesta meno impegnativa: Ti prego, fammelo vedere almeno da lontano. Non credo che ci stanno problemi. La richiesta, naturalmente, rimase inesaudita.
Di Lauro, in ogni caso, non aveva perso il gusto di uscire da solo da casa, senza scorta, proprio come faceva agli inizi della carriera criminale, ma gli scherzi - quelli che organizzava con la complicit degli altri amici - quelli erano andati scemando col tempo.
E aveva modificato, di parecchio, pure il sistema degli affari e delle puntate: il denaro aveva un flusso continuo nelle casse della cosca e a lui, talvolta, nemmeno interessava pi partecipare alle puntate di medio calibro. Ormai il suo ruolo era diventato, esclusivamente, di finanziatore dei trafficanti per l'acquisto di grandi partite di stupefacenti.
Il meccanismo era questo: Di Lauro anticipava i soldi e diventava automaticamente socio al cinquanta per cento dell'affare. Se si calcola che il ritorno sull'investimento iniziale era di circa il cinquecento per cento, si pu intuire come la potenza economica di Di Lauro e della sua struttura finanziaria fosse destinata ad aumentare in misura esponenziale col tempo.
Un giorno successe che un narcos di Fuorigrotta, accompagnato da un amico dei Quartieri Spagnoli, and a trovare D'Avanzo a via Cupa dell'Arco, per illustrargli un investimento in cocaina e hashish che gli era stato proposto. Un investimento buono, che avrebbe assicurato un ottimo margine di profitto. Ma c'era un problema: lui non aveva i soldi necessari per poter acquistare la droga. Chiedeva un aiuto economico per non farsi sfuggire quell'occasione: D'Avanzo s'inform sull'entit dell'investimento e gli disse di aspettare qualche minuto. Entr in casa della madre, a pochi passi, dove probabilmente si trovava Paolo Di Lauro. Torn dal narcos e lo invit a seguirlo nell'abitazione, dove attesero l'arrivo di un paio di borse di pelle all'interno delle quali erano conservati circa quattro miliardi di lire.
Questo  solo uno dei tanti episodi che raccontano a Secondigliano, quando si parla di Ciruzzo 'o Milionario. Un boss che, a dispetto del mercato della morte di cui era a capo, aveva conquistato il rispetto e l'affetto delle sue genti, che a lui si rivolgevano come ci si rivolge al patrono della citt: per chiedere una intercessione, un favore, un miracolo. Solo che, a differenza dei santi, un padrino di camorra i miracoli li compie in un tempo minore, per poi chiederti il conto alla fine. A Secondigliano il sistema-Di Lauro trovava lavoro ai disoccupati, recuperava un tetto agli sfollati, assicurava l'ordine pubblico nel rione, puniva i colpevoli prima della legge ordinaria, con maggiore precisione e tempismo. In pratica, era un ordinamento parallelo a quello dello Stato. Di Lauro era lo Stato. Non si spiegherebbe, altrimenti, il senso di impunit di cui godevano gli affiliati alla cosca, protetti da centinaia di famiglie residenti nei quartieri sotto il dominio della cosca, e la capacit di disporre del territorio con mano ferma. Non si spiegherebbe, altrimenti, perch si era pronti a uccidere o a morire per tutelare quel potere. E per tutelare quell'uomo.
Secondo alcune stime, all'apice della potenza, la holding di Secondigliano assicurava lo smercio di stupefacenti su almeno tre quarti del territorio cittadino. La lista di quartieri che dipendevano - direttamente o indirettamente - dalla volont di Ciruzzo 'o Milionario e dai suoi corrieri erano: Secondigliano, Scampa, Miano, Piscinola, Chiaiano, San Pietro a Patierno, Marianella, Ponticelli, Poggioreale, San Giovanni a Teduccio, il rione Sanit, Posillipo, Bagnoli e i Quartieri Spagnoli; a cui andavano ad aggiungersi i comuni di Arzano, Casavatore, Melito, Mugnano, Monte di Procida, Bacoli. Era l'inarrestabile espansione del cartello di Secondigliano, la rete criminale costruita secondo le stesse regole che avevano ispirato il cartello di Medellin di Pablo Escobar: ognuno poteva partecipare all'impresa, assumendosene naturalmente il rischio. Chiunque fosse stato disposto a entrare in affari con Ciruzzo 'o milionario, poteva farlo. Bastava soltanto avere abbastanza fegato per sfidare la sorte e per affrontare un reato punito con pene fino a trent'anni di carcere. Chiunque poteva acquistare partite di droga e smerciarle nel resto d'Italia o approfittare delle vantaggiose "offerte" della cosca e affittare una piazza l, a Secondigliano, per incassare ancora di pi con la vendita al minuto. Paolo Di Lauro rappresentava un'anomalia nel panorama mafioso campano: odiato per il suo potere e per la sua schiacciante superiorit economica, eppure necessario al sistema, perch fornitore insostituibile della polvere bianca che permetteva la sopravvivenza di gruppi grandi e piccoli in ogni angolo della regione. Era un male necessario, agli occhi degli altri. Anche se poi, a sentire quelli che lo conobbero, tanto malvagio non era. Al contrario: aveva uno straordinario ascendente - se non fosse un criminale, si potrebbe dire carisma - su quelli che riuscivano a incontrarlo. Faceva un po' impressione pensare al conto corrente di quell'uomo e al numero di persone che avrebbe potuto mobilitare con una semplice telefonata, e ritrovarselo di fronte, in jeans e maglietta, che magari imprecava perch l'accendino non funzionava. E se proprio bisognava addossargli un vizio era proprio quello delle sigarette: ne fumava decine al giorno. Non usciva mai di casa senza un paio di pacchetti in tasca.
Per il resto, appariva normale sotto tutti i punti di vista: era molto legato alla famiglia e aveva una gelosia quasi morbosa per la moglie. Difficilmente negava un favore a qualcuno, anche quando questo favore poteva costargli caro. Prima di diventare Ciruzzo 'o Milionario, infatti, il suo primo soprannome era stato "Ciruzzo 'o Cumpagno". Come a sottolineare la predisposizione di un animo gentile ad aprirsi agli altri, ad allacciare rapporti di amicizia duraturi e profondi. D'altronde, pure i camorristi hanno bisogno degli amici.
Nell'ambiente malavitoso parlavano di lui come di un "self made man", uno che si era fatto da solo. Che aveva rischiato di finire sotto terra, a poco meno di trent'anni, per mano del suo padrino e che si era conquistato la stima dei mafiosi di Marano, che gli avevano passato i contatti con i grandi trafficanti internazionali di stupefacenti. Quasi una sorta di passaggio di consegne dalla vecchia alla nuova generazione. Certo, un tipo cos non poteva non suscitare l'ammirazione in un quartiere dove l'affermazione personale  vincolata alla legge della foresta: il pi forte vince. Gli altri soccombono, destinati a un'esistenza di precariet e di incertezza. Un libro, molto famoso qualche tempo fa, si chiamava O si domina, o si  dominati. Lo scrittore, Dario Bernazza, si presentava ai lettori come un filosofo delle piccole cose, un pensatore pragmatico che insegnava a vincere le proprie paure e ad affermarsi nella vita, nel lavoro, nei rapporti. Ognuno, diceva Bernazza, pu conseguire il successo, basta soltanto seguire alcune semplici regole e volerlo fortissimamente.  Secondigliano, probabilmente, nessuno aveva letto quel testo, eppure il senso di onnipotenza e di dominio traspariva da ogni gesto, da ogni parola, da ogni intenzione degli uomini della camorra. Uomini fortunati, agli occhi dei giovani, che non si erano fatti dominare ma che dominavano a loro volta. Dominare un quartiere, quando non si  mai usciti dai suoi stretti confini, quando la scuola diventa un hobby, quando non si legge, quando nessuno ti insegna la differenza tra bene e male, significa dominare il mondo. Per questo ci sono alcune cose nei quartieri dei clan che non possono cambiare soltanto con le indagini della magistratura, con gli arresti a catena, con le condanne e con il carcere. Se la camorra fosse un gioco, sarebbe una roulette. E Di Lauro alla roulette del crimine non aveva vinto. Aveva stravinto ed era diventato un modello da imitare, per i giovani. La connotazione populista del suo sistema di potere - le feste di piazza, le convocazioni per i pranzi natalizi, gli aiuti alle famiglie in difficolt, magari con un prestito o con una bolletta pagata - l'avevano trasformato nel santo dell'inferno. Per questo,  stato cos difficile stanarlo: godeva dell'appoggio e della stima incondizionata di decine di nuclei familiari, che si sarebbero sentiti onorati - casomai ne avesse avuto bisogno - di nasconderlo in casa, di accudirlo e di fargli sentire l'affetto che meritava. E anche quelle storie che gli altri mettevano in giro, quelle dei pentiti che avevano parlato di lui e lo descrivevano, giovane e aitante killer, al servizio di don Lorenzo Nuvoletta, erano scemenze. Di Lauro non se lo immaginava nessuno con una pistola in mano, a schivare i proiettili e ad assaltare le roccaforti nemiche. Silvestri s, poteva farlo. Ma non Ciruzzo, che restava tutto il giorno sui suoi conti, a far quadrare il bilancio del clan di Aniello La Monica. Un collaboratore di giustizia della prima ora, addirittura, disse che Paolo Di Lauro, mitraglietta in pugno, aveva ammazzato un uomo in un salone da barbiere, all'interno della Masseria Cardone, davanti alla villa dove abitava Gennaro Licciardi. E proprio come in un film western era fuggito via coprendosi la fuga con una sventagliata di proiettili in aria. Manco fosse Nembo Kid, o uno di quei terroristi esaltati che sparano al cielo, senza preoccuparsi troppo di quando ricadranno i proiettili.
I nemici che non riuscivano ad affossarlo con le armi, tentarono allora con una valanga di accuse vomitategli addosso: doppio-giochista, traditore degli amici, cattivo. Aveva finanche fatto assassinare Mim Silvestri, giurarono i collaboratori di giustizia. Di prove, per, non ce n'erano. Ci che faceva paura di Di Lauro, e che lo ha portato alla disfatta, malgrado tutte le azioni accorte predicate e praticate, paradossalmente,  stato il suo immenso potere. Un potere che lo metteva al pari di Raffaele Cutolo, Carmine Alfieri e di pochi altri malavitosi. Un personaggio enigmatico, che non offriva modi n possibilit di previsioni. D'altronde lo diceva anche il generale Charles De Gaulle: Nulla rafforza l'autorit, quanto il silenzio.
Un personaggio a tal punto temuto che, racconta un'inchiesta del 2005, anche Ciro Mazzarella, il cervello del contrabbando internazionale di sigarette, animato da intenti bellicosi perch il titolare di una rivendita di salotti di Capodichino, taglieggiato dal suo gruppo, si era rivolto a Ciruzzo 'o Milionario per ottenere protezione ed evitare di pagare, dovette pervenire a pi miti consigli quando un "ambasciatore" di via Cupa dell'Arco gli telefon e gli porse i saluti di quello che aveva il suo stesso nome, quello che tiene i soldi: Ciruzzo 'o Milionario. I propositi di vendetta erano spariti e il commerciante non aveva dovuto pagare alcunch. Mazzarella risolse la questione dicendo che era tutto un equivoco e che anzi, l'amico di via Cupa dell'Arco, lui sperava di vederlo per Natale. Aveva un sacco di cose da dirgli.
Con Giuseppe Misso, il padrino scrittore del rione Sanit, successe una cosa simile.  stato il pentito di Bagnoli, Bruno Rossi, a raccontare la vicenda. Tutto nacque da un credito di cinquecento milioni di lire che Misso vantava da un ricettatore di Rolex rubati di Scampa, il quale era convinto che onorare il debito con il boss della Sanit significava morte certa per mano dei killer dell'Alleanza di Secondigliano, acerrimi nemici di Misso e interessati a subentrargli nell'affare. A risolvere la situazione fu, ancora una volta, Paolo Di Lauro che, tramite un suo portavoce, fece arrivare la classica imbasciata a Misso. Annotano gli inquirenti nell'ordinanza di custodia cautelare per associazione mafiosa a carico di Giuseppe Misso: Paolo Di Lauro segnalava a Misso che se il debito fosse stato ritenuto onorato, senza pretese di reale pagamento, lo stesso Misso si sarebbe trovato accanto un fratello sul quale contare. Fu proprio il riferimento a Ciruzzo o Milionario la circostanza che indusse Misso a non reclamare il debito. Nella galassia criminale napoletana, l'amicizia di Paolo Di Lauro valeva pi di mezzo miliardo di lire in contanti.
Aniello Anastasio, ras di Sant'Anastasia, paese dell'hinterland vesuviano, tent di chiudere un accordo - grazie ai suoi luogotenenti romani - con Ciruzzo 'o Milionario per una colossale fornitura di droga, ma l'affare sfum perch, venne appurato dalle indagini, non ci si accord sul prezzo. Di tutt'altro esito, invece, sono stati gli avvicinamenti che la cosca di via Cupa dell'Arco ha avuto negli anni con i Mallardo di Giugliano e i Casalesi di Terra di Lavoro; in entrambi i casi si  giunti - secondo ipotesi investigative - a relazioni di mutua assistenza e di collaborazione.
I Mallardo, non a caso, evitarono di prendere parte alla guerra a fianco di Antonio Ruocco, malgrado l'amicizia che li legava. Stessa cosa per il gruppo di "Sandokan", che autorizz perfino l'acquisto di alcune strutture alberghiere da parte di uomini del clan Di Lauro nel proprio territorio.
Con i D'Alessandro di Castellammare di Stabia, la storia  nota e accertata dagli atti giudiziari: il rapporto era cos stretto che la vedova di Michele D'Alessandro, il boss catturato nel 1994 proprio in un appartamento a Secondigliano messogli a disposizione da Di Lauro e che nel regno di Ciruzzo 'o Milionario aveva trascorso la sua latitanza dorata, contatt alcuni esponenti del gruppo di via Cupa dell'Arco per far rapire il pentito Luciano Fontana, che con le sue dichiarazioni stava mettendo seriamente in pericolo l'organizzazione stabiese. Il sequestro sarebbe stato pagato centomila euro.  stato lo stesso Fontana a raccontarlo ai magistrati che indagano sulla malavita nella citt delle Terme: Dopo la morte di Antonio Martone, Scarpa [il boss che a capo di un manipolo di fuoriusciti stava tentando di sostituirsi ai D'Alessandro, n.d.a.] venne a sapere che Teresa Martone aveva preso contatti con componenti del clan Di Lauro e del clan Sarno di Ponticelli affinch questi, dietro compenso della somma di centomila euro, mi sequestrassero e mi consegnassero vivo a Scanzano [quartier generale dei D'Alessandro, n.d.a.]. Essi poi avrebbero deciso come eliminarmi.
Pur se estraneo alle logiche di correnti e fazioni, Di Lauro negli ultimi tempi si era avvicinato al gruppo sorto per contrastare l'Alleanza di Secondigliano, formato dalle famiglie Misso, Sarno e Mazzarella. Lui, secondiglianese, che si schierava - seppur non direttamente - contro i Secondiglianesi, pi per affinit che per trarne vantaggi. Sapeva che la sua forza era la sua autonomia, un'autonomia che avrebbe voluto rendere completa andando via da Napoli.
Cominci ad abituarsi all'idea, iniziando a viaggiare sempre di pi e per periodi sempre pi lunghi, fino a sparire per intere settimane. Nasceva cos la leggenda del padrino fantasma, che tanta fortuna ha avuto nel mondo del giornalismo napoletano, rimasto affascinato dai modi discreti di un boss che odiava la violenza.
Viaggiava in Italia e all'estero: le sue mete preferite erano la Spagna e la Francia, la Provenza, soprattutto. Molto spesso si muoveva da solo, o in compagnia di qualche amico di vecchia data. Lo segnalavano spesso dove c'erano casin e case di gioco: a Campione d'Italia e a St Moritz. Era visibile, Di Lauro, nonostante tutto. Forse non  stato cercato abbastanza, prima e durante la latitanza, quella che lo costringer ad abbandonare definitivamente il controllo del gruppo e che sar all'origine della faida di Secondigliano. Alla fine del viaggio, per, Di Lauro ritornava al quartier generale, nella terra dilaniata dagli scontri tra cani ringhiosi che si azzannavano alla giugulare per un posto in prima fila davanti alla ciotola. Ritornava a immergersi nell'atmosfera che un tempo ali era congeniale, ma che ora iniziava a disturbarlo: passava dalle serate negli hotel extralusso ai rioni dimenticati da dio, dove dovevi stare attento a che nessuno in strada ti salutasse e ti facesse saltare la copertura che si era costruito in tanti anni di silenzio e di anonimato. Sotto sotto non lo sapeva nemmeno lui, perch - alla fine di ogni corsa - riprendeva la strada di casa, dove lo attendevano le gelosie tra i capi-piazza, il popolo dei tossici in perenne pellegrinaggio, le indagini della magistratura. Magari pure qualche pallottola sparata da qualche pazzo: che ne poteva sapere Di Lauro? Nello stesso modo avevano pure ucciso John Lennon, mentre camminava da solo in strada, uno che era pi famoso di Ges e che si credeva cristointerra. Figurarsi se non potevano sparare a lui...
Ma c' pure chi pensa che, forse, il boss  rimasto vittima dell'ingranaggio che aveva creato, del suo carisma e del suo ascendente sulla camorra partenopea per potersene allontanare. Gli anni a ridosso del Duemila hanno segnato un cambiamento di rotta nella gestione e nell'organizzazione della famiglia di via Cupa dell'Arco, ormai saldamente nelle mani di Enrico D'Avanzo e di Vincenzo Di Lauro. Che il boss avesse intuito che il tempo accordatogli dalla fortuna stava per scadere e che presto si sarebbe ritrovato con i ceppi ai polsi?
D'altronde, il padrino sapeva fin dall'inizio che sarebbe arrivata la resa dei conti, ma una condotta prudente - anzi, maniacale - l'aveva rimandata giorno dopo giorno, mese dopo mese, fino a proiettarla in un futuro non pi prevedibile. Quando sarebbero andati ad arrestarlo: mai? Non era possibile. Lui era l'unico ad avere una visione strategica del tempo, gli altri preferivano vivere alla giornata, rischiando anche quando non sarebbe stato necessario farlo. La visione del generale  diversa da quella dei soldati semplici, nonostante tutto. In casa si faceva vedere sempre di meno, impegnato com'era a crearsi una rete di collegamento internazionale che lo avrebbe accolto e difeso, una volta terminato il suo "ciclo" camorristico, perch - questo lo conferm anche un pentito -Di Lauro agli inizi del 2001 si era allontanato dalle attivit illecite. Aveva delegato tutto ci che poteva delegare. E aveva fatto arrivare il messaggio agli altri capi-camorra che lui c'era sempre, per qualsiasi problema, sempre a disposizione. Ma da un posto diverso da quello in cui lo avevano trovato fino ad allora. Probabilmente gli  mancato il tempo di passare la riva del fiume limaccioso che separa l'economia legale da quella delinquenziale. Perch l'economia  proprio come un fiume, ubbidisce alle stesse regole ed  soggetto alle stesse dinamiche. L'acqua che scorre sono i profitti, i soldi, le rendite, il flusso finanziario che alimenta il corso. E sotto, il letto di sabbia che rappresenta gli intrighi, gli accordi, le vendette, le strategie commerciali predatorie che puniscono, uccidono e lanciano avvertimenti.
Far fallire un'azienda per impossessarsi del suo marchio non  un po' come uccidere una persona per impossessarsi dei suoi averi? Di Lauro aveva dimostrato una straordinaria capacit di moltiplicare il denaro e ne avevano approfittato tutti: amici e nemici. E questo era il suo "cruccio", la sua delusione: aver contribuito a far ingrassare una vacca insaziabile a cui era legato in maniera indissolubile. Ora che per voleva andare via, quasi quasi glielo impedivano. Gli frapponevano ostacoli, gli lanciavano segnali. Gli facevano capire: se vai via, qua crolla la baracca.
Il magistrato, quel giorno, pens a quello che gli aveva rivelato il collaboratore di giustizia durante uno degli ultimi incontri, a quanto lo avesse fatto riflettere. Era arrivato in ufficio con un po' di ritardo. Il pentito, scherzando, aveva indicato l'orologio, come a voler sottolineare di averlo atteso da troppo tempo. Si era messo a sedere e aveva iniziato a scrivere alcune domande che gli erano venute in mente sull'agendina, mentre il collaboratore lanciava un'occhiata distratta al giornale. C'era la notizia dell'arresto di Bernardo Provenzano, il capo dei capi della mafia siciliana, catturato dopo quasi quarant'anni di latitanza. E si era ricordato di un'intervista, che aveva letto qualche tempo prima, in cui Luigi Bobbio, che nel frattempo aveva lasciato la Direzione distrettuale antimafia ed era diventato senatore delle fila di Alleanza nazionale, aveva detto: Di Lauro  il Provenzano della Campania, se non ci si impegna di pi nelle investigazioni, ho paura che ce lo ritroveremo latitante a vita. Gi, la latitanza di Di Lauro: chi lo sa dove l'aveva trascorsa. Quando Ciruzzo 'o Milionario venne arrestato dai carabinieri, alcuni giornali ipotizzarono un paio di piste, ma nemmeno la magistratura era in grado di dire con precisione quali fossero stati gli approdi sicuri del padrino.
Dottore, si rivolse al magistrato, posso farvi una domanda?
Dimmi.
Come mai non mi avete mai chiesto nulla sulla latitanza di Di Lauro? Non vi interessa?
Diciamo che sono propenso a pensare che Di Lauro non si sia mai mosso da Secondigliano, o che si sia allontanato soltanto un poco, perch tutta la storia della camorra insegna che un boss non pu lasciare mai sguarnito il suo territorio, pena la decadenza dal ruolo di capo, aveva risposto il PM con un'aria un po' professorale. Sapeva, in realt, che anche i servizi segreti civili, il SISDE, avevano dato la caccia a Di Lauro - durante i mesi infernali della faida - senza riuscire a scovarlo. Se fosse stato davvero a Napoli, qualcuno avrebbe parlato. Qualcuno dei suoi, tanto bravi a chiedere soldi in continuazione e tanto bravi a non tenere la bocca chiusa.
Io non credo che sia stato a Secondigliano, ribatt l'altro, forse proprio per questa sua assenza  successo quello che  successo. Di Lauro lo hanno messo in difficolt pi i giornali che le indagini della magistratura, questo mettetevelo bene in testa, perch mentre le indagini si possono controllare, a livello di polizia giudiziaria, i giornali non li puoi tenere. Sono come animali assatanati, quando vedono una preda, il primo che si lancia ad azzannarla, si porta dietro tutti gli altri. Quando iniziarono a uscire le fotografie di Di Lauro sui quotidiani napoletani io stavo ancora nella "chiesa" di Secondigliano, e lui di questa cosa si preoccupava tantissimo a tal punto che divenne quasi paranoico con tutti noi, perch non parlassimo di lui al telefono, non lo citassimo per nome. Fu quello il suo campanello dell'allarme, quella foto sul giornale. Se non ricordo male "Il Giornale di Napoli" fu il primo a pubblicarla.
Il pentito non sbagliava, perch la foto un po' sbiadita del padrino di via Cupa dell'Arco comparve a corredo di un articolo nel novembre del 1998. Il magistrato and a pescare quel giornale grazie a un amico all'Emeroteca Tucci, il grande archivio giornalistico napoletano ospitato nella sede centrale delle Poste, proprio di fronte alla Questura, e parl con alcuni poliziotti che, per primi, riuscirono a vedere in faccia Paolo Di Lauro. Pure loro erano stati tutti trasferiti, come gli altri che avevano iniziato a indagare sul gruppo di Lucio De Lucia. Annot tutto e lo riscrisse alla sua maniera, intrecciando i racconti e i ricordi, con i riferimenti degli altri processi e con le notizie che gli aveva passato il pentito.
Era successo che un docente della scuola Pascoli II, a Secondigliano, era stato picchiato da alcuni scagnozzi del clan perch aveva punito Nunzio Di Lauro, uno dei figli del boss. Era il 1998 e allora Paolo Di Lauro si sforzava di far credere di essere soltanto un produttore di giubbotti in pelle. Tanta pubblicit negativa avrebbe danneggiato il business e lo avrebbe portato all'attenzione delle forze dell'ordine. Che cosa fece, quindi? Intervenne con il piglio del padre severo e mise tutto a tacere. I giornali, per, si avventarono sulla storia che aveva tutti i crismi della napoletanit che fa notizia: il degrado, una persona onesta aggredita dagli emissari del male, il bene che non riesce a vincere nel ghetto, la politica che sa solo indignarsi e un cognome che fa paura finanche a nominarlo a Secondigliano.
Dalla Procura, in quegli stessi giorni, part un fonogramma indirizzato al commissariato di Scampa con il quale si chiedeva di prelevare Paolo Di Lauro dalla sua abitazione e portarlo al Centro direzionale per sentirlo come persona informata sui fatti. D'altronde era il pap del giovane alunno che aveva minacciato e fatto pestare il proprio docente e qualcosa doveva pur saperla. Era venerd quando gli uomini in divisa bussarono alla villa bunker in via Cupa dell'Arco n. 41 per chiedere al boss di seguirli. Ma non lo trovarono in casa. Un po' di fortuna li aiut, comunque, perch a poca distanza - in un altro appartamento - un gruppetto di agenti riusc a parlare con la moglie di Di Lauro. Poco dopo, da una stanza usc il padrino sbarbato di fresco. Prese il cappotto ed entr nella volante, non prima di aver avvisato i] proprio avvocato di fiducia. Davanti al PM, il capocamorra spieg di essere un uomo di pace e di rifiutare il ricorso alla violenza. Di quella storia non sapeva molto, si difese nel corso dell'interrogatorio incalzato dalle domande del magistrato, perch era sempre in giro per affari. I suoi impegni di imprenditore tessile lo portavano molto spesso lontano da Napoli e dall'Italia. Anzi, Di Lauro ne approfitt per dire che con tutti quei controlli della guardia di finanza, nella sua fabbrica, a Palazzo Sirignano, non si poteva pi andare avanti e che, presto o tardi, avrebbe dovuto chiudere baracca e burattini.
In realt, Di Lauro era caduto in una trappola raffinatissima.  lo stesso PM a raccontarlo, qualche anno dopo, alla stampa: Mentre lo interrogavamo in Procura sull'aggressione al professore del figlio, avevamo messo sotto controllo i telefoni dei suoi pi stretti collaboratori, molti dei quali si trovavano all'esterno degli uffici, preoccupati delle nostre reali intenzioni. Li intercettammo anche quando chiesero a Vincenzo Di Lauro, che allora era poco pi di un ragazzo, se dovevano andare a proteggere Pasquale armati all'uscita dalla Procura. Quella fu la conferma, in diretta, che Paolo Di Lauro era un padrino della camorra e che "Pasquale" era il suo soprannome.
Furbo, il magistrato. Aveva pianificato la trappola con la complicit della polizia giudiziaria e nemmeno Di Lauro ne aveva intuito il disegno. E se anche l'avesse intuito, come avrebbe potuto ordinare ai suoi uomini di fiducia di spegnere i cellulari. Per la prima volta, il padrino era stato messo in scacco. La convocazione in Procura era il segnale inequivocabile che il vento in poppa aveva cambiato direzione e, pertanto, anche il nocchiere doveva aggiornare la rotta e, se fosse stato possibile, nasconderla del tutto agli inseguitori.
Di Lauro venne rilasciato al termine dell'interrogatorio, proprio mentre - davanti al piazzale della Questura - andava a radunarsi un piccolo esercito di sgherri silenziosi, venuti a difendere il padrino. Fu in quell'occasione che identificarono Maurizio Prestieri, uno degli uomini pi fedeli al boss, subito dopo che questi aveva telefonato a Vincenzo Di Lauro per chiedergli se poteva "calzarsi", il termine che usano i malavitosi quando vogliono armarsi. Di Lauro jr, che non era uno sprovveduto, malgrado la giovane et, glielo imped. E fu una fortuna, perch appena messo piede in via Medina, di fronte al palazzo della polizia, i carabinieri gli andarono incontro e lo fermarono per perquisirlo. Lo portarono in una caserma l vicino e gli chiesero il motivo della sua presenza. Il verbale dei "falchi" riporta una risposta che, durante il processo, Prestieri ha smentito con veemenza. Secondo i poliziotti, infatti, il capo zona del rione Monterosa avrebbe detto: Sto aspettando che rilasciano pap. Per me, Paolo Di Lauro  come un padre.
All'uscita dalla Procura, il padrino di via Cupa dell'Arco ritorn a giocare d'astuzia e non convoc nessuno dei suoi per riaccompagnarlo a casa. Sal nell'auto dell'avvocato e si fece dare uno strappo fin dentro le mura di cinta della sua villa.
La misura era colma: i giornali, i magistrati, i professori picchiati. Lo avevano addirittura fotografato. A tradimento, prima che arrivasse l'avvocato che di sicuro, codice alla mano, l'avrebbe impedito, perch non era previsto che una persona informata dei fatti debba essere fotosegnalata. Ma tant'. L'avvocato si present in ritardo e il boss, da solo, circondato dalla polizia, non pot fare altro che mettersi in posa. In quello scatto, l'unico esistente di Di Lauro in et adulta, il boss aveva gli occhi persi nel vuoto, inespressivi. Indossava una camicia azzurra da cui si indovinava una canottiera bianca. Tutto qui. Il padrino che guadagnava un miliardo al giorno si trovava nella tana del lupo. I poliziotti gli rivolgevano in continuazione la parola, con la speranza di memorizzarne il timbro di voce e di confrontarlo con le intercettazioni che stavano iniziando a raccogliere tra quelli del suo clan. Il boss certe volte rispondeva, certe volte no. Muoveva la testa, il pi delle volte.
Quando gli dissero il nome del PM che voleva parlargli, cap che la faccenda era seria e si ricord di quella proposta che gli avevano fatto quelli dell'Alleanza di Secondigliano. Poi, il buio.
Tornato a casa, inizi a organizzarsi nuovi tragitti lungo la Penisola. Aveva poco tempo per chiudere tutte le pratiche rimaste ancora inevase: viaggi avvolti nel mistero, come la sua fuga dalle paure e dalle manette. Dopo l'interrogatorio, abbandon l'abitudine di utilizzare il telefono cellulare, terrorizzato dall'idea di poter incappare in qualche linea spiata. L'ultima volta che compose un numero su una tastiera fu quando telefon al cognato per chiedergli se aveva utilizzato il libretto degli assegni che gli aveva procurato e se aveva bisogno di qualcos'altro. Stette al telefono una trentina di secondi, poi riagganci. E scomparve dai radar.
Nel frattempo, l'organizzazione era diventata sempre pi elefantiaca, mastodontica: era una fornace che bruciava centinaia di migliaia di euro al mese per funzionare.  vero, ne faceva guadagnare dieci volte tanto, ma la holding iniziava ad accusare un po' il logorio del tempo. I soci storici di Di Lauro incapparono in diverse inchieste giudiziarie e quelli che li sostituirono non furono alla loro altezza. I motivi di rancore tra i "colonnelli" della cosca e, spesso, tra gli stessi piccoli spacciatori erano legati sempre alla stessa questione: i soldi. Ne pretendevano sempre di pi. Sempre. In un'azienda normale gli scatti di carriera sono legati all'anzianit e ai meriti di servizio; nella camorra sono di tutt'altra natura. Quelli del direttorio iniziarono a circondarsi di giovani arrapati di potere che ne sfruttavano il nome per poter guadagnare sempre di pi. Inoltre, c'era stato qualche omicidio "sbagliato", che aveva finito di guastare invece che di aggiustare. Il malanimo era esploso in alcune famiglie alleate e non si riusciva pi a ridimensionarlo, proprio com'era successo con Ruocco, qualche anno prima. E dove la diplomazia non riusciva nell'impresa di far riappacificare tutti, serviva mettere mano al portafogli per risarcire questo e quello; per offrire di pi a quell'altro che minaccia di andare a lavorare fuori, per mettere a tacere quello che si  fatto venire le crisi in carcere e dice che vuole pentirsi, perch gli  venuto in sonno la Madonna. Insomma, uno strazio.
Iniziarono a fioccare le epurazioni interne, le vendette. Le intimidazioni. Tutti volevano saziarsi della carne della vacca grassa, senza rischiare nulla in prima persona. Anche la qualit della droga in commercio inizi a risultare sempre pi scadente. Fu un servizio al telegiornale, che il padrino stava guardando distrattamente, a metterlo in allarme. Una volta di pi. Il giornalista disse:
 un bollettino di guerra l'elenco dei morti per droga negli ultimi quattro giorni a Napoli dove questo pomeriggio  stata registrata la settima vittima. Ma da una pi approfondita verifica dei casi di decesso legati all'assunzione di stupefacenti, le vittime diventano nove. Si tratta di un tossicodipendente non pi giovane, Francesco Rianna, di quarantasei anni, ospite di un centro accoglienza nel quartiere Secondigliano dopo un periodo trascorso in carcere. Sulle cause della morte bisogner attendere l'esito dell'autopsia: indicazioni utili potranno venire per dall'esame del contenuto di una bustina che  stata rinvenuta in una tasca dell'uomo. Gli investigatori intendono verificare se si tratta della sostanza di cui ha fatto uso Rianna. Altro punto da chiarire, e il ritrovamento della bustina potrebbe rivelarsi utile in tale direzione,  se la droga sia stata tagliata con sostanze tossiche oppure ci si trovi di fronte ad eroina "troppo pura" e quindi micidiale per fisici debilitati.
Ogni volta che andava fuori, sperava, il padrino, di essere dimenticato, di non dover pi tornare a Secondigliano per rabbonire gli spiriti animali di questo o quel capo zona, votato al sangue per sete di denaro e di potere, o per punire oltraggi che farebbero ridere, se non portassero lacrime. Ognuno, nei rioni della camorra, si sente un po' come Tot Riina o come Al Capone, non ammette repliche ai suoi ordini, anche se nella gerarchia della criminalit conta un cazzo. Tutti si agitano, tutti fanno finta di darsi un tono, tutti criminali pericolosissimi erano diventati; tutti sempre arrabbiati e intrattabili, come si addice a un vero capo. O no? E lui, che capo lo era davvero? Lui che non aveva mai alzato la voce con nessuno, non aveva mai ordinato alcunch con le urla e che aveva dato lavoro a un esercito di morti di fame, che avrebbe dovuto fare? Quando si accorse della repulsione che provava per certi atteggiamenti che stavano iniziando ad affiorare nei gesti, negli sguardi e nelle parole dei suoi uomini di fiducia, cap che avrebbe dovuto tagliare quanto prima con quella vita. Prima che la giustizia lo raggiungesse. Anzi, la giustizia era stata fin troppo magnanima con lui. L'aveva avvertito che il tempo stava scadendo, che doveva far presto. Gli aveva dato un po' di vantaggio. E ora doveva essere bravo a sfruttare nella migliore maniera possibile quel vantaggio.
L'assedio, intanto, era partito. E gi da un po' di tempo. Attorno al Terzo mondo, i poliziotti della Narcotici avevano sistemato le telecamere e i teleobiettivi. Si lavorava giorno e notte, col caldo e col gelo.
Gli uomini della Squadra mobile filmavano le "formiche" della camorra che spacciavano, picchiavano, ridevano e incassavano montagne di soldi. Dietro il motel Agip, sullo stradone che taglia a met Scampa, c'era la sala d'aspetto del clan, il luogo d'incontro dove gli "ufficiali" della cosca convocavano la manovalanza per impartire gli ordini e distribuire premi e punizioni.
L, Di Lauro non ci era mai andato: il contatto con la manodopera lo aveva delegato ai suoi numeri due.
Era un lavoro difficile, quello della polizia. Sempre col rischio di venire scoperti, di bruciare tutto il lavoro gi fatto. Per mantenersi in contatto, durante le faticose settimane di appostamento, gli agenti non usavano i canali radio, ma i telefonini personali. E le ricariche, a fine mese, si facevano sentire sul bilancio. Parecchi soldi se ne andavano per il credito telefonico, ma l'entusiasmo era pi forte degli estratti conto. Sembrava davvero di giocare a guardie e ladri; i camorristi tenevano d'occhio i poliziotti che tenevano d'occhio loro. Era una guerra di nervi fatta di pedinamenti, inseguimenti e tante tentazioni.
Mi chiedo com' che nessuno di noi sia stato corrotto con tutti questi soldi, disse un agente al suo superiore, mentre erano in auto, proprio di fronte alla Vela gialla. Stavano aspettando il segnale convenuto per attivare una telecamera nascosta su un palazzo diroccato, nelle vicinanze.
Evidentemente, non ne abbiamo bisogno, scherz l'altro ben consapevole che la corruzione era un elemento possibile, anzi probabile in una indagine di quel genere.
L'altra sera ero con la mia fidanzata in via Calabritto, stavo guardando la vetrina di Versace, quando ho visto uscire dal negozio il capo zona di via Bak pieno di buste e bustine. Chiss quanto aveva speso... E sai che cosa mi ha detto? Mi ha salutato e mi ha domandato se poteva "offrirmi" una camicia. Per inciso, la camicia pi economica di Versace costava circa settecentomila lire. E lui me la voleva "offrire", me la voleva regalare.... L'agente non riusc a terminare il racconto, perch era arrivato il segnale. La lucina rossa della telecamera si accese sulla grande piazza di spaccio. I pusher, i tossici, gli automobilisti di passaggio, i residenti erano finiti nel Grande fratello e nessuno se n'era accorto.
Spesso, molto spesso la squadra incaricata di sfondare il cordone di sicurezza del gruppo di via Cupa dell'Arco rinunciava ai turni e lavorava ininterrottamente dalla mattina alla sera. Nelle immagini sgranate che scorrevano sui monitor in Questura, riprese dai poliziotti tutt'attorno alle piazze di spaccio, si indovinavano le facce dei pusher, dei capi-rione e dei corrieri. Era come un mosaico, ogni tassello, ogni prova andava a incastrarsi alla perfezione nello scheletro accusatorio assemblato in Procura. Molti arresti in flagranza di reato per spaccio vennero finanche rinviati, ma erano "pesci piccoli". Meglio raccogliere nuovi elementi di colpevolezza a carico dei capi, piuttosto che spedire qualche "povero cristo" in galera e offrire cos ai boss la possibilit di scappare.
Hai capito questo che ha detto? Vuole lo scatto, il premio. Dice che si  fatto il mazzo tanto nel clan e ora deve avanzare di grado..., sbott un poliziotto togliendosi le cuffiette dalle orecchie nella sala d'ascolto di via Medina. Aveva appena intercettato un latitante, che si nascondeva a Parigi, lamentarsi con il cognato di Di Lauro; diceva che la cosca se era cresciuta era anche grazie a lui e che, pertanto, meritava un premio. Pi soldi e pi potere.
Loro fanno carriera con la droga e gli omicidi e noi, invece, per passare di grado dobbiamo quasi farci sparare addosso, gli rispose un collega, che aveva una qualche dimestichezza con i conflitti a fuoco, non fosse altro perch aveva ottenuto una promozione al merito dopo una sparatoria con due killer in fuga dal luogo di un omicidio. Li aveva intercettati mentre stavano litigando per chi doveva disfarsi della pistola, in una strada poco trafficata: era il 29 luglio 1998. Il poliziotto scaric quasi tutto il caricatore per fermare gli assassini. Alla fine riusc a bloccarne uno, da solo, in attesa che arrivassero le altre auto di rinforzo. Il criminale si chiamava Sossio Capasso ed era affiliato al clan Mallardo di Giugliano.
Togli il "quasi"..., liquid la faccenda l'altro agente, in ogni caso, questo  il lavoro che ci siamo scelti noi.
I poliziotti che si occupavano delle indagini, su delega della Direzione distrettuale antimafia, viaggiavano per tutta l'Italia al seguito di carichi di centinaia di chili di cocaina. Viaggiava Di Lauro e viaggiavano pure loro. Annotavano, registravano e mettevano da parte. Non era ancora venuto il momento di sparare le cartucce. Erano diventati l'ombra invisibile del padrino. Ogni tanto, si mantenevano in allenamento con qualche arresto, come quella volta a Casandrino, quando sequestrarono sei chili di cocaina e catturarono Raffaele Amato e Pasquale Gargiulo, incaricati dal padrino di chiudere un accordo con un gruppo di trafficanti albanesi, che si faceva aiutare nelle traduzioni con l'italiano dal nipote del primo ministro di Tirana.
L'attivit del clan, intanto, proseguiva senza sosta. La fabbrica di soldi del gruppo di Ciruzzo 'o Milionario non conosceva vacanze o giorni di riposo. Anche se la preoccupazione, nelle alte sfere dell'organizzazione, cominciava a filtrare. Dalla Procura presero a chiedere sempre maggiore impegno per l'inchiesta e sforzi sempre pi consistenti. Alla fine - su consiglio dell'allora prefetto Umberto Improta - il questore, Arnaldo La Barbera, decise di affidare l'inchiesta su Di Lauro ai migliori elementi della Narcotici; sarebbero stati loro, da quel momento in poi, a seguire passo dopo passo l'indagine sui Secondiglianesi. Maurizio Agricola, Sergio Cicerone, Pietro Bandiera, Michele Pellegrino, Paolo Chianese, Pasquale Andreotti, Emilio Maddaloni e Mario Di Matteo avrebbero dovuto trovare le tracce per mettere in galera Ciruzzo 'o Milionario e il suo esercito del male. Nel 2000 gi iniziarono a chiudersi i cerchi attorno ai membri meno protetti del sodalizio, quelli che avevano minori garanzie di sopravvivenza, come testimoniarono alcuni blitz contro una ventina di spacciatori di cocaina. Il gioco stava iniziando a farsi duro.
In Procura, Agostino Cordova seguiva personalmente lo sviluppo delle indagini, arrabbiandosi talvolta se il lavoro procedeva a rilento. Era fatto cos, pretendeva molto da se stesso e dagli altri. Lo avevano accolto come un condottiero, al suo arrivo a Napoli, quasi fosse l'unico che aveva le carte in regola per mettere alle corde la camorra. E ce la stava mettendo tutta: si sobbarcava grandi carichi di lavoro per poter smaltire l'arretrato. Ma il suo modo di gestire l'ufficio inquiete era poco "democratico", a causa di quella sua mania per gli ordini di servizio e per le circolari. Inizialmente, iniziarono a dirglielo per gioco che era un burocrate della giustizia, poi le cose si complicarono parecchio col tempo a venire. A coordinare le inchieste sulla camorra, c'era un procuratore aggiunto silenzioso e gran faticatore. Si chiamava Guglielmo Palmeri. Fu lui ad assegnare l'indagine sui Di Lauro a Luigi Bobbio e a un giovane sostituto - Giovanni Corona - che si era distinto in alcune inchieste sul traffico di droga tra la Campania e il Brasile e che poi assester il colpo mortale all'organizzazione. Furono loro a lavorare fianco a fianco con gli agenti della Narcotici per riuscire a smantellare l'armata di via Cupa dell'Arco.
E pensare che lo slancio all'inchiesta, in fin dei conti, lo avevano dato proprio i camorristi, quando avevano commesso uno di quegli errori imperdonabili che avrebbero fatto perdere il sonno a Di Lauro, se soltanto l'avesse saputo: alcuni affiliati al sottogruppo di Raffaele Abbinante, infatti, avevano minacciato di morte uno dei poliziotti della Narcotici, Pietro Bandiera. Sui muri di Scampa erano comparse scritte diffamatorie e insulti contro gli agenti, che - di buon grado - si "vendicarono" sugli spacciatori e i corrieri, aumentando a ritmo vertiginoso i sequestri e gli arresti. E fu proprio durante uno di questi blitz, che un tale, Pasquale Marra, passando con la moto affianco a Bandiera, gli rinnov le minacce di morte. Era troppo: la risposta della polizia fu devastante. Perquisizioni, controlli, posti di blocco e irruzioni nei covi degli spacciatori avevano messo in ginocchio la paranza di spacciatori, impedendole di lavorare. Il primo risultato fu che qualcuno, nella notte, si preoccup di andare a cancellare le scritte offensive contro i poliziotti, dopo aver notato che questi le avevano fotografate. Il secondo fu quando gli agenti chiesero in giro che fine avesse fatto Marra, dopo quella sceneggiata di qualche tempo prima. Venne loro risposto che Marra era sparito dalla circolazione, forse era rimasto vittima della "lupara bianca". Non si seppe mai il perch, ma per molti sulla decisione di eliminarlo pes in maniera rilevante quell'atto di arroganza commesso contro i poliziotti. Con i quali, comunque, si era andato a creare un rapporto di leale rivalit:  vero, ogni tanto in Questura arrivavano lettere minatorie, ma era una sfida tutto sommato corretta. Anche quando gli agenti sequestrarono trecento milioni di lire in contanti, nessuno dei malavitosi che li custodivano si azzard a corrompere le divise, s che ne avrebbero avuto i mezzi e la possibilit: invece, masticarono amaro, abbassarono la testa e seguirono gli agenti a Poggioreale.
Un giorno, sulle scrivanie dei magistrati arriv una informativa riservata del capo della Squadra mobile in cui si segnalavano i nomi di tre uomini del commissariato di Secondigliano che avrebbero avuto rapporti un po' troppo compromettenti con esponenti dei Di Lauro. Fu uno dei momenti pi difficili per gli investigatori, il senso di smarrimento fu forte. La delusione tanta, ma i tempi della giustizia imposero decisioni veloci e senza tentennamenti. In una riunione al Centro direzionale, il procuratore aggiunto e i sostituti della DDA -d'accordo con Cordova - optarono per un basso profilo. I| poliziotti coinvolti nelle indagini vennero trasferiti al nord Italia; erano rimasti invischiati in alcune intercettazioni telefoniche con alcuni capi-piazza, ma anche gli informatori ne avevano parlato in maniera disinvolta, come se si trattasse di gente "loro".
Di quelle divise sporche non si seppe pi nulla. La strana e perversa par condicio camorristica impose, per, che a pareggiare i conti tra polizia e carabinieri fosse un pentito. Il quale, nel corso di un interrogatorio, svel un altro retroscena inquietante: La foto numero cinquantuno ritrae Lello, detto "'o Rochets". Questi  un uomo di fiducia di Enricuccio e ha il compito di interessarsi dell'eroina. In particolare, egli affida la droga di cui ha la disponibilit a persone che fungono da appoggio. Egli, inoltre, aveva la gestione di una piazza di droga nei pressi del Quadrivio di Secondigliano. Da tale piazza  stato costretto ad andarsene, in quanto era continuamente vessato da appartenenti ai carabinieri di cui non so indicare i nominativi e che da lui ricevevano periodicamente somme di denaro, essendo a conoscenza della sua attivit di spacciatore.... Dinnanzi al secondo episodio, non si poteva far finta di nulla. L'ordine che arriv dai magistrati alla squadra di polizia giudiziaria impegnata nelle indagini fu perentorio; il segreto istruttorio doveva essere mantenuto fino all'ultimo giorno utile. Nessuno avrebbe dovuto aprire bocca sui coinvolgimenti delle forze dell'ordine nell'inchiesta, perch il rischio era di far saltare tutto il lavoro.
Ma la tempesta era in agguato. E la tempesta arriv quando nessuno pi se l'aspettava. Perch tutto avevano messo in preventivo gli agenti che indagavano su Di Lauro - anche un proiettile in fronte, o una carica di tritolo sotto la macchina - ma non quello.
Il 26 aprile del 2002 vennero arrestati sei poliziotti e due funzionari della Squadra mobile, molti dei quali impegnati proprio nella speciale task force su via Cupa dell'Arco. Erano accusati di sequestro di persona e violenze per la guerriglia urbana durante il Global Forum, a Napoli. Secondo la Procura, avrebbero picchiato e minacciato gli attivisti nella caserma Raniero, nel centro della citt. Le accuse erano partite dall'esposto di due comunisti, Mara Malavenda e Vittorio Granillo, a cui si erano aggiunti - via via - anche quelli dei Disobbedienti napoletani e di altre frange di estrema sinistra.
Quando in Questura si venne a sapere il fatto, scoppi il finimondo: un centinaio di agenti si ammanett e si piazz all'ingresso del palazzo di via Medina per impedire gli arresti. Furono ore convulse, il questore di allora, Nicola Izzo, chiam nel suo ufficio il capo della Squadra mobile, Giuseppe Fiore, e cerc di mediare. Intanto i cameraman e i fotografi immortalavano la scena. Con le braccia spalancate lungo i fianchi, i pugni serrati e lo sguardo inferocito, gli agenti ammanettati erano la catena umana contro cui sarebbero andati a sbattere quelli che dovevano prelevare i colleghi e portarli ai domiciliari. Sulla linea privata del procuratore Cordova arriv l'ennesima telefonata di una giornata che sembrava non finire mai; era Izzo che parlava. C'era un problema serio da risolvere, perch se gli agenti non si fossero spostati da l, ci sarebbe andata di mezzo l'immagine della polizia e delle istituzioni, incalz Izzo. Ma se gli indagati non fossero stati consegnati subito, si sarebbe profilata una responsabilit ai limiti del codice penale, gli rispose il procuratore. La soluzione venne trovata dopo una lunga trattativa; Cordova - che avrebbe gi volentieri evitato un provvedimento cos duro come gli arresti domiciliari nei confronti dei poliziotti e che aveva parecchie perplessit sull'intera ricostruzione accusatoria- acconsent a una via di mezzo. Gli indagati ottennero di non essere ammanettati; vennero scortati verso le rispettive abitazioni dai colleghi pi anziani. Nessuno se ne accorse quando lasciarono gli uffici di via Medina. Andarono via, infatti, da un'uscita secondaria. Quando glielo dissero, quelli in catene all'ingresso si guardarono in faccia e poco a poco se ne tornarono dentro.
Successivamente il Riesame avrebbe ridimensionato le accuse della Procura e annullato le ordinanze di custodia cautelare. Stessa posizione espressa anche dalla Cassazione, che ritenne illegittimi gli arresti dei poliziotti. Gli indagati tornarono in libert quasi subito e ripresero immediatamente a lavorare. La prima cosa che fecero, appena tornati in servizio, fu telefonare al magistrato titolare dell'inchiesta sui Di Lauro. Giovanni Corona, il PM che nel frattempo aveva mandato in galera gli stragisti di Ponticelli e una cinquantina di estorsori di Bagnoli, non ci pens su troppo e li fece rientrare a pieno titolo nell'indagine. E la risposta degli agenti non si fece attendere: dopo qualche settimana, a piazza Garibaldi, sequestrarono un quintale di eroina del valore di una decina di miliardi di lire che il clan Di Lauro aveva acquistato dalla Turchia. Appena lo seppero, i camorristi che avevano partecipato a quella "puntata", bestemmiarono e maledissero gli agenti.
Si ripartiva, di nuovo. E stavolta non ci sarebbero stati altri intoppi.
L'incubo ricorrente di Di Lauro, quello che lo faceva sobbalzare nella notte, era diventato una triste realt: la magistratura aveva scoperto il filone che l'avrebbe portata dritto dritto al cuore del clan, ai suoi segreti, ai suoi affari. E, come il boss aveva previsto, nessuno dei suoi cap il pericolo cui andavano incontro. Tutti erano convinti di poter godere di una impunit che n la corruzione delle forze dell'ordine n l'amicizia con i mafiosi siciliani gli avrebbe assicurato. Ma non Di Lauro, non lui, che aveva pensato a quel momento da sempre. Anzi, pi che a pensarci, si era preparato a quel momento. Lo aveva studiato fin nei minimi dettagli.
Il magistrato aveva accusato il colpo: il pentito aveva davvero chiesto la ritrattazione di tutte le accuse, svuotando di significato il lavoro che stava portando avanti da mesi.
Non  una questione personale, dottore, mi dovete credere, gli aveva detto l'ultima volta. Ma io tengo un'et. Ho un nipotino che mi vuole bene, a cui devo badare io, perch mio cognato - lo sapete, no -  paralitico e quindi non pu lavorare. Io ve lo dico con sincerit: non sono un camorrista nel senso che voi pensate. Io mica ho ucciso mai qualcuno. Anzi, sapete quante volte litigavo con i trafficanti che volevano tagliare la droga all'infinito, per guadagnare sempre di pi, senza sapere che cos facendo i clienti li perdevano per sempre? Non ve la prendete con me, ma preferisco prendermi quest'altra denuncia per calunnia e farmi un altro paio di anni in galera e poi uscire, piuttosto che aspettare che facciano qualcosa a mio nipote. Chi sono quelli che mi minacciano? E che sono scemo che ve lo dico: non lo so, non so nemmeno come si chiamano ma il messaggio mi  arrivato forte e chiaro. Arrivederci dott, io quando esco di qui, me ne vado da Napoli. Mi prendo a mio nipote e a mio cognato e me ne vado fuori. Statevi bene.
Ora, senza la conoscenza dei fatti del collaboratore di giustizia, doveva cercare altri sistemi per penetrare nei meccanismi di potere e violenza dei clan di Secondigliano. Ce l'avrebbe fatta? Sperava di s, perch dalla Squadra mobile gli avevano detto che era venuto un israeliano a insegnare alcune tecniche di investigazione agli agenti napoletani. Aveva mostrato loro come funzionano gli apparecchi all'avanguardia per le intercettazioni telefoniche e ambientali. Speriamo bene, aveva pensato. Nel frattempo, in vista della chiusura delle indagini, sarebbe stato opportuno accelerare con la relazione introduttiva. Cos, come ogni sera, si era messo davanti al PC e aveva iniziato a scrivere.
Nel corso della latitanza, Di Lauro lascia cos poche tracce da far dubitare gli investigatori se si sia mai mosso dal suo regno. Si sa, quasi con certezza, che la sua presenza  stata segnalata nel 2003 a Bergamo. Poi nulla pi. Il circuito che lega il padrino alla sua famiglia  cos ampio che non si possono tenere tutti sotto intercettazione, n  immaginabile che si riesca a pedinare un intero rione. E pensare che il 28 maggio del 1995 alle 23:55 Paolo Di Lauro viene fermato a un posto di blocco a Caporetto.  a bordo di una lussuosa Mercedes targata NA W12679. Siede sul sedile posteriore destro, il posto di rispetto. Insieme a lui ci sono anche Raffaele Mazzola, Francesco Fusco e Maurizio Prestieri. Un controllo di routine, si scriver sul verbale di polizia. Nessun illecito. Ricomparir - una seconda volta - nell'estate del 1999, stavolta a Gorizia. Saranno i servizi segreti a segnalarlo alla polizia napoletana; era stato notato pi volte mentre entrava - da un ingresso secondario - in un casin. Era un uomo libero, allora, e non si poteva intervenire contro di lui. Nel dicembre di quello stesso anno, alcuni poliziotti della Questura di Gorizia inviano una nota riservata ai colleghi partenopei per acquisire informazioni sul boss, intercettato lungo la strada che porta a Tolmino, il paesino che si trova all'estremit nord-occidentale della Slovenia.
Dal 2002 iniziano a fioccare le prime leggende sulla fuga di Ciruzzo. Qualcuno, addirittura, si azzarda a ipotizzare che si sia fatto operare nella stessa clinica di Marsiglia dove aveva trovato conforto Bernardo Provenzano sotto il falso nome di "Gaspare Troja". Poi c' chi suggerisce di andarlo a cercare in Grecia, dove il boss avrebbe forti interessi commerciali, e chi addirittura in Inghilterra.
L'unica strada che gli inquirenti possono seguire  quella dei soldi; ma il flusso di capitali illeciti che si concentra in via Cupa dell'Arco proviene - e rifluisce - in mille rivoli. Il padrino potrebbe trovarsi in Albania, perch l aveva raggiunto importanti accordi economici per comprare a prezzo dimezzato l'hashish. Potrebbe essere pure in Francia, una delle localit in cui i magliari della cosca godono di maggiori agganci e amicizie. D'altronde, a Parigi ha anche un negozio. Di fatti lo cercano, senza fortuna, a Camargue. A dar retta alla mappa degli investimenti di Di Lauro, il padrino potrebbe essere il luned in Cina a trattare l'acquisto di merce contraffatta, il marted in Spagna a prendere contatti con i grandi trafficanti internazionali di stupefacenti, il mercoled in Olanda a seguire lo stoccaggio della droga, il gioved in Canada e il fine settimana nei Paesi dell'ex Unione Sovietica.
Nel 2004, durante la faida di Secondigliano, alcuni quotidiani riportano l'indiscrezione che il padrino sarebbe morto. La voce della sua scomparsa viene alimentata da una parte degli organi investigativi, che cos spera di indurre qualche affiliato a uscire allo scoperto e a lasciarsi andare - magari al telefono - a qualche segreto inconfessabile sulla tana del ricercato numero uno. Nessuno, comunque, cade nella trappola. Esiste, per, un'altra ipotesi sulla nascita di quella diceria che da Radiomala arriva fino alle redazioni dei giornali. Sarebbe un segnale lanciato dagli scissionisti per affermare che l'era di Ciruzzo 'o Milionario era terminata, per ribadire che il tempo del boss era giunto al capolinea. Per la malavita, dopo tutto il sangue che stava scorrendo, Paolo Di Lauro non esisteva pi. Era morto, semplicemente.
Agli inizi del 2005, arriva una strana telefonata al centralino della Questura di Caserta. Parla un uomo, che vuole restare anonimo.  concitato, sembra quasi che gli tremi la voce. Dice di aver visto quel tizio che sta sempre sui giornali. Lo ha notato all'uscita di un autogrill sulla strada statale per Teano, in provincia di Caserta. Giura che  proprio lui, ma non riesce a ricordarsene il nome. Poi mentre l'operatore del 113 si fa ripetere l'indirizzo esatto dove lo avrebbe incrociato, il telefonista anonimo urla: Quello, Di Lauro, Paolo Di Lauro e attacca la cornetta. Dalla Squadra mobile di Caserta parte la segnalazione per la polizia di Napoli. La volante che arriva all'autogrill interroga qualche dipendente, ma non riesce a ricavare alcuna informazione utile. Il giorno successivo, da via Medina giunge una squadra speciale per acquisire la registrazione delle telecamere a circuito chiuso. L'uomo ripreso dagli occhi elettronici, in effetti, assomiglia davvero al super-latitante.
Paolo Di Lauro ha sempre avuto buoni rapporti con la camorra del basso Casertano, ereditati dai tempi dell'affiliazione alla Nuova famiglia di Antonio Bardellino. Si disse che durante la latitanza del 1996 si fosse nascosto tra Sessa Aurunca e Mondragone in compagnia di un affiliato, padre di un giovane ucciso durante la faida di Secondigliano. Un'altra base logistica, secondo le informative della magistratura, il clan l'aveva impiantata in Emilia Romagna. A Rimini e Riccione si ipotizz che il padrino fantasma avesse potuto trovare rifugio durante i mesi conclusivi del 2002, quando era stato nuovamente catapultato nel limbo dei latitanti, da dove aveva poi fatto rotta verso la Repubblica di San Marino. Ma sono ipotesi investigative, nulla di pi. Ci sono parecchi poliziotti, quelli che gli hanno dato la caccia per tre anni, convinti che un malavitoso del calibro di Paolo Di Lauro non avrebbe potuto allontanarsi troppo dal suo regno e che sia scappato, in realt, senza mai muoversi da dov'era. Ce ne sono altri, invece, che ritengono che la prova decisiva sul fatto che Di Lauro abbia trascorso gran parte della sua latitanza fuori dai confini campani, se non addirittura all'estero, sta nel suo silenzio durante la guerra contro gli scissionisti. Se avesse avuto modo di intervenire, pensano alcuni inquirenti, lo avrebbe fatto e non avrebbe assistito, impotente, alla distruzione della sua cosca. Visto che non l'ha fatto, significa che non poteva.
Se l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il boss di via Cupa dell'Arco fosse un libro, assomiglierebbe tanto a un libro di fantasmi, di quelli che popolavano i castelli della Scozia dell'Ottocento. Perch in tutte le centosettantatr pagine del documento, si avverte una presenza indefinita, dai contorni indecifrabili che scorre lungo il racconto ma che, alla fine, invece di manifestarsi, resta nascosta nell'oscurit, deludendo ogni aspettativa. Le indagini narrano di un soprannome, perch  quello l'unico indizio che porta a Paolo Di Lauro; i pentiti parlano del boss per sentito dire, non perch lo abbiano mai visto in faccia. I poliziotti che ne hanno seguito le tracce, come segugi con una lepre, non lo hanno mai pedinato, n intercettato, o filmato. Sapevano che c'era perch non si vedeva, eppure tutti ne parlavano. Solitamente, le inchieste antimafia seguono un processo induttivo, partono cio dal particolare per arrivare al generale. Da un sequestro di droga, si indaga e si arriva a scoprire il traffico di stupefacenti e se si  bravi e fortunati a sgominare l'intera organizzazione; dalla denuncia di un commerciante taglieggiato si pu ricostruire la filiera di estorsori e gli uomini che ne reggono le fila; dalle lacrime di una ragazza costretta a prostituirsi molto spesso si risale ai suoi aguzzini e al mercato del sesso a pagamento.
L'inchiesta sul clan Di Lauro, invece, ha seguito il procedimento opposto, quello deduttivo. Si sapeva molto, ma non tutto, proprio perch mancava il tassello principale. Si conosceva la base, ma il vertice della piramide era ancora sfuggente. Dal generale - che  il contesto delinquenziale della cosca, i suoi affari, i suoi segreti - si  dovuto indagare per arrivare al particolare, per collegare il tutto con l'uno, per trovare un cervello a quelle migliaia di braccia, il centro di gravit da cui partivano tutte le vibrazioni che animavano la cosca. D'altronde, la curiosit di vedere che volto avesse il padrino, quale fosse il suo timbro di voce, quale fosse il suo portamento apparteneva non solo agli sbirri. Pure gli affiliati bramavano dal desiderio di poterlo osservare; di potergli parlare. Raffaele Abbinante se lo lasci scappare al telefono, discutendo con il fratello Guido. Disse che latitante o meno, ricercato o no che fosse, Di Lauro non si faceva vedere mai in giro e che, pertanto, era superfluo andarlo a cercare. E non solo sfuggiva alla polizia, ma ai suoi stessi uomini, che lo inseguivano inutilmente: Ma quello quando va scappando e non lo trovate. Quando non va scappando nemmeno lo trovate. Perch quello non esce mai, fu la frase che i poliziotti ascoltarono.
E quando si riusciva ad agganciare un canale buono per poterci arrivare a parlare, il padrino, all'improvviso, si inabissava per intere settimane. Gli ordini per mantenere in perfetta efficienza la struttura continuavano comunque ad arrivare fino all'ultimo livello gerarchico, ma solo attraverso i portavoce e grazie alla capacit criminale del cognato Enrico D'Avanzo e del figlio Vincenzo. E ci, invece di indebolire, rafforzava il carisma criminale del boss, che poteva essere ovunque e da nessuna parte, che osservava senza essere visto, che ascoltava senza essere spiato a sua volta, che sorvegliava senza essere pedinato, che controllava senza essere controllato. Chi avrebbe avuto l'ardire di pugnalare alle spalle un uomo che non si poteva vedere, che sarebbe potuto uscire dalla foschia dell'anonimato e colpire senza il minimo rumore? Un giorno era nella sua villa e quello successivo poteva essere all'estero o rintanato in un anonimo appartamento del rione dei Fiori, all'insaputa dei suoi stessi vicini di casa. Su questo lo aiutava anche il carattere; pur amando la bella vita, Ciruzzo 'o Milionario non aveva mai sacrificato alla mondanit la sicurezza di se stesso e dei propri affari. Di Lauro poteva tranquillamente vivere - lui che aveva guadagnato centinaia di miliardi di lire con il traffico internazionale di stupefacenti - nel retrobottega di un negozio o in un'abitazione di una trentina di metri quadrati. Non si sarebbe mai fatto un problema di immagine, perch per lui veniva sempre prima la sostanza e poi la forma.
L'inchiesta sui poliziotti aveva creato non poche difficolt negli ambienti giudiziari partenopei. Un po' perch sembrava esagerata e un po' perch, fregandosene del protocollo, il PM Corona aveva sbottato durante un'intervista:  stata compromessa una delicata indagine anticamorra con questa storia del Global Forum. Ho qualche dubbio sulla reale opportunit di arrestare investigatori preparati e di grande professionalit impegnati in un lavoro difficile e complesso. Pure Cordova non ci teneva granch a entrare in rotta di collisione con la polizia, dopo che gi nel suo ufficio stavano tentando da mesi di fargli le scarpe. Quelle accuse bonarie - rivolte tra il serio e il faceto - di essere un burocrate della giustizia, sarebbero presto diventate un capo di imputazione davanti alla commissione disciplinare del CSM. Ma doveva accadere ancora qualcosa in quella strana e calda primavera del 2002.
L'audizione era stata fissata gi da alcune settimane, ma l'arresto dei poliziotti e le polemiche alimentate dai giornali di una spaccatura all'interno della Procura napoletana, consigliarono al presidente della Commissione parlamentare antimafia, Roberto Centaro, di accelerare i tempi.
Il 7 maggio 2002, Agostino Cordova entr a Palazzo San Macuto di buon mattino. Lo seguivano Felice Di Persia, coordinatore della DDA partenopea, succeduto a Guglielmo Palmeri, scomparso un anno prima, Lucio Di Pietro, procuratore aggiunto alla Direzione nazionale antimafia, e un po' di sostituti procuratori, rappresentativi dei filoni investigativi aperti nelle varie aree geografiche.
Fu in quell'occasione, probabilmente, esposto al fuoco di fila dei senatori della sinistra, che Cordova cap che la sua esperienza napoletana era quasi terminata. Eppure, da uomo delle istituzioni, non risparmi bordate ad "alzo zero" contro chi gli impediva di esercitare la legittima azione repressiva e preventiva nei confronti della criminalit organizzata.
Il procuratore e il capo dell'Antimafia presero posto, poco dopo le nove del mattino, nell'aula adibita alle audizioni della Commissione parlamentare. Il primo a essere convocato, naturalmente, fu Cordova, che si sistem davanti la relazione scritta e diede un rapido sguardo agli appunti. I microfoni si accesero, soltanto dopo che gli uscieri ebbero chiuso le porte.
Centaro inizi a parlare: Quello di oggi  un primo approccio con la situazione di Napoli e dei circondari per i quali  competente la Direzione distrettuale di Napoli; seguir successivamente una serie di visite e di indagini pi approfondite. Era per indispensabile, cos come  stato fatto per la Calabria, questo primo incontro a causa dei rinvii delle missioni gi programmate dalla Commissione antimafia. Ove mai vi fossero indagini per le quali vi  la necessit di mantenere il segreto, possiamo secretare la seduta. Comunque, la Commissione in questo momento non ha la necessit di ricevere indicazioni specifiche.
Vi ringrazio per averci invitato a questa audizione, incominci a parlare Cordova, ma prima di affrontare il tema specifico della convocazione, cio la situazione della criminalit nel territorio di Napoli, desidero illustrare il contesto in cui dobbiamo operare. Si potrebbe obiettare che forse questo non abbia attinenza con l'argomento specifico, ma intendo precisare che la connessione sta nel fatto che tutte queste vicende incidono negativamente sul nostro tentativo di ripristinare la legalit nel territorio e di affrontare i problemi derivanti dalla cappa camorristica che da secoli incombe in Campania. Inizio brevemente dall'unificazione delle due procure, perch tutti i problemi sono iniziati proprio da quel momento, cio dal 1 gennaio 2000. Infatti, prima dell'unificazione, avevamo - tra noti e ignoti - sedicimila fascicoli. Con l'unificazione, la ex Procura circondariale ce ne port circa settecentomila. Credo che una cifra simile non sia stata riscontrata in nessuna altra procura d'Italia. Da un giorno all'altro, abbiamo ricevuto questa enorme eredit, cui peraltro non ha fatto seguito il rafforzamento degli organici. Anzi, l'organico della Procura unificata, anzich essere la somma degli organici delle due procure,  stato ridotto, con un'ulteriore riduzione per la creazione del tribunale di Giuliano (tredici unit poi rientrate, ma  rimasto ridotto anche il personale amministrativo). Comunque, mi sono trovato con settecentomila fascicoli, di cui circa duecentomila neppure iscritti nel registro delle notizie di reato. Ho trovato 2.300.000 seguiti di informativa ammonticchiati sul pavimento, che nessuno aveva mai visionato. In sostanza, gli organi di polizia giudiziaria facevano informative, poi perveniva un seguito (o ulteriori indagini o, in caso di reati perseguiti a querela, remissioni di querela) e nessuno le guardava e venivano ammonticchiate sul pavimento. Senza contare poi gli altri aspetti su cui nessuno ha fatto mai accertamenti; vi erano per esempio oltre novemila esecuzioni pendenti, di cui diverse prescritte, quindi risalenti a diversi anni prima. Cito alcuni dati a titolo esemplificativo. Nel periodo 1997-1999, nonostante la scadenza dilagante dei termini delle indagini preliminari, in tre anni i pubblici ministeri di quella Procura fecero solo seicentocinquanta richieste di proroga delle indagini, di cui quattrocento fatte da un solo sostituto. Gli altri quarantacinque fecero il resto. I PM di quella Procura andavano in media in udienza 1,7 volte (meno di due volte) al mese, ovviamente esclusi i giorni festivi, e tutta la Procura ex circondariale nel 1999 present venticinque impugnazioni: su migliaia di udienze, venticinque impugnazioni. Di fronte a questa situazione mi premurai di ripristinare le regole con tutta una serie di ordini di servizio e circolari e fui costretto addirittura ad istituire un ufficio impugnazioni in quanto il PM, in base alle sue autonome determinazioni, chiedeva la condanna, il tribunale assolveva, ma lo stesso PM non proponeva appello.  chiaro che l'appello non doveva essere necessariamente proposto, per  fisiologico che, se a conclusione del dibattimento il PM chiede la condanna e il tribunale assolve, poi la sentenza si impugna, a meno che lo stesso pubblico ministero, leggendo la motivazione, non si renda conto di aver fatto lui una richiesta sbagliata. Comunque, questa inerzia nel proporre le impugnazioni mi costrinse a costituire un apposito ufficio che fu oggetto di vive contestazioni.
Era arrivata l'ora della riscossa per Cordova, dopo settimane, mesi passati nell'angolo a subire gli attacchi dei magistrati e dei giornali di sinistra. Attacchi che ne avevano alterato il carattere, gi di per s scorbutico, e che l'avevano incattivito.
Riprendendo il discorso, prosegu mi premurai di ripristinare le regole provocando una serie di insofferenze, nel senso che taluni sostituti si sentivano sottoposti a controllo e dicevano che c'era una eccessiva burocratizzazione, come  stato scritto. Le reazioni cominciarono proprio con l'istituzione dell'Ufficio impugnazioni che - ripeto - fui costretto a creare di fronte all'inerzia o comunque alla decisione di non impugnare, decisione che quasi sempre veniva condivisa dagli aggiunti. Non potendo io personalmente prendete visione di tutti gli atti, perch si tratta di migliaia di udienze ho istituito questo Ufficio. L'Ufficio impugnazioni, ripeto, ha destato indignazione e sono stati scritti documenti che sono all'esame del CSM; pertanto preferisco non entrare nel merito. Fatto sta che ci sono state anche delle insofferenze ogni qual volta, di fronte ad anomalie, le segnalavo, come  doveroso, agli organi competenti. Ho portato taluni di questi casi, ma solo a titolo esemplificativo. I casi pi importanti riguardano due sostituti che durante le ultime elezioni non mi hanno informato tempestivamente di due vicende riguardanti il voto di scambio politico-mafioso. Nonostante gli ordini di servizio dicessero che dovevo essere informato dei fatti pi rilevanti e nonostante che io, prima della campagna elettorale, avessi emanato una circolare con cui specificamente chiedevo di essere tempestivamente informato di episodi di voto di scambio, anche perch l'unico periodo in cui era possibile fare accertamenti era proprio il periodo elettorale, ci non  stato fatto. Segnalai i casi, ma ignoro cosa sia successo, anche se poi mi viene contestato di fare troppe segnalazioni. Segnalai pure il caso di una collega che, alla luce delle informazioni ricevute, convive con un medico che avrebbe fatto una falsa consulenza tecnica in favore di un camorrista. Premetto che non mi interessano le faccende private, ma il fatto rilevato  notorio e dalle intercettazioni risulta che la persona che venne dichiarata dal consulente "totalmente inferma di mente" ragionava invece alla perfezione. In sede di interdizione promossa dai parenti, il medico fu nominato consulente d'ufficio e concluse per la totale infermit. Nel corso del procedimento penale, da consulente d'ufficio divent consulente di parte, insistendo ovviamente per l'infermit. Il GUP prosciolse questa persona sotto l'aspetto dell'aver ingannato il medico, ma abbiamo impugnato il provvedimento. Ci sono dei casi (il collega li ha accertati direttamente) come quel medico del DAP, di qualifica "dirigente superiore", che  consulente di parte in favore di camorristi detenuti. Questo caso  stato segnalato agli organi competenti, ma ne ignoro l'esito. Queste mie informazioni servono per dimostrare qual  l'ambiente in cui sono costretto a lavorare. Segnalo, ad esempio, ormai Cordova era un fiume in piena, le dichiarazioni di un "aggiunto" su una mia intervista a un giornale ritenuto di destra. Gli "aggiunti", lo ricordo, sono coloro che devono sovrintendere all'attivit delle sezioni perch io non posso seguire il lavoro di oltre cento sostituti. Nel mese di agosto, un aggiunto reggeva l'ufficio in mia sostituzione e, quando arriv una lettera della cosiddetta "catena di Sant'Antonio", a nome dell'ufficio, la diram ad altri venti uffici giudiziari. Ho segnalato anche questo caso, ma ne ignoro l'esito. L'ultima vicenda sulla quale, se interessa alla Commissione, potrei soffermarmi,  relativa all'arresto dei poliziotti, oggetto anch'essa di strumentalizzazione. Non lo so....
Il procuratore rimase in attesa di un cenno, che per tard ad arrivare. Centaro avrebbe voluto che lasciasse un'indicazione, ma Bobbio prima e Ayala poi - entrambi con un passato da magistrati - chiesero chiarimenti sulla vicenda del Global Forum. Chiarimenti che Cordova, malgrado il parere contrario del senatore Massimo Brutti, diede con queste parole: Sembra che non abbia attinenza ma io voglio dimostrare che in un territorio in cui, lo ripeto, incombe la cappa camorristica, devo sottrarre tempo per occuparmi di queste esercitazioni strumentali. La vicenda dell'arresto dei poliziotti nacque in occasione della manifestazione dei No global del 17 marzo 2001, in cui ci furono tafferugli nella piazza, dove i manifestanti tentarono di sfondare gli sbarramenti effettuati dalle forze dell'ordine. Comunque per questi fatti sono in corso dei procedimenti che ora sto valutando che fine abbiano fatto. Il 20 marzo, cio tre giorni dopo, fu presentato un esposto da parte dell'onorevole Malavenda, che non so se sia ancora parlamentare, e di un tale Granillo, con cui si censurava il comportamento delle forze dell'ordine, ma l'oggetto del procedimento  un altro. Si dice, cio, che in occasione di questi tafferugli le forze dell'ordine avrebbero prelevato dagli ospedali persone che si erano fatte refertare per lesioni nello stesso periodo di tempo delle manifestazioni o subito dopo e di averle concentrate nella caserma Raniero dove, secondo le accuse, sarebbero stati sottoposti a ingiurie, a maltrattamenti, a percosse, a sputi, sarebbero stati denudati e addirittura costretti a fare delle flessioni nell'eventualit che nascondessero nelle parti intime non so che cosa, immagino della droga perch non penso potesse trattarsi di armi. Solo che di queste vessazioni subite all'interno della caserma Raniero nell'esposto originario non se ne parla. Solo in un esposto successivo, alcuni menzionarono questi episodi. Quindi, si avvi questo procedimento per i presunti abusi commessi dalle forze dell'ordine e fu iscritto dai pubblici ministeri, che se ne occupavano e se ne occupano, per vari reati, fra cui violenza privata, abuso d'ufficio, lesioni e altro. Questo procedimento segu il suo corso e, visto che si parla del fatto che io avrei dovuto avocarlo se non l'avessi condiviso, mi fu trasmessa in visione la richiesta di provvedimento cautelare che, per la verit, restituii manifestando delle perplessit circa la genuinit delle fonti di prova, nel senso che mi chiedevo come mai queste persone prelevate dagli ospedali (magari qualcuna si era fatta refertare perch era scivolata cadendo dai gradini) una volta usciti dalla caserma non avevano sporto denuncia e non avevano detto niente. Avevo questa perplessit e ho chiesto di approfondire. Restituii la richiesta una seconda volta; la terza volta mandai una fotocopia di articoli di stampa riguardante i tafferugli e i disordini avvenuti a Genova in cui, secondo alcune intercettazioni, si accert che taluni manifestanti avevano concordato di accusare falsamente i carabinieri degli stessi atti di violenza, per cui furono denunciati. Senza interferire, ho detto che, anche se gli episodi di cui ci occupavamo riguardavano Napoli e non Genova - quindi si trattava di fatti diversi - per erano avvenuti in un contesto e modalit simili. Ripeto, senza interferire, siccome il procuratore aggiunto e i pubblici ministeri del procedimento ritennero di dover formulare la richiesta, questa segu il suo iter. Io non dovevo vistarla perch lo doveva fare il procuratore aggiunto, io devo vistare solo le richieste relative alla DDA e alla pubblica amministrazione. Il GIP nel giro di diciotto-venti giorni eman questa misura che poi fu eseguita in Questura durante l'orario d'ufficio, sollevando il clamore che sapete. Si dice che io, siccome volevo un approfondimento sulla genuinit delle fonti di prova, avrei dovuto avocare il procedimento. Questo non lo potevo fare, perch persino il Consiglio superiore afferma che in caso di divergenza di opinioni non si pu avocare il procedimento. Comunque, poi hanno strumentalizzato tutta la vicenda con qualificazioni politiche di destra e di sinistra, con speculazioni varie. Volevo illustrare questa situazione, perch la mia attivit viene distolta da quella principale. Dato che si parla tanto del ripristino della legalit: cos mi viene consentito di ripristinarla. Visto che non mi  concesso, comincio a coltivare l'idea di chiedere un'altra sede, cos questa storia finir e si riporter la pace sociale nel territorio di Napoli. Era una bomba, l'ultima dichiarazione del capo dell'ufficio inquirente partenopeo, la constatazione di non riuscire nell'obiettivo per il quale era stato chiamato a Napoli. Diretta a chi gli creava problemi un giorno s e l'altro pure. Centaro cerc di indirizzare il discorso nei binari delle misure di contrasto alle organizzazioni mafiose sul territorio campano, ma ormai la zuffa politica era gi stata innescata. Ci furono accesi battibecchi tra il deputato Giuseppe Gambale e il senatore Luigi Bobbio e tra i senatori Michele Fiorino e Massimo Brutti. Ognuno voleva interpretare a vantaggio della sua parte politica la pesantissima accusa del procuratore. Il presidente Centaro dovette faticare non poco, distribuendo anche un paio di ammonizioni, per riportare la calma. Poi chiese, per fare un po' di ordine e per impedire la stagnazione dell'audizione: La Commissione vorrebbe conoscere il numero delle richieste di misure cautelari gi proposte che pendono di fronte all'ufficio del GIP. A questa domanda, rispose il procuratore aggiunto Di Persia che, lanciata un'occhiata alla relazione, snocciol i numeri di un vero e proprio disastro giudiziario: Abbiamo circa 40 richieste di misure cautelari che pendono davanti al GIP. Alcune di tali richieste presentano ritardi inauditi come - per esempio - la richiesta che pende dal 28 luglio del 2000, quella che pende dal 12 aprile 2000, un'altra dal 6 dicembre 2000, parecchie dall'aprile 2001 all'ottobre 2001. Si tratta di procedimenti a carico di efferati criminali, tra i quali uno pende da otto mesi ed  a carico di 108 indagati. Si tratta di richieste della Direzione distrettuale antimafia per reati di criminalit organizzata di stampo mafioso.
I 108 indagati a cui faceva riferimento il magistrato erano gli affiliati al clan Di Lauro.

5. L'offensiva della magistratura.

Mi chiamo Gaetano Conte e sono tuttora affiliato al clan Di Lauro. Posso dire di essere tuttora affiliato al clan avendo ricevuto nel corso della mia detenzione, che si protrae dall'ottobre dello scorso anno, la cifra di circa due milioni di lire, che sono stati versati da persone che non so indicare a mia madre. Ho anche ricevuto non appena sono stato arrestato il denaro che venne consegnato all'avvocato per pagare il suo onorario. Sono passati sei anni dalla prima informativa sulla cosca di Paolo Di Lauro e le indagini della Procura antimafia sono a un passo dalla conclusione. L'8 marzo 2002 Gaetano Conte, picchiatore del gruppo di Ciruzzo 'o Milionario, decide che  arrivato il momento di cambiare vita. E inizia a parlare.
L'Ufficio chiede a Conte di specificare dove opera il clan e quali sono le attivit illecite da esso poste in essere. Conte risponde: per quanto riguarda le estorsioni, settore di mia competenza unitamente a quello della droga, il clan Di Lauro opera nella zona di Secondigliano nonch nei quartieri di Miano, Piscinola, Marianella, Capodimonte e ancora nei Comuni di Melito, Casavatore e altri Comuni limitrofi.
I verbali dell'ex picciotto vanno a ingrossare il fascicolo dell'inchiesta, c' bisogno di altre prove perch il GIP ritiene che quelle iniziali non siano sufficienti a dimostrare l'esistenza e l'operativit del gruppo di via Cupa dell'Arco. La richiesta di arresto per Paolo Di Lauro e per altri novantatr affiliati era stata avanzata il 15 ottobre 2001, sebbene gli atti fossero stati gi depositati in via definitiva il 4 novembre 1999. E da allora nulla era accaduto.
La quantit di intercettazioni, rapporti di polizia, nuove notizie di reato, testimonianze di collaboratori di giustizia che aggiunge agli atti il titolare delle indagini, il sostituto procuratore Giovanni Corona,  impressionante: la necessit di accelerare i tempi lo portano a inviare alla III sezione dell'Ufficio GIP tre nuovi faldoni, il 19 giugno, il 18 luglio e il 17 settembre 2002.
Il 23 settembre successivo, il giudice Pierluigi Di Stefano firma quarantuno mandati di arresto e ordina agli ufficiali e agenti della polizia giudiziaria di procedere alla cattura dei soggetti denunciati e di condurli immediatamente in un istituto di custodia per ivi rimanere a disposizione dell'Ufficio. Altri cinquantatr fiancheggiatori della famiglia di Ciruzzo 'o Milionario restano indagati a piede libero. Ma c'era voluto l'intervento del procuratore Agostino Cordova in persona per smuovere le acque. Quando uscirono gli articoli di giornale riguardanti l'audizione in commissione antimafia di qualche mese prima, il capo dei PM napoletani venne crocifisso perch aveva accusato di inerzia l'ufficio GIP, che rallentava inspiegabilmente la cattura di cento pericolosi camorristi. I giudici si difesero, attaccando a loro volta la Procura e la superficialit investigativa dei magistrati che, a loro dire, li obbligava ad allungare i tempi per la verifica delle richieste d'arresto. Non c'erano dubbi: era l'indagine sui Di Lauro quella a cui si riferiva il magistrato di Palmi, durante l'infuocata riunione a Palazzo San Macuto, ed  per l'indagine sui Di Lauro che Cordova, probabilmente, si  giocato la poltrona e la carriera. Qualche settimana dopo, infatti, part l'inchiesta del CSM per incompatibilit ambientale e funzionale. Pi semplicemente: Cordova era un cavallo pazzo e a Napoli non era pi gradito. Il procuratore era la seconda vittima di una maledizione che sembrava colpire quelli che si avvicinavano troppo a Paolo Di Lauro: prima i poliziotti arrestati per le vicende del Global Forum e poi lui, il magistrato che aveva sfidato Giovanni Falcone alla guida della prima Procura nazionale antimafia. Ma la maledizione avrebbe continuato a colpire anche in futuro. Ci sarebbero state altre vittime.
Quando la Direzione distrettuale antimafia sguinzagli sulle orme del boss mezza Questura, a Secondigliano non si vedeva in giro da parecchio. Paolo Di Lauro sapeva che i magistrati erano sulle sue tracce, intu che i sequestri di droga degli ultimi mesi, sempre pi frequenti, sempre pi consistenti, non erano dovuti alla semplice sfortuna o alla bravura degli inquirenti. Riusc a fuggire ben prima che riuscissero ad agguantarlo. D'altronde, la semi-clandestinit non l'aveva mai abbandonata, nemmeno da uomo libero. Un padrino del suo calibro presagisce il pericolo e quando il rumore delle sirene della polizia si avverte in lontananza, lui  gi altrove. In passato, aveva sperimentato la latitanza, il tremore della fuga poco prima dell'irruzione, il fiato pesante e i cacciatori che mordono le caviglie, ma stavolta era diverso. L'ordinanza di custodia cautelare in carcere era solida - niente a che spartire con quella costruita attorno alle dichiarazioni di Antonio Ruocco - e poi c'erano i pentiti che svelavano nomi e retroscena degli affari della famiglia. C'erano i pedinamenti, le riprese video, le fotografie, le intercettazioni telefoniche.
Nel giro di una notte, si riempirono oltre dieci celle del carcere di Poggioreale. Il blitz, condotto dalla Squadra mobile di Napoli, fu fulminante. Sfuggirono alle manette, oltre a Paolo Di Lauro, anche suo figlio Vincenzo e suo cognato, Enrico D'Avanzo, il numero due del clan.
I giornali ripresero a parlare di Ciruzzo 'o Milionario, della famiglia, del business, delle piccole e grandi manie della criminalit organizzata con grande enfasi. Cos si scopriva, sfogliando le pagine dell'ordinanza di custodia cautelare in carcere, che il gruppo di via Cupa dell'Arco arrivava a guadagnare circa quindici milioni di euro al mese. Scrisse il PM nei motivi d'accusa:
Il sodalizio  finalizzato all'acquisto e al successivo spaccio di ingenti quantitativi di tutti i tipi di sostanze stupefacenti nonch alla realizzazione di reati contro il patrimonio e al contrabbando di sigarette,  uno dei pi organizzati della citt di Napoli ed  sicuramente quello che dispone di maggiori capacit economiche, introitando nelle sue casse molto denaro, che viene ricavato principalmente dalla vendita della droga. L'organizzazione si caratterizza per essere strutturata in modo piramidale; infatti, essa  composta da un comitato ristretto, costituito dai principali collaboratori di Di Lauro: suo figlio Vincenzo, Rosario Pariante, Raffaele Abbinante, Enrico D'Avanzo. Tale comitato, presieduto da Di Lauro - che tramite Salvatore Britti (nipote di Pariante) impartisce disposizioni ai suoi uomini di fiducia - ha rapporti con i vari capizona, unici referenti territoriali del sodalizio, essendo responsabili della vendita di sostanze stupefacenti nelle zone di rispettiva competenza e della realizzazione delle altre attivit delittuose; i capizona dirigono a loro volta un proprio gruppo criminale, preposto in particolare allo spaccio di ogni genere di droga.
Spiegata cos, l'organizzazione sembrava copiata dai manuali di economia dei guru dell'economia americani. Era il principio del "multilevel", una struttura gerarchica in cui ogni piano conosce soltanto chi lo precede e chi lo segue nella catena di comando, lasciando i vertici nella nebulosa foschia dell'anonimato. Di Lauro - spiegarono i magistrati - nel corso degli anni aveva ridotto al minimo i contatti con i soldati semplici, limitandosi a trattare soltanto con i graduati. Era questa la forza dell'organizzazione. Continu il PM:
Tale modello organizzativo consente a Di Lauro di limitarsi ad amministrare il denaro versato dai vari capizona, tanto in attivit lecite tanto in attivit illecite, avvalendosi dell'appoggio di compiacenti riciclatori. La struttura del sodalizio permette nel contempo al capoclan di potersi avvalere di una notevolissima forza militare, potendo disporre di moltissimi affiliati, pronti ad essere impiegati in un'eventuale guerra di camorra.  questo il motivo per il quale l'organizzazione di Di Lauro agisce indisturbata nello stesso quartiere in cui operano alcune famiglie che compongono il cartello noto come Alleanza di Secondigliano (Licciardi, Bocchetti, Lo Russo) con le quali si  consolidato nel tempo - salvo rari episodi di cruento conflitto - un conveniente rapporto di non belligeranza.
Il sogno di Di Lauro si era avverato: incutere timore non per quello che si fa, ma per quello che si potrebbe fare. I commissari antimafia si spinsero oltre e commentarono:
Paolo Di Lauro, invero, dimostra spiccate attitudini organizzative, realizzando una struttura criminale che gestisce in maniera monopolistica lo spaccio di sostanze stupefacenti in tutto il territorio controllato: il concetto fondante dell'impostazione logistica adottata  costituito da una rigorosa ripartizione delle competenze operative su pi livelli articolati verticalmente. Ogni livello si occupa, rispettivamente, del controllo e della supervisione del traffico e dello spaccio di droga, dell'approvvigionamento e della confezione per la vendita al minuto degli stupefacenti, della gestione dei rapporti con gli spacciatori, del controllo dell'andamento dello smercio nelle varie "piazze" e del prelievo dei proventi (i cosiddetti "capipiazza") nonch, per ultimo, dello spaccio vero e proprio, affidato talvolta anche a soggetti tossicodipendenti.
Era evidente che il lavoro della magistratura aveva aperto una falla nel sistema-Di Lauro. Altri affiliati decisero di vuotare il sacco, uno in particolare cre parecchi problemi all'organizzazione. Alla fine, per incastrare il boss e il suo esercito, furono ascoltati diciannove pentiti e intercettate 7.990 conversazioni telefoniche. Gli investigatori riuscirono a identificare circa venti piazze di spaccio sotto il controllo della holding del narcotraffico, ognuna delle quali assicurava un incasso giornaliero di venticinquemila euro. I conti erano presto fatti: da un chilo di eroina, costo all'ingrosso ventunomila euro, tramite additivi chimici e sostanze da taglio, si riuscivano a ottenere cinquemila dosi al prezzo, centesimo pi centesimo meno, di venti euro ciascuna. E poi c'erano le altre sostanze stupefacenti in vendita: la marijuana, l'hashish, la cocaina e il kobrett. Secondo alcune stime di ONG ed enti di ricerca internazionali, Scampa e Secondigliano erano i pi grandi supermarket di droga all'aperto d'Europa.
Centinaia di pusher, a qualsiasi ora del giorno, offrivano ai clienti ogni tipo di stupefacenti. Con un'organizzazione che rasentava la perfezione. I dettagli erano curati nei minimi particolari, spesso ad affiancare gli spacciatori c'erano ragazze insospettabili, che fingevano di aspettare il fidanzato in strada. Una coppia, era la strategia della camorra, dava meno nell'occhio. A svelare i meccanismi del motore della holding, era stato - tra i primi - il pentito Gaetano Guida, ex luogotenente dei Licciardi a Capodichino, al quale proprio i Di Lauro offrirono quaranta milioni in contanti perch la smettesse di collaborare. Guida rifiut, forse perch la cifra gli risultava troppo modesta, dal momento che per la stessa ragione un altro pentito, Costantino Sarno, aveva ricevuto un regalo da un miliardo.
Chiarisco, peraltro, che la struttura del clan Di Lauro ha, anche da un punto di vista organizzativo, un fondamento molto importante nelle singole sottostrutture di spacciatori. Infatti, i singoli capi delle piazze di spaccio di droga che operano nel territorio controllato da Di Lauro, da una parte hanno l'obbligo stabilito da un punto di vista dell'appartenenza al clan di comprare la droga da spacciare direttamente ed esclusivamente dal sistema di Di Lauro; dall'altra ogni gruppo di spacciatori trattiene per s il ricavato della vendita della droga ma per ogni gruppo il capo, che risponde di ci direttamente a Paolo Di Lauro, con i guadagni ha l'obbligo di mantenere sotto tutti i punti di vista gli affiliati che lavorano per lui e che, per, dipendono da ciascun capo solo funzionalmente mentre da un punto di vista dell'affiliazione al clan Di Lauro sono e rimangono esclusivamente subordinati allo stesso Paolo Di Lauro. Tutti, capi e gregari delle varie sotto-associazioni dello spaccio di droga, sono quindi affiliati camorristici dipendenti di Di Lauro che delega la loro gestione e le loro retribuzioni direttamente al capo di ciascuna sotto-associazione. Di Lauro, comunque, ribadisco, mantiene il proprio potere di comando diretto su tutti loro.
La Procura antimafia individu sei sotto-gruppi, corrispondenti a sei aree di spaccio: Rione Monterosa, Capodimonte-Corso Secondigliano, Rione Berlingieri, Vela Gialla e Vela Rossa, Bacoli, zona dei Sette Palazzi e Oasi del Buon Pastore; in ciascuna area erano presenti tre o pi piazze di spaccio. Ogni gruppo era indipendente dall'altro e rispondeva del proprio operato soltanto a Paolo Di Lauro. Poteva capitare, talvolta, che i capi-piazza si scambiassero dei favori o che acquistassero in societ la droga, sempre tramite i canali ufficiali dell'organizzazione. In pratica, Di Lauro aveva strutturato la holding in maniera tale da andare a guadagnare tanto dall'importazione dello stupefacente in Italia per conto terzi quanto dalla vendita al dettaglio delle migliaia di bustine di cocaina ed eroina.
Fu ancora nel 2002 che l'Ufficio misure di prevenzione patrimoniali della Questura di Napoli, dopo una lunga attivit di indagine, chiese e ottenne dal Tribunale il sequestro di una parte del tesoro di Ciruzzo 'o Milionario; vennero apposti i sigilli a ventitr immobili, tra i quali la villa bunker di via Cupa dell'Arco, venti appartamenti, intestati alla moglie, ai figli Vincenzo, Ciro e Marco, due terreni, quattro attivit commerciali, riconducibili sempre alla moglie e ai figli, un intero parco auto e conti correnti bancari per un valore complessivo di otto miliardi di lire.
Ma era solo la punta dell'iceberg, perch nessuno sa a quanto ammonti, davvero, il patrimonio di Di Lauro. Si parla di centinaia di miliardi investiti all'estero e di una rete di boutique in Europa da fare invidia a Benetton e Missoni. Gi nel 1998, Gaetano Guida aveva cercato di tratteggiare ai magistrati Antimafia un quadro realistico della potenza economico-imprenditoriale del boss: Per quello che ne so, anche Di Lauro ha la sua rete di negozi in Europa oltre ad avere pi di una fabbrica in Italia. So che uno di questi negozi si trova a Parigi ed  gestito da un cognato di Aniello La Monica, che  rimasto con Di Lauro. Sempre a Parigi Di Lauro ha un altro negozio gestito da tale Enrico Petersen. Altri negozi di abbigliamento Di Lauro li ha in Olanda. Ancora, so che Di Lauro ha investito molti soldi in Grecia....
Ma anche per un genio del crimine una tale diversificazione degli investimenti, una simile ricchezza diventano difficili da gestire, tanto pi da latitante, se non si ipotizzano accordi di altra natura. E la sfida della magistratura  proprio arrivare al terzo livello, dove la camorra imprenditrice sfocia lentamente nelle acque placide della grande finanza. Ricorda Giuseppe Fiore, attuale questore di Chieti ed ex capo della Squadra mobile di Napoli:
Io ho vissuto un po' tutti i tempi della lotta alla camorra, i primi - i pi classici - fatti di prostituzione, gioco d'azzardo e racket; e quelli attuali, in cui il salto di qualit  rappresentato dagli investimenti, dalle modalit di riciclaggio. I boss, oggi, si ripuliscono la faccia ed entrano a pieno titolo nell'economia nazionale. Con tutti i guai che ne conseguono, anche dal punto di vista della concorrenza sleale. Per quanto riguarda Di Lauro, ci rendemmo conto della potenza criminale ed economica di quest'organizzazione quando, in un capannone, sequestrammo registri e libri contabili sui quali erano suddivisi territori e affari, affidati - ognuno - a un capo, ma non un semplice capo zona, piuttosto un manager del crimine che doveva far fruttare i soldi e far quadrare i conti. E ricordo anche un episodio, quando, sempre nell'ambito dell'indagine sul clan di Secondigliano, fu fermato in Turchia un dirigente di una banca cui era stato affidato il compito di reinvestire il denaro.
Ciruzzo 'o Milionario  stato il primo ad accorgersi delle potenzialit dell'Est Europa e della grande produzione made in Asia. Sua l'intuizione di inondare i mercati europeo e americano con perfette riproduzioni delle macchine fotografiche Canon, fatte costruire in Cina a un prezzo irrisorio e rivendute fino a cento euro al pezzo in Occidente; sua l'idea di creare un comitato d'affari che si occupasse di gestire la rete mondiale dei magliari. A Secondigliano tutto diventa business e la droga, per quanti soldi riesca ad assicurare,  solo una delle voci di bilancio della camorra SPA. L'inchiesta del 2002 mette in luce, ad esempio, la predilezione del clan per il mattone. Complessi abitativi costruiti tra Miano, Piscinola e Marianella sfruttando le leggi per l'edilizia popolare hanno portato fiumi di soldi nei forzieri del padrino. In un'intercettazione, Rosario Pariante - boss di Bacoli e Monte di Procida - si informa sulle delibere comunali per le nuove costruzioni (Eh, Ros,  una cifra grossa, gli viene risposto, sono quasi trenta miliardi...) che diverranno esecutive di l a pochi mesi. Il gruppo imponeva una tangente del cinque per cento sul totale dell'appalto, da dividere con gli altri gruppi dell'Alleanza di Secondigliano. Sulla partecipazione diretta degli uomini del sistema di Secondigliano ai grandi affari immobiliari - tramite societ di comodo e prestanome - invece si inizi a indagare gi nel 1996, ma inspiegabilmente l'inchiesta fu presto archiviata nonostante che i carabinieri avessero scoperto che una ditta controllata dalla famiglia Licciardi, con sede sociale in via Cupa Signorello 7, nella quale - in passato - erano risultati assunti gli stessi fratelli Vincenzo e Gennaro Licciardi, aveva forti interessi nell'edilizia popolare nella zona di Chiaiano, in collaborazione proprio con Di Lauro. Sull'utenza fissa di quella societ arrivavano, ogni settimana, strane telefonate. A chi rispondeva, l'interlocutore non rivelava mai il proprio nome. Chiedeva di parlare con il "masto" e attendeva, in silenzio, che glielo passassero. Ciruzzo 'o Milionario - scrissero i carabinieri nella nota di servizio - utilizzava il proprio telefono cellulare per mantenere i contatti con i Licciardi sull'utenza di quella ditta.
Un anno e mezzo dopo il blitz del 23 settembre 2002, quasi tutti i ricercati dovettero arrendersi. Resistevano, soltanto, Paolo e Vincenzo Di Lauro. Era stato arrestato, nel basso Lazio, anche Enrico D'Avanzo, insieme a Carlo Niola e Raffaele Paolo, due suoi stretti collaboratori. Nel 2003 inizi il processo davanti alla IV sezione del Tribunale di Napoli. Serviranno tre anni di dibattimento per giungere alla sentenza di primo grado. Sfilarono a testimoniare, chiamati dalla pubblica accusa, gli agenti della sezione Narcotici che avevano partecipato alle indagini. Il PM ricostru venti anni di potere invisibile e ingaggi pi di una battaglia con i collegi difensivi degli imputati. Arrivarono i giorni delle deposizioni in aula dei collaboratori di giustizia. Uno, per, non si present all'appello. Giovanni Migliaccio, estorsore del sottogruppo di Mugnano, ritratt le accuse contro Paolo Di Lauro, per motivi personali si giustific lui. Perch era stato minacciato, sosterr la Procura antimafia. Di Migliaccio, agli atti dell'inchiesta, restarono soltanto queste poche parole, dattiloscritte il 24 luglio 2002 davanti all'immagine di un uomo brizzolato, quasi calvo.
La foto numero diciassette riproduce il volto di Ciruzzo 'o Milionario. Dieci o tredici anni fa, mi sono recato diverse volte presso la sua abitazione in compagnia di Gennaro "'o Niro", ossia di Gennaro Di Girolamo, fratello di Salvatore. Gennaro 'o Niro, all'epoca dei fatti, era il capo zona di Mugnano. Era stato Mim Silvestri a nominarlo suo referente per Secondigliano e poi per Mugnano. Dopo che il comando del clan pass nelle mani di Ciruzzo, Gennaro 'o Niro continu a essere il capoclan di Mugnano. Dopo la morte di Gennaro, mi sono recato in mezzo all'arco, a casa di Ciruzzo, con Gennaro Amitrano in diverse occasioni. Sia quando mi trovavo in compagnia di Gennaro 'o Niro che di Gennaro Amitrano, mi dicevano che Ciruzzo  quello che comanda a Secondigliano, anche se poi non parlavano di ci che si erano detti con lui. Quando ho accompagnato i due capiclan ho atteso nel portone insieme alle altre persone che erano venute per scortare entrambi. La casa di Di Lauro  ubicata a poche centinaia di metri dall'arco, sulla strada, di fronte a un Campetto di calcio.
Per ognuno degli imputati, dai semplici gregari ai colonnelli, l'accusa era in grado di mostrare le trascrizioni delle telefonate intercettate, quelle in cui si discuteva di profumo, di magliette, di partite di calcio e di giocatori: erano i nomi in codice che la camorra utilizzava - spieg il magistrato - per riferirsi alle dosi da vendere lungo le strade anonime di Secondigliano e Scampa. Un affiliato tent di suggerire, al proprio avvocato, una strategia di difesa subito dopo che il sostituto procuratore gli aveva contestato di aver parlato al cellulare di affari illeciti da fare soltanto con il permesso della suocera. Era davvero la madre di mia moglie e non vedo che male c'..., abbozz l'imputato. Peccato che, dai controlli della polizia giudiziaria, ribatt pronto il PM, l'interlocutore chiamato convenzionalmente suocera era in realt uno dei capi-piazza dei Di Lauro. Tutti gli imputati avevano lasciato una traccia nelle bobine magnetiche utilizzate nei centri d'ascolto della Procura, tutti avevano ceduto al fascino di poter impartire gli ordini via etere. Tutti tranne uno.
Di Paolo Di Lauro, infatti, gli inquirenti non riuscirono a decifrare la voce, per il semplice fatto che la sua voce non  mai stata intercettata. A chi indagava, sembr che avesse usato il cellulare fino al giorno prima che iniziassero a raccogliere prove sul suo conto; come quando avvert con un giorno d'anticipo Gaetano Bocchetti dell'imminente arresto. Sapeva degli altri, figurarsi di se stesso. Di Lauro non permetteva nemmeno che gli altri parlassero di lui; le direttive erano precise. Mai citarlo per nome al telefono. Al pi, si potevano utilizzare i soprannomi. Quello pi ricorrente, nei colloqui spiati dalla polizia, era "Pasquale".
Nel corso del dibattimento, il PM spieg ai giudici che il sistema di Secondigliano era il pi forte perch era stato capace di sopravvivere agli omicidi, all'arresto dei capi, alla scure della DDA che si era abbattuta, violenta, sui suoi mille rami.
Condannare un sodalizio potente come quello dei Di Lauro sarebbe stato importante per impedire quel processo di auto-rigenerazione che, dalla scomparsa di Gennaro Licciardi, aveva caratterizzato la struttura delle cosche dell'hinterland nord. Nella rete della magistratura, infatti, erano finiti tutti i graduati del clan Di Lauro, pur se con un colpevole ritardo: chi coordinava le piazze di spaccio, chi si preoccupava del pagamento degli stipendi agli affiliati (dagli ottocento euro al mese di una vedetta ai dieci, dodicimila euro a settimana per i trafficanti), chi acquistava la cocaina presso i cartelli internazionali di Medellin e Barcellona, chi manteneva i contatti con le altre organizzazioni, chi era pagato per uccidere e chi era pagato per coprire la latitanza del boss dei boss. Non c'era anello dell'organizzazione di via Cupa dell'Arco che non fosse stato spezzato. E quelli che prima dormivano all'Hotel Hermitage, a Montecarlo, dopo aver parcheggiato una Ferrari Testarossa in garage, quelli che erano abituati a comprare auto di lusso scambiandole con partite di droga (Se voglio lo squalo, il riferimento  a una BMW serie 520, me lo prendo; ce l'ha un compagno mio. Gli do un pacco di cocaina e me lo prendo. Hai capito? Quello poi a me un pacco di cocaina non mi costa niente. Quello lo ha pagato centocinque milioni, io glielo do e a me mi costa tuttocoso quaranta milioni, la macchina...), quelli che erano pronti a corrompere, con cento milioni di lire in contanti, un medico di un carcere per ottenere una perizia di incompatibilit con la detenzione per Guido Abbinante, esponente del gruppo del rione Monterosa, quelli che scommettevano vagonate di soldi sui combattimenti tra mastini e poi si permettevano il lusso di tenere alla catena un esemplare campione del mondo, del valore di trecento milioni di lire, il Carnera della Grotta azzurra, in una stamberga puzzolente vicino a piazza Zanardelli, tutti questi - adesso - si trovano a doversi difendere da una sfilza di accuse per mezzo codice penale.
I conti correnti degli imputati vennero setacciati alla ricerca della pi piccola traccia: per il Fisco erano tutti disoccupati, o quasi. Malgrado la mancanza di lavoro, per, vivevano in ville faraoniche, guidavano vetture sportive e moto da GP, sfoggiavano Rolex d'oro al polso e collane, al porto di Bacoli avevano attraccati motoscafi e yacht, prenotavano nei ristoranti pi esclusivi della citt, facevano acquisti a sette zeri nelle boutique di via Calabritto.
Maurizio Prestieri, per aggirare le indagini sul riciclaggio, il 26 febbraio 2002 fece affiggere in una tabaccheria di Secondigliano dei manifesti per comunicare di essere il fortunato giocatore di una favolosa vincita al Lotto. Riportano le cronache dell'epoca che il reggente del gruppo di Paolo Di Lauro nel rione Monterosa fosse riuscito a indovinare un terno (8-15-23) e un ambo (20-41) che gli avevano permesso - rispettivamente - di incassare un miliardo e cinquecento milioni e cinquecento milioni. Ben pochi crederono, per, che fosse stato realmente baciato dalla "dea bendata", anche se nulla di illecito emerse a suo carico.
La criminalit organizzata  difficile da combattere a Secondigliano, come nelle altre aree povere di Napoli e del Meridione, perch non  soltanto ricchezza facile e avventura.  consenso sociale, occasione di riscatto, misura di protezione per s e per i propri affari. Basta conoscere le regole. L'affiliazione a una casata della camorra  utile, in quelle terre, a convincere la famiglia della propria fidanzata a non ostacolare la relazione. A dimostrare la propria seriet. Quella che segue  la trascrizione di una intercettazione telefonica tra un pusher, Gaetano, e la sua ragazza, Nunzia. Mentre stanno parlando, irrompe nella conversazione la zia di quest'ultima che chiede al giovane chi sia e che cosa faccia. Per metterlo alla prova, la donna svela i nomi di alcuni affiliati alla holding di Ciruzzo 'o Milionario. Se Gaetano sapr rispondere in maniera appropriata, avr il benestare della famiglia per continuare il rapporto con Nunzia. In caso contrario, la zia suggerir alla nipote di cercarsi l'anima gemella altrove.
Zia: Ma tu tieni una faccia conosciuta. Comunque io sono della Vela, della Vela Gialla.
Gaetano: Della Vela Gialla, dove sta Luciano Caldore.
Zia: S, bravo, li conosci a quelli della Vela? Lo conosci a "'o Luongo"?
Gaetano: ....
Zia: 'O Luongo, Luigi....
Gaetano: S....
Zia: Io appartengo a 'o Luongo....
Gaetano: Ebb che devo fare?
Zia: Niente, comunque ti raccomando io la ragazza... io come ho sentito questo soprannome, ho detto: "Io lo conosco". Hai capito... ho detto: "Io lo conosco questo ragazzo". Ho detto: "Nunzia apri gli occhi che questo lo sai che vende, no?".
Gaetano: Lo sa che vendo?! Ma io non vendo pi.... Lo faccio vendere comunque.
Zia: Eh....
Gaetano: Ti voglio dire solo che  una ragazzina, stai attento.
Zia: Come ti chiami?
Gaetano: Gaetano.
Zia: Gaetano, io il fatto che tu eri sposato, lo sapevo che non era vero, ma il fatto che tu vendevi, io lo sapevo.
Gaetano: Va bene, ma anche la ragazza lo sa....
Zia: Che hai detto?
Gaetano: Pure la ragazza sa quello che faccio....
Zia: Gi glielo hai detto? A me lei non me lo ha detto... glielo dissi io a lei. Le dissi: "Se non mi sbaglio  un ragazzo che conosco". Va bene comunque ti passo a Nunzia. Ciao....
C' poi il caso di chi, vessato da due camorristi - invece di denunciare tutto alle forze dell'ordine - si rivolge a un esponente di spicco della stessa organizzazione per risolvere la questione. La vicenda, risalente al giugno del 1998, trae spunto da un'estorsione commessa - secondo l'accusa - da Carlo Niola e Raffaele Paolo ai danni del titolare di una concessionaria di Afragola.
Questi aveva consegnato agli affiliati alla cosca due vetture -una Delta e una Bravo - dietro la promessa di pagamento che - naturalmente - non c'era stato. Allora, il proprietario dell'autosalone - tale Peppino - aveva telefonato a Salvatore Britti e gli aveva chiesto un'intercessione per ottenere la restituzione delle macchine.
Salvatore: E si  preso la Bravo?
Peppino: Bravissimo. Poi venne il nipote di....
Salvatore: Di Enrico.
Peppino: Ma non  comportamento..., vengo qua, porto i soldi. Sono cinque giorni, non chiamano, io... perch porto rispetto per tutti i compagni....
Salvatore: Ora glielo dico io, Peppino....
Peppino: Ma guardate che anche Vincenzo sta tutto arrabbiato, ha detto: "... da domani in poi non dobbiamo pi guardare in faccia a nessuno. Io non lo so, vengono qua, si prendono la macchina...".
Salvatore: Devono portare la Delta e la Bravo?
Peppino: No, si prese la Delta. Io....
Salvatore: S....
Peppino: Disse: "Io sono il nipote di tizio e Sempronio, io... prendete le chiavi e andatevene, ci vediamo luned". Sarebbe luned, cinque giorni fa.
Salvatore: Eh.
Peppino: Vengo e faccio... non hanno fatto n una chiamata n un... non  comportamento. Io a questo punto qua ho detto va bene, lui ha detto: "Potete anche chiamare"; no, io ho detto tengo amicizia proprio con Enzuccio [la Polizia giudiziaria lo identifica in Vincenzo Di Lauro in base alla telefonata successiva, n.d.a.], con Tore [che  l'interlocutore, ovvero Salvatore Britti, n.d.a.], ma se voi mi dite che siete il nipote, non ci sono problemi....
Salvatore: Ora me lo vedo io....
Peppino: Ma  vero che  il nipote...?
Salvatore: Ma, diciamo.
Peppino: Vedete, si spacciano anche...
Salvatore: Va bene Peppe, non ci sono problemi, non ti preoccupare.
Peppino: ....
Salvatore: Per due macchine?
Peppino: S, le due macchine. Quello poi io. Luned dovevano venire, sono passati cinque giorni, uno ha aspettato fino a cinque giorni non si sono proprio fatti vedere. A questo punto ha detto Vincenzo: "Chiama a cump Tore e a cump Enzuccio, faccelo presente, almeno lo sanno pure loro come si comportano...".
Salvatore: Peppino non vi preoccupate, ora ce la vediamo noi...
Peppino: Ve lo vedete voi...?.
L'epilogo  scritto nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere: quello stesso giorno, Salvatore Britti telefona a Vincenzo Di Lauro e gli espone il problema. Il figlio del capoclan assicura che risolver tutto convincendo Paolo e Niola a restituire le auto. Britti aggiunge che se si fossero presi la macchina senza dire di essere i nipoti di Enrico non ci sarebbero stati problemi, in quanto non avrebbero fatto una brutta figura. Anche i camorristi tengono alla faccia.
Per dare l'idea di come fosse complessa e articolata la struttura del clan Di Lauro alcuni magistrati ritennero di paragonarla a un'azienda del crimine, il cui consiglio di amministrazione era presieduto dal boss in persona. L'enormit degli interessi, delle partecipazioni in affari illeciti, del volume del business suggerirebbe, per, di adottare un altro termine di confronto. Irriverente, forse, ma sicuramente realistico. Il gruppo di via Cupa dell'Arco funzionava non come una multinazionale, ma come un "governo", con tanto di deleghe e dicasteri.
Paolo Di Lauro era il premier, il capo dell'esecutivo. A lui - stando alle parole del PM - era affidato il compito di coordinamento e di indirizzo strategico dell'attivit dell'intero clan. Era il terminale conclusivo, e principale, di ogni decisione importante della holding e l'ultima parola nei momenti di crisi era sempre la sua. Poi c'era il Consiglio dei ministri, formato dai pi importanti esponenti della cosca, a ognuno dei quali il padrino aveva affidato una responsabilit.
C' chi - come Enrico D'Avanzo - si occupava della macchina organizzativa, impartendo materialmente gli ordini ed esponendosi in prima persona. A lui si rivolgevano i capi-piazza per conoscere il prezzo delle dosi e per sedare le liti e le gelosie che, sempre pi frequentemente, scoppiavano in seno ai sottogruppi. In pratica aveva il compito di far rispettare l'ordine pubblico, come un ministro dell'Interno.
Poi c'erano i trafficanti, quelli addetti ad acquistare colossali partite di droga presso i cartelli internazionali: un po' ministri degli Affari Esteri e un po' consoli d'ambasciata, chiamati a mantenere i rapporti con le altre famiglie malavitose e con i rappresentanti delle cosche straniere, albanesi e spagnole soprattutto. Nel gruppo di Ciruzzo i pi importanti erano Pasquale Gargiulo, Arcangelo Valentino e Raffaele Amato. E sar proprio quest'ultimo a ribellarsi a Paolo Di Lauro e alla dittatura del figlio Cosimo e a scatenare la faida di Secondigliano. Ma ci vorr ancora qualche anno prima che "'o Lello", com'era conosciuto all'anagrafe della camorra, decida di armarsi.
I trafficanti erano il vero fulcro dell'organizzazione e godevano di un'ampia autonomia. Potevano anche chiudere o aprire una piazza di spaccio, senza l'autorizzazione del boss.
L'ex pentito Giovanni Migliaccio fu testimone di una scena che, da sola, indica il grado di controllo del territorio da parte della holding di via Cupa dell'Arco. Ecco che cosa disse, poco prima di ritrattare, ai PM antimafia il 22 luglio 2002.
Lei mi chiede se recentemente l'organizzazione abbia ricevuto forniture di stupefacente ed io le rispondo che qualche mese fa, prima di Pasqua e prima dell'omicidio di Cipolletta, a Mugnano venne trasportato un grosso quantitativo di hashish su un autocarro telonato di colore rosso con tenda blu. Questo autocarro venne fatto ricoverare nella ex abitazione di Raffaele Duro, luogo che peraltro ho indicato agli agenti della Squadra mobile nel corso del sopralluogo effettuato qualche giorno fa con loro. La mattina di quel giorno, Antonio Frasca mi disse che alle 14 dovevo andare nel luogo suddetto. Sul posto trovai: , Romano, Di Girolamo, Frasca, Massimo Frascogna, Massimo Migliaccio, Biagio Cipolletta, Biagio Rennella, tale Raffaele Ruggiero da noi chiamato Lazzariello. Sul posto vi erano anche 'o Lello e "Angioletto 'a Tartaruga" [Arcangelo Valentino, n.d.a.]. Affiliati entrambi al clan di Ciruzzo 'o Milionario, del quale fa parte anche suo cognato Enricuccio. Aiutai a scaricare questo camion che conteneva due o tre tonnellate di hashish.
Iniziammo nel pomeriggio a scaricarlo e finimmo la sera alle 23. Ogni ora, due o tre auto venivano in questo luogo e caricavano cento, duecento chili di hashish. Gennaro 'o Mellunaro, invece, caric l'hashish in autocarri della nettezza urbana. Mi dissero che un carico di questi autocarri della Nettezza urbana era destinato a Marano, e che gli altri due erano destinati a Secondigliano. La targa del camion era quella di Genova e anche l'autista mi sembra che avesse una inflessione dialettale genovese. Gli autocarri della spazzatura sono dell'autoparco di cui dispone la societ che controlla la discarica di rifiuti al confine tra Mugnano e Calvizzano, che  gestita da Di Girolamo e da suo zio Gennaro D'Alterio. Era la prima volta che vedevo l'autista.
Non so dire se sul telone vi fossero delle scritte. Lei mi chiede in quale giorno esatto il camion venne scaricato ed io le rispondo che ci si  verificato di sabato.
Dico questo perch nell'abitazione dove prima abitava Duro, al piano sottostante vi  una fabbrica di scarpe che quel giorno era chiusa e quindi per tale motivo ritengo che si trattasse di un sabato, poich in questa giornata la fabbrica  chiusa. La droga non era nascosta in un doppio fondo ma era semplicemente allocata nel camion. La droga era frazionata in pacchi di venti chili ciascuno, impacchettato con del nastro adesivo nero. Era 'o Lello colui il quale dava disposizioni per scaricare il camion.
Nella terra di camorra capita anche questo: che un camion scarichi, davanti a una fabbrica, tre tonnellate di hashish e nessuno se ne accorga.
Ma un clan deve anche saper rispondere a eventuali attacchi esterni. A questo pensava il ministro della Difesa del gruppo di via Cupa dell'Arco:
La foto numero quarantanove - recita il verbale di interrogatorio di Gaetano Conte, redatto il 21 marzo 2002 - ritrae Rosario Pariante, persona estremamente pericolosa. Pariante, tra l'altro,  preposto a dare ordini agli uomini incaricati di sparare per conto dell'organizzazione. A Pariante  affidato l'intero settore delle estorsioni, di cui parler. Egli  inoltre destinatario di una parte del ricavato della vendita della droga delle varie piazze che sono controllate da Di Lauro. In buona sostanza, il sistema funziona nel seguente modo: tutta la droga che viene venduta nella zona controllata dal clan Di Lauro viene acquistata direttamente da Di Lauro tramite i suoi uomini pi fidati, oppure dai capizona e loro referenti. In tale seconda evenienza, i capi zona devono informare Di Lauro e i suoi uomini pi fidati di quanta droga  stata acquistata, perch ci consente di versare successivamente a loro una parte del ricavato della vendita. Le persone fidate di Di Lauro, come ho gi detto, sono Enricuccio, Pariante, Angioletto e 'o Lello, alle quali  data la possibilit di poter autonomamente decidere di aprire una piazza in una determinata zona affidandola a persone di loro gradimento. Pariante lo conosco molto bene. Egli prima abitava a Bacoli, poi si  trasferito a Secondigliano nella zona dietro al collocamento. Ultimamente si  fatto un appartamento ubicato dietro al Monterosa, che  molto defilato, sotto di lui abita Valletta che  suo nipote.
A completare la squadra di governo i figli di Paolo Di Lauro, Vincenzo e Cosimo; anche se quest'ultimo non risulta indagato nell'inchiesta del 2002. A parlare di loro sono, ancora una volta, i collaboratori di giustizia:
Lei mi chiede se io conosca Cosimo Di Lauro e io le rispondo di s e che lo conosco da diversi anni, sin da quando lo stesso aveva dodici anni. L'ultima volta che ho incontrato Cosimino  stato circa un anno fa. Egli  venuto spesso a Mugnano e io l'ho visto a casa di suo padre. Quando ci incontriamo, ci salutiamo col bacio.  stato Totore Di Girolamo a dirmi che Cosimo ed Enricuccio hanno preso in mano le redini dell'organizzazione; del resto, a Mugnano mi  capitato di vedere entrambi e 'o Lello. Altra persona vicina a Cosimino  suo fratello Enzuccio, che io considero un po' schizzato, qualche volta l'ho visto a casa di Di Girolamo. Mi veniva detto che Enzuccio, da me perfettamente conosciuto, spesso faceva dei servizi per il fratello. Secondo Di Girolamo, Cosimino  molto pi duro di suo padre.
Vincenzo Di Lauro venne arrestato il 1 aprile 2004, a Chivasso, in provincia di Torino. Gli inquirenti, per stanarlo, si misero sulle tracce di un fiume di denaro che sgorgava da Secondigliano e sfociava in Piemonte. I carabinieri lo arrestarono dopo che aveva tentato di nascondersi tra alcuni tappeti, in una mansarda.
Il rampollo del boss era andato a rifugiarsi proprio dove, venticinque anni prima, il padre aveva iniziato l'attivit di magliaro insieme ad altri due giovani di Secondigliano che si chiamavano Pasquale Diana e Pietro London e dove - si diceva - la famiglia aveva parecchi interessi economici.
Quelli che l'hanno conosciuto dicono che Vincenzo Di Lauro ha un carattere molto simile a quello del padre. Furbo, prudente e capace di imporsi con il dialogo invece che con la violenza. Come ebbe modo di dimostrare quando Salvatore Britti gli chiese di intervenire per bloccare il tentativo di estorsione ai danni di un parente di un loro affiliato.
La vittima gestiva, nella zona di Cavalleggeri, un negozio di pneumatici e una rivendita di timbri e targhe ed era stata minacciata - secondo le ricostruzioni investigative - da Rodolfo Zinco, affiliato alla famiglia Sorrentino di Bagnoli. L'intervento di Vincenzo Di Lauro era riuscito a interrompere le richieste estorsive, a maggior ragione dopo che Rosario Pariante - attraverso un vecchio malavitoso di Fuorigrotta - aveva accertato che il commerciante era legato a Domenico D'Ausilio e, quindi, all'Alleanza di Secondigliano. Seppur giovanissimo, Vincenzo Di Lauro univa a uno straordinario fiuto un'intelligenza tutta pratica, che lo tenevano lontano dai guai.
Nel gruppo di via Cupa dell'Arco si occupava del contrabbando di sigarette, una delle specialit commerciali del clan. Si racconta che Paolo Di Lauro, sul finire degli anni Novanta, avesse investito circa cento miliardi di lire per armare una nave che avrebbe dovuto trasportare dall'Est Europa centinaia di tonnellate di "bionde", in accordo con Pietro Virgilio, potentissimo contrabbandiere di Casoria in affari con i fratelli Armento della Sanit e i Mazzarella di San Giovanni a Teduccio. La nave venne intercettata dalla guardia di finanza e sequestrata e, quando glielo dissero, il boss rimase impassibile. Il 3 giugno del 1998, i registratori della Procura scattarono alle 22:40, quando il rampollo del clan compose un numero di cellulare non ancora finito nella rete delle intercettazioni. Parl pochi istanti in dialetto stretto, ma gli interpreti chiamati dal Tribunale a trascrivere la conversazione, sono convinti che a un certo punto Vincenzo Di Lauro dica pa', pap, rivolgendosi all'uomo dall'altra parte della cornetta.
Sfortuna volle che le bobine magnetiche non riuscirono a registrare la risposta perch proprio quando il misterioso interlocutore era sul punto di parlare a sua volta, Vincenzo Di Lauro fu costretto a troncare il discorso perch aveva ricevuto un avviso di chiamata da un affiliato, che doveva riferirgli l'esito di una spedizione di "bionde". Anche in quell'occasione, la voce del boss rimase imprendibile.

6. Cosimo Di Lauro al potere.

Cosimo Di Lauro indossava un cappotto blu quando venne fermato, davanti a un bar di corso Secondigliano, in compagnia di due guardaspalle. Speravano di trovarlo armato, i poliziotti, e di poterlo ammanettare. Ma il primogenito di Paolo Di Lauro era pulito, esib la carta d'identit e attese, in silenzio, che gli fosse restituita dopo il controllo al terminale. Cos fecero gli altri.
Di lui avevano parlato un paio di pentiti, tra cui Giovanni Migliaccio, che aveva successivamente ritrattato. Lo accusavano di far parte della cosca e di gestire la piazza di droga pi ricca di Scampa. Ma i riscontri investigativi non erano mai arrivati e per questo "Cosimino", come era conosciuto da tutti, non era finito nemmeno tra gli indagati.
Era stato foto-segnalato dagli agenti della Squadra narcotici subito dopo l'irruzione in un appartamento a Melito, costruito - si scoprir poi - da quella stessa ditta coinvolta nel 1996 nelle indagini sul cemento della camorra. I poliziotti erano alla ricerca del fratello Vincenzo, invece trovarono lui. Lo condussero in Questura e dopo le formalit di rito lo lasciarono andare. In quella istantanea, Cosimo Di Lauro indossava una maglia a girocollo; pos con il mento leggermente all'ins. Di profilo, si notava la fascia elastica che avvolgeva i capelli lunghi e i lineamenti marcati.
A Secondigliano, in quel periodo, girava un detto che pochi mesi dopo sarebbe stato portatore di sciagurate conseguenze e che - colpevolmente - nessuno prese in considerazione.
La magistratura e le forze di sicurezza stavano per scoprire ci che ancora si nascondeva lungo i marciapiedi e dietro i muri scrostati del Terzo mondo, ci che il pentito Luigi Giuliano aveva chiamato il potere selvaggio di Secondigliano.
Aveva ragione da vendere quel collaboratore di giustizia quando fece mettere a verbale: Cosimino  molto pi duro di suo padre.... Non solo pi duro, ma con un carisma criminale cos spiccato da rappresentare all'interno del clan un punto inarrivabile di intelligenza e di capacit di comando strategico. L'andatura leggermente claudicante, per i postumi di un brutto incidente in moto, la passione di famiglia, e l'autista personale erano i suoi tratti caratteristici. Anche lui, come il padre, non amava parlare con i manovali della camorra. Relegava i contatti al suo braccio destro, ventiquattro anni appena. Lui ne aveva sette, in pi, ma era il capo e non solo per il cognome che portava.
Capit un giorno che il preside della scuola frequentata da uno dei suoi fratelli pi piccoli, convoc Cosimo Di Lauro per uno di quei colloqui che solitamente si fanno tra docenti e genitori per verificare i progressi, quando ci sono, dei propri figli tra i banchi. Il preside l'aveva fatto chiamare non per telefono, ma grazie alle conoscenze di un bidello dell'istituto. Arriv la data dell'incontro e nell'ufficio del dirigente scolastico si present il reggente della cosca, vestito di tutto punto e con l'immancabile codino. Aveva l'aria corrucciata di chi sa gi che cosa gli sar detto e perch gli sar detto. Il preside gli spieg che sarebbe stato costretto a sospendere dalla scuola per cinque giorni il fratello per punizione. Ormai il ragazzino era diventato ingestibile: dietro di lui, nei corridoi dell'istituto, si faceva ogni volta un codazzo di imberbi adulatori che volevano stargli vicino, dimostrare la propria fedelt al rampollo del boss. Allo stesso tempo, per, il preside si disse consapevole che la sospensione avrebbe significato, per il giovane Di Lauro, cinque giorni di libert sfrenata in strada, magari con compagnie ancora peggiori di quelle cui era abituato a scuola. Se  questa la vostra preoccupazione vi do la mia parola che mio fratello non uscir di casa, rispose Cosimo Di Lauro accompagnando le parole con un gesto della mano, come a dire che ci avrebbe pensato lui a chiuderlo a chiave nella sua stanza.
La conversazione termin l. Uno squillo sul cellulare dell'autista per avvertirlo che l'incontro era finito e poi il viaggio di ritorno. Era il sistema di Cosimo Di Lauro per comunicare con l'esterno, un solo impulso elettronico e chi avrebbe dovuto capire si sarebbe subito attivato.
A Secondigliano si diceva che si fosse fatto costruire, a poca distanza dall'abitazione paterna, una villa a tre piani con tanto di stucchi e calidarium, la vasca di acqua calda che usavano gli antichi romani; i carabinieri la scoprirono quasi per caso, addentrandosi nei meandri della terra di camorra. Se la trovarono davanti e sembrava pi di stare nel film Gli ultimi giorni di Pompei, prima dell'esplosione del Vesuvio, che in via Cupa dell'Arco a Scampa: il colore ocra degli esterni e il bianco delle decorazioni artistiche risaltavano su uno scenario di squallore e di miseria e riportavano alla memoria i fasti del lusso sfrenato di Augusto, Caligola e Nerone. Gli operai che ci stavano lavorando scapparono via, lasciando gli attrezzi nei locali. Formalmente non c'era proprietario, n responsabile dei lavori. I giornali scrissero l'indomani: Una villa sfarzosa, distribuita su tre piani e ancora in via di rifinitura, nel cuore di Secondigliano, a pochi metri dall'abitazione dei Di Lauro.  questo uno dei quattro cantieri controllati dai carabinieri, nella mattinata di ieri, nel corso delle operazioni nella periferia nord di Napoli. Nell'edificio mancano ancora i pavimenti e le rifiniture, ma sono gi presenti i dettagli utili a comprendere il valore dell'opera in costruzione, dove sono presenti ricche controsoffittature e vasca con idromassaggio. A qualche centinaio di metri di distanza, molti mesi dopo, quegli stessi carabinieri avrebbero scoperto ci che gli organi di informazione ribattezzarono il "Di Lauro resort": il circolo esclusivo per i tesserati della camorra con tanto di piscina, palma artificiale, TV al plasma da 48 pollici e barbecue per grigliate e festini. La struttura, nascosta alla vista dai palazzi di via Barbiere di Siviglia, ospitava anche gli spogliatoi e una sala torture con tanto di Shock Tronic, un dispositivo che genera scariche elettriche ad altissimo voltaggio, usato - ipotizzano gli inquirenti - per estorcere confessioni e segreti ai nemici durante la faida di Secondigliano.
Le vie di fuga erano assicurate da due botole che si aprivano da un angolo del pavimento e che conducevano direttamente alle fogne. Di nascondigli come quelli, dicono alcuni vecchi poliziotti, erano disseminati i quartieri di Secondigliano e Scampa agli inizi degli anni Novanta; si racconta, addirittura, di un cunicolo che collegava alcune abitazioni di via Cupa dell'Arco e che passava sotto il campetto di calcio Ottorino Barassi, per poi fuoriuscire in una zona isolata al confine con le campagne di Casavatore.
Anche la villa di Paolo Di Lauro ha un ingresso secondario, a cui accedono soltanto i membri della famiglia e i fedelissimi: d su un budello che costeggia l'abitazione sulla sinistra e non  possibile entrarci se non passando davanti alle sentinelle. L avevano deciso di compiere l'atto di sfida finale: uccidere Cosimo Di Lauro per ribadire la propria supremazia, eliminare il reggente della famiglia e costringere il padre a uscire allo scoperto, per poi ammazzare anche lui. Ma gli "spagnoli", come li conoscevano nel rione, non ebbero il coraggio di osare tanto. Quando si tratt di passare dall'idea all'azione, abbandonarono il progetto e decisero che avrebbero attaccato ai fianchi. La guerra si iniziava a respirare nell'aria. Cosimo Di Lauro - da quando aveva assunto il comando delle operazioni - aveva intuito che qualcosa nel meccanismo della vendita della droga si era inceppato: i soldi continuavano a inondare il quartier generale della cosca, ma i conti - pur se a sei zeri - non tornavano mai negli ultimi periodi. Gli stupefacenti sono un tipo di merce che sfugge alle regole dell'economia classica, non rispondono alla legge della domanda e dell'offerta; il prezzo di una dose viene fissato dal capo zona, non  il risultato di un'intesa soddisfacente tra chi vuole vendere e chi vuole acquistare. La droga genera assuefazione e la domanda difficilmente cala, piuttosto  destinata a crescere in maniera esponenziale. Gli introiti del narcotraffico, stranamente, per, stavano diminuendo di mese in mese. E per uno abituato a pensare secondo le logiche mafiose, ci non si pu spiegare con grafici e tabelle. Non c' congiuntura negativa per chi vende eroina o cocaina. Cosimo Di Lauro, questo dettaglio, l'aveva messo chiaramente a fuoco e se n'era fatto un'idea. Nel sistema si chiama sottobanco ed  quando un trafficante di droga, inserito in un circuito criminale, crea un canale di vendita dello stupefacente parallelo a quello ufficiale, innescando un mulinello di concorrenza che fa crollare il prezzo delle dosi sul mercato, perch i nuovi spacciatori, per sottrarre clientela al gruppo originario, iniziano a praticare forti sconti. Questo  stato il movente principale che ha armato i clan di Secondigliano, sul finire del 2004. Qualche omicidio inspiegabile, rivelatore di equilibri ormai deteriorati dopo vent'anni di silenzio assoluto, per giunta, non venne interpretato nella giusta misura dagli investigatori, convinti che l'epoca delle faide - nell'area nord - fosse terminata con il pentimento di Antonio Ruocco. In quei mesi l'organizzazione sub una profonda metamorfosi, dovuta per met a inchieste e arresti e per met al progetto di ringiovanimento - raccontano i pentiti - dell'intera struttura. I vecchi capi piazza, sfuggiti alla prima retata della magistratura, vennero sostituiti nei meccanismi di comando da affiliati pi giovani, o - com'era capitato a Lucio De Lucia, responsabile dello spaccio nel rione Berlingieri - direttamente dai figli. I nuovi dirigenti della cosca, nelle intenzioni di Cosimo Di Lauro, non dovevano superare i trent'anni. Era una rivoluzione gestionale che sconvolgeva il motore del gruppo di via Cupa dell'Arco e che cre una frattura insanabile con i soci storici di Paolo Di Lauro.
Cosimo Di Lauro si muoveva per Secondigliano scortato da un'auto e due moto; il suo quartier generale si trovava proprio alle spalle della villa paterna. Si chiamava rione dei Fiori, ma tutti lo conoscevano in zona come Terzo mondo. Venne segnalato, pochi mesi prima della guerra con gli spagnoli, a Melito, ad Arzano, a Mugnano e a Casavatore. Stringeva rapporti di assistenza, stipulava patti, era un boss in carriera ormai. Duro, spietato - disse chi lo conosceva - e con una spiccata propensione al comando. Alcuni collaboratori di giustizia affermarono di ricordarselo, da bambino, mentre giocava sotto il tavolo del grande salone, al piano terra del bunker di famiglia, durante i summit di camorra convocati da Ciruzzo 'o Milionario per decidere le strategie affaristico-criminali della cosca. L'aria del potere che sa di polvere da sparo aveva continuato a respirarla ancor pi da adolescente, Cosimino, quando restava immobile sulla sua potente motocicletta, parcheggiata davanti a casa, mentre squadroni di poliziotti e carabinieri gli passavano davanti alla ricerca del padre e perquisivano la sua abitazione. Non si scomponeva mai - ricorda un agente che a quei blitz prese parte pi di una volta - piantava gli occhi fissi su di noi e non diceva una parola. Aspettava soltanto che finissimo. Intanto, dall'altra parte del Mediterraneo, proprio in quelle settimane, gi si stavano affilando le lame. Erano giunti a Barcellona da Napoli, costretti alla fuga per paura della vendetta di Di Lauro jr, che li aveva accusati di aver rubato dalla cassa comune del clan i soldi di una colossale partita di droga del valore di due milioni e mezzo di euro. Il figlio del boss Ciruzzo 'o Milionario - inserito, intanto, nell'elenco dei trenta latitanti pi pericolosi d'Italia al pari dei mafiosi stragisti Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro - li riteneva responsabili del sottobanco che tra Secondigliano e Scampa aveva scombussolato il mercato degli stupefacenti, facendo calare i profitti della holding di via Cupa dell'Arco. Un doppio tradimento che - svela un pentito - sarebbe stato punito con la morte dei fuggiaschi, se non avessero deciso di scappare in Spagna.
Tra le Vele, questa storia dell'ammanco di denaro, la conoscevano tutti gi dai primi mesi del 2004, tanto che quando iniziarono i primi omicidi - inspiegabili secondo gli schemi del vecchio clan - molti ipotizzarono che i carri funebri non avrebbero abbandonato per parecchio tempo quelle lande desolate. Dir, poi, il magistrato Giovanni Corona: A Secondigliano, per motivi vari, non era stata prevista la possibilit di una faida. Eppure i primi sintomi c'erano stati quando era stato ammazzato l'amico di uno dei figli di Di Lauro, se non erro nel marzo 2004. Per la prima volta nella zona di Di Lauro veniva commesso un fatto di sangue, a distanza di anni dalla guerra tra Ruocco e la famiglia Prestieri, o dall'omicidio del Principino. Questi indici rivelatori di una crisi in atto sono stati un po' trascurati.
Dalla Catalogna giungevano carichi di stupefacenti per le piazze di spaccio della provincia partenopea e per alcune zone del centro storico e dell'hinterland vesuviano un tempo rifornite dal clan di via Cupa dell'Arco. Soprattutto nel rione Sanit, la droga degli spagnoli iniziava a circolare in quantit superiore a quella dei Di Lauro; circostanza che porter gli eredi del padrino Giuseppe Misso, nel frattempo arrestato con l'accusa di associazione mafiosa, a soffocare nel sangue il tentativo di un manipolo di fuoriusciti - alleatisi con gli scissionisti di Secondigliano - di arricchirsi con il nuovo canale d'importazione della cocaina. Secondigliano e Sanit uniti dallo stesso destino e dallo stesso vincolo di sangue.
Arrivava da tutte le parti, la polvere bianca: gli uomini della sezione Narcotici della Squadra mobile di Napoli intercettavano i camion che viaggiavano sull'autostrada A1, bloccavano insospettabili corrieri all'aeroporto; perquisivano traghetti e navi mercantili. Ma per quanta droga riuscissero a sequestrare, molta altra giungeva a destinazione.
Raffaele Amato era conosciuto, negli ambienti di camorra, con un soprannome che d la cifra del ruolo che si era ritagliato nel clan Di Lauro: "'a Vicchiarella", la vecchietta, per quel suo modo sempre accomodante di dirimere le controversie, per quella saggezza criminale che lo aveva portato ai vertici del gruppo di via Cupa dell'Arco. Amato aveva iniziato la carriera nel mondo della delinquenza comune come rapinatore di tir, insieme ad alcuni banditi di Mugnano. Poi il salto di qualit nell'organizzazione di Paolo Di Lauro, che di Amato apprezzava la capacit del silenzio, pi che le parole. In pochi anni aveva scalato la gerarchia dell'organizzazione, diventando il pi importante importatore di cocaina dalla Spagna, con contatti ad altissimo livello con i trafficanti laziali e sardi. La sua specialit - come rivel un'inchiesta della Procura antimafia di Roma - erano i viaggi organizzati via mare per il trasporto dello stupefacente. Accorto nei movimenti e sempre attento a lasciare meno tracce possibili nelle intercettazioni, al telefono si faceva chiamare "Michele il napoletano".
Venne identificato, la prima volta, dalle forze dell'ordine nel 1994 insieme a un marinaio italiano successivamente arrestato per traffico internazionale di stupefacenti.
La scissione si  avuta, qualche tempo fa, quando i Di Lauro allontanarono dal clan 'o Lello [altro soprannome con cui  conosciuto Amato, n.d.a.], Biagino, Cesarino, Pierino fratello di 'o Lello, e altri, che si erano presi soldi che non dovevano intascare, ricavati dalla compravendita della droga da loro importata dalla Spagna in Italia, spiegher successivamente un pentito, svelando i nomi di coloro che si erano messi in testa di staccarsi dalla cosca di via Cupa dell'Arco. Fu Amato che dalla Spagna prepar la guerra al clan di Ciruzzo 'o Milionario, fu lui a pianificare l'attacco. Era lui il capo della "legione" spagnola che rivers fiamme e sangue su Napoli.
Nel frattempo, a Secondigliano le cose iniziarono presto a precipitare. Per smascherare i nemici, Cosimo Di Lauro decise che tutti i trafficanti del clan avrebbero dovuto essere stipendiati. Non sarebbe stato pi loro concesso, come in passato aveva fatto il padre, di guadagnare sulla vendita dello stupefacente in maniera percentuale all'investimento, con il sistema delle "puntate". In pratica, si sarebbero trasformati da manager del crimine in impiegati della delinquenza. Una trappola che il reggente del gruppo di via Cupa dell'Arco prepar per avere il quadro preciso su chi gli fosse ancora fedele, dal momento che era giunto il momento di dissotterrare le armi. Alcuni accettarono, altri no. Come Gennaro Marino, detto "Genny Mckay", perch il fratello, che aveva perso entrambe le mani durante un agguato, assomigliava all'omonimo personaggio di un telefilm western. Lui era il capo piazza delle Case Celesti, uno dei pi grandi agglomerati sub-urbani di Secondigliano specializzato nella vendita di cocaina. Era stato per anni il pupillo di Paolo Di Lauro, il quale - per dimostrargli il suo affetto - gli aveva regalato la piazza di spaccio, liberandolo dall'obbligo di versare una parte dei proventi alla casa-madre. Tutto quello che avrebbe guadagnato, esclusi naturalmente i costi per l'acquisto dello stupefacente, era suo. Genny Mckay per ricambiare, aveva donato al padrino un Rolex d'oro massiccio e potenti motociclette modello Transalp ai figli.
D'altronde, quando c'era stato da rischiare, Marino non si era mai tirato indietro: nel 1992, infatti, figurava tra gli indiziati del quadruplice omicidio di alcuni camorristi di Sant'Antimo. Insomma, era un capo. Non ai livelli dei componenti della famiglia Di Lauro, ma una persona stimata e rispettata nella cosca. Ora aveva deciso di allearsi con Raffaele Amato per liberarsi della stretta mortale nella quale lo aveva avvinghiato Cosimo Di Lauro. Mckay aveva inviato un'imbasciata in Spagna e fatto sapere a Amato che era dalla sua parte. E come Gennaro Marino avevano fatto tanti altri: Queste persone si unirono tra loro anche insieme agli esponenti del gruppo di Mugnano, un tempo legati ai Di Lauro, ai Maranesi, ossia gli esponenti del gruppo insediato nel rione Monterosa e diretto da Papele di Marano... e insieme al gruppo di Chiappariello e a quello di Mckay.
I tamburi di guerra avevano iniziato a echeggiare in lontananza. Era nato il cartello degli scissionisti.
...
FINE.